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Pietà verso il cavallo

Gli animali partecipano dunque dell'intelligenza e della ragione, ossia della natura umana:

 

sono esseri affini a noi e il presentimento pietoso non ci inganna quando nei loro occhi

leggiamo l'unità profonda che ad essi ci lega.

(Piero Martinetti)

di Francesca Matteoni

Anni fa, sulle colline a nord di Pistoia, un uomo e Red, il suo cavallo, ebbero un incidente: il cavallo rimase impigliato in un roveto e mentre cercavano di liberarsi l’uomo perse l’equilibrio, cadendo malamente oltre il ciglio nella boscaglia sottostante. Iniziò a chiamare il cavallo che riuscì a raggiungerlo, gli si avvicinò e comprese che era ferito: piegò le zampe, accovacciandosi il più possibile cosicché lui potesse salirgli in groppa e lo riportò in paese, procedendo lentamente perché avvertiva la condizione instabile dell’uomo. Nei pressi della casa l’uomo iniziò a chiamare i famigliari e il cavallo si piegò di nuovo per farlo scendere senza danno.

È una storia comune, simile a molte altre di sostegno e aiuto fra un animale e un essere umano, la differenza è che conoscevo l’uomo quando era in vita, ho visto i suoi cavalli che vivono semiliberi nel bosco e conosco la sua famiglia. Questo significa che ho visto e sentito la commozione nel raccontare il gesto dell’animale: quel suo scendere fino a terra, inginocchiarsi per aiutare il compagno umano, per amore. Siamo creature limitate - ci occorre molto spesso, forse troppo, fare esperienza diretta o attraverso le parole di chi ci è caro, di cosa sia il bene e di come si manifesti.

Da un’altra parte, a Londra, presso una delle uscite di Hyde Park da quasi dodici anni si erge il monumento per gli Animali alla Guerra. Si tratta di un muro curvilineo dove vari animali, tra cui un elefante, stanno combattendo nelle guerre degli uomini, e quattro statue di bronzo, due muli che salgono le scale del monumento e un cane e un cavallo al suo interno. Una delle iscrizioni dice: Non avevano scelta. Non avevano scelta. Questo monumento è il mio milite ignoto. Sono forse io insensibile alle innumerevoli vittime umane e di ogni età dei conflitti da ogni parte del tempo e del globo? Preferisco piangere sulla carcassa di un mulo dilaniato da una bomba che non su quella di un “mio simile”? Le conosco tutte le domande scandalizzate e anche un po’ sciocche che solleva la mia affermazione. Tutte sono cieche davanti al fatto minuscolo e fondamentale: nessuna guerra è giusta e la prima forma di ingiustizia, la più feroce, umanissima e presto dimenticata, è nell’imporre lo scontro armato a chi non solo non lo vuole, ma non sa nemmeno immaginare cosa sia. Gli animali alla guerra sono il simbolo portato all’estremo dell’arroganza umana, della sua capacità di schiacciare l’altro, di definirlo inferiore, servo, di togliergli perfino l’anima, di volta in volta per questioni di classe sociale, di etnia, di genere, di orientamento sessuale e al fondo di tutto, perché non condivide le forme del linguaggio degli uomini. Un animale non dice no. Un animale, come l’animale umano prova dolore, gratitudine e gelosia, ma non dice NO. Gli manca quel tipo di lingua, perché ne ha un’altra, non meno libera certo dalle leggi prevaricatrici della natura, ma incapace di manipolare come manipola l’essere umano, incapace di sottomettere e soggiogare, creare uno spazio sociale dove è lecito condurre un altro animale per i propri fini e non lasciargli nemmeno quella possibilità di fuga che perfino per la preda più inerme si può aprire davanti al predatore, sia esso gatto, falco o squalo del mare. E allora io mi chiedo con che diritto disponiamo delle vite degli altri animali? Me lo chiedo convinta che questa sola domanda ripetuta e compresa in tutto il suo portato tragico, sia un passo verso un mondo più equo, un mondo dove si sia fatto tesoro per esempio di queste parole di Leonardo Da Vinci: E' vero che l'uomo è il re degli animali, perché la sua brutalità supera la loro. Viviamo grazie alla morte di altri. Con che diritto decidiamo di fare degli animali i nostri giocattoli, a rischio delle loro stesse vite? Con il diritto del portafoglio? Con il diritto di una parola buona ad ogni uso e consumo, ma facilmente decontestualizzata come “tradizione”? Lo abbiamo sempre fatto, perché smettere?

Ecco, ad esempio, c’è sempre stata una Giostra dell’Orso in Piazza Duomo a Pistoia, perché toglierla? Aldilà del fatto che su quel sempre si potrebbe aprire tranquillamente wikipedia ed essere smentiti riguardo tempi e modalità, a me verrebbe abbastanza facile rispondere che vi è stata un’epoca, nemmeno tanto distante, in cui in Europa si giustiziavano i criminali nelle pubbliche piazze, i nobili per decapitazione, i disgraziati per impiccagione. Ma perché abbiamo smesso? Non era forse una tradizione anche quella? Una tradizione che una diversa sensibilità culturale (un progresso?) ci fa considerare esecrabile. Per un gioco, nemmeno molto frequentato dai pistoiesi, però si può decidere di mettere a repentaglio la vita di un cavallo. Lo si può fare con toni beceri e ignoranti, lo si può fare addirittura usando il cavallo come strumento di una fazione contro l’altra – e quindi, concentrandomi solo sulle fasce dubbiose, ci sarà chi sarebbe anche contrario, ma è troppo indignato (e come non capirlo) verso l’animalista pietoso che ci mette un attimo a coccolare il cane e a sputare sul profugo; ci sarà chi non capisce bene cosa succede, ma in fondo mica si azzoppano sempre, e chi dirà che non ha abbastanza elementi per giudicare la pericolosità dell’evento. Di elementi ne basta solo uno: la morte e non ho ben chiaro quante volte debba ripetersi, quando sarebbe evitabile, per sentirsene coinvolti. In tutto questo l’animale scompare per lasciar ancora l’arena all’uomo sull’uomo. Scompare con lui la capacità, davvero sacra, di riconoscere l’altro, di provare a dargli una voce perché niente nella vita ha più valore e anche un gioco di piazza può divenire l’ennesima dimostrazione del tiranno che alberga in ogni umano.

Ho scelto per esergo una frase di Piero Martinetti, tratta dal suo libro Pietà verso gli animali. E la scelta non è casuale. Piero Martinetti non è stato soltanto un filosofo italiano. Fu uno dei dodici pazzi accademici che non firmarono il giuramento di fedeltà al fascismo redatto da Giovanni Gentile. Uno di quelli che non stette a sentire né Togliatti né Pio XI, entrambi così vicini nella prudenza e nella “riserva interiore” invocata dal Papa per meglio lavarsi le mani. A me pare che non sia un caso che Martinetti, uno di quelli che mostrò con l’esempio quanto per molti altri brillava solo e comodamente nelle parole, abbia scritto di animali e uguaglianza, dell’essere legati oltre la specie e il pregiudizio, oltre le convenzioni e il tornaconto – legati nel soffrire, nell’amare, come Red e il cavallaro delle colline di Pistoia. Scriveva, il filosofo, di un presentimento pietoso. Un presentimento che dovrebbe impedirci di compiere consapevolmente più male, di esserne causa quando si può evitare, della già abbondante dose di male che l’uno all’altro ci infliggiamo mentre siamo intenti a vivere e darci un senso.

Un cavallo è un animale grande eppure docile; è un erbivoro, non sbrana, occorre parlargli con pazienza, dicono gli etologi, ringraziarlo spesso. Cosa prova un cavallo lanciato in corsa in un circuito stretto e sabbioso, con gente che urla e che si fa gli affari suoi, con niente all’orizzonte che assomigli a una corsa libera? Cosa prova un cavallo quando la zampa cede, come è successo nel 2014, quando caracolla e si spezza, quando lo devono tenere fermo e in un assurdo gesto di pietà sparargli fino alla morte? Lo sapete voi che pensate che non sia poi così importante? Lo so io che non riesco a non pensarci? Lo sappiamo, eccome, e sappiamo che lo dice in una lingua terribile che è quella di tutte le vittime ed è intraducibile, ma tutti la sentiamo. Ha paura.

Ecco, perché io voterò contro la Giostra dell’Orso, voterò indipendentemente dal giudizio di amici o parenti, indipendentemente dal dibattito sull’animalista buono e l’animalista cattivo, indipendentemente dal senso comune, che dice di passare oltre, dopotutto è solo un cavallo. Anche io sono solo un essere umano. E non voglio avere paura.  

Commenti   

#1 marta guerrini 2016-03-01 22:16
Cara Francesca,
hai scritto davvero un piccolo capolavoro.
Che piacere e che commozione leggere le tue parole.
Molto ben argomentato, emotivo senza essere retorico, con una logica così semplice da non offrire il fianco a nessun attacco.
Andrebbe stampato e affisso!
ti ringrazio.
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