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Innamoriamoci della democrazia non di chi comanda

Nicola Cariglia Nicola Cariglia

di Nicola Cariglia*

E che altro si può augurare con quello che si vede in giro! I motivi per i quali si dividono gli italiani nelle loro scelte politiche potrebbero strappare qualche sorriso, se la situazione, secondo il noto aforisma, non fosse grave, ancorché non seria.

C’è chi raduna le masse promettendo di rottamare e asfaltare chiunque ne intralci il cammino (Renzi) e intanto asfaltato è stato lui al referendum e forse anche sulla via della rottamazione.

C’è chi raggiunge lo stesso obbiettivo promettendo massicce dosi di galera a questa casta di disonesti (Grillo) e intanto in galera e sotto inchiesta ci sono finiti anche i suoi: pochi, è vero, ma veloci perché al potere si erano appena affacciati.

Altri, infine, lo fanno instillando l’idea che sarebbe un buon affare lasciare al loro destino i poveretti che affollano il Mediterraneo su malsicuri barconi, avendo pagato pochi centimetri quadrati a caro prezzo (Salvini, Meloni).

La politica a questo si è ridotta: lotta per il potere attraverso il consenso guadagnato ad ogni costo, soprattutto vellicando gli istinti primordiali degli elettori. Qualcuno ha sentito mai parlare di un’altra politica? Quella che cerca di affermarsi creando speranze, intercettando problemi, suggerendo soluzioni, facendo sognare un mondo migliore per tutti noi, non asfaltature, rottamazioni, galera, stragi in mare?

Se si intendesse la politica come scontro di idee per garantire migliori condizioni di vita, più libertà, più istruzione alle donne, agli uomini, ai bambini e ai vecchi, non avremmo sistemi elettorali che tolgono ai cittadini la scelta dei loro rappresentanti. E nemmeno cambiali in bianco sottoscritte per gli ultimi governi (Monti, Letta, Renzi).

E’ capitato a tutti di sentirsi dire che dovevamo accettarli perché “altrimenti chi? Dimmi quale potrebbe essere l’alternativa!”. Si tratta della più ipocrita e capziosa delle argomentazioni. Perché, ogni volta, dava per scontato che non si dovesse votare. Non si dovesse, cioè, affidare alla responsabilità del popolo la risposta. Tanto si trattava di stabilire chi dovesse comandare, non chi dovesse fare cosa.

Ricordate il coro di giornali, opinionisti e politici per convincerci che eravamo all’ultima spiaggia? In tre anni si è visto che Monti era la quartultima, Letta la terzultima, Renzi la penultima. Così radicato è il timore del cambiamento, che persino Giorgio Napolitano venne considerato una ultimissima spiaggia, tanto da chiedergli di prolungare la sua permanenza al Quirinale, già durata sette anni. Mattarella ci ha poi dimostrato che non c’era motivo di rimpiangere Napolitano, mentre Napolitano ci ha fatto rimpiangere di non averci pensato prima a Mattarella.

Dunque, proprio alla luce di ciò che abbiamo appena vissuto, smettiamola con gli uomini della provvidenza e con i Santi (non ce ne sono molti in giro!). Se un augurio si può fare per il 2017 e per gli anni che verranno, è di capire che non sono insostituibili gli uomini. Ma la democrazia. Che non ammette pause e sospensioni. E pretende che siano i cittadini a scegliere non solo “chi comanda” ma, soprattutto, per fare cosa.

*direttore www.pensalibero.it

 

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