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Per promuovere lo sviluppo occorrono banche del territorio più coraggiose

di Daniela Fedi*

Pistoia - L’articolo dell'avv. Alessio Colomeiciuc - pubblicato da Reportpistoia nel mese di ottobre - è ricco di molte sollecitazioni e ci invita a leggere l’economia locale a partire da una visione lunga, che tenga conto dello scenario macroeconomico che fa da cornice ad ogni lettura puntuale.

I fenomeni contingenti vanno inseriti in un contesto più ampio e complesso, che conferiscano loro un quadro di senso, caratterizzato dalle trasformazioni epocali che abbiamo sotto gli occhi. Trasformazioni peraltro avvenute con una accelerazione mai provata da quando l’uomo abita la terra. La velocità del cambiamento è stata forse l’elemento più caratterizzante e spiazzante con cui abbiamo dovuto imparare a convivere e che stiamo ancora metabolizzando. La straordinarietà di questa fase del tutto nuova ha stravolto stili di vita, culture, ritmi, modi di pensare ed anche modi di fornire risposte, da parte delle imprese, ai bisogni delle persone, creando ricchezza che (forse troppo) occasionalmente si riversa sui territori che l’hanno prodotta, rispondendo a dinamiche competitive internazionali di non immediata comprensione.

Il pregevole pezzo di Colomeiciuc ci fornisce un punto di partenza oggettivo per una riflessione che parta da dati certi. Dieci anni fa nella nostra provincia – ci dice il presidente della Cassa di risparmio di Pistoia e della Lucchesia - erano attive circa 30.000 imprese ed il sistema bancario, con tutti i suoi limiti, era ben rappresentato ed articolato, con un tasso di sofferenze inferiore al 4% degli impieghi. In questo periodo si sono perse circa 1500 aziende con punte, nei settori tipici di almeno tre importanti aree della provincia, che hanno ridotto di oltre un terzo la presenza delle aziende. E non per un virtuoso spirito di aggregazione strategico atto ad affrontare i mercati internazionali, ma per cessazione o fallimento. La disoccupazione e le sofferenze bancarie sono più che raddoppiate, mentre le esportazioni ed i consumi in generale hanno visto ridurre notevolmente la domanda aggregata e dunque le vendite e dunque il Pil-reddito nazionale, e potremmo continuare il percorso in una spirale negativa.

Ad aggravare la situazione va posto in evidente la stretta creditizia che le imprese hanno dovuto fronteggiare. Al precipitare degli affidamenti bancari non ha potuto più di tanto neppure l’immensa massa di liquidità che il governatore Draghi ha tenacemente immesso sui mercati finanziari con lo strumento del Quantitative Easing e che, la settimana scorsa, ha confermato di voler continuare ad immettere ancora, seppure al ritmo di 30 miliardi di euro al mese invece di 60. Ma perché uno strumento di politica monetaria tanto potente ha partorito un topolino? Perché non ha colto l’obiettivo primario della banca centrale riportando l’inflazione al tasso ottimale intorno al 2%? Perché ha prodotto invece un’impennata sui depositi bancari che non si sono trasformati in impieghi per famiglie ed imprese?

Evidentemente qualcosa si è inceppato.

A livello macro, probabilmente, ha avuto un ruolo rilevante la mancata coerenza fra le politiche monetarie espansive della BCE e le politiche di bilancio recessive dei governi nazionali (come il nostro) indotte da una già eccessiva esposizione debitoria ed a entrate in calo anche a causa della riduzione dei redditi. E forse l’obiettivo di Basilea di ricapitalizzare le banche non ha funzionato molto bene, non le ha rese abbastanza solide da affrontare una burrasca tanto forte.

Forse gli strumenti di finanza innovativa non si sono ben adattati alla dimensione d’impresa tipicamente piccola (o micro) e dunque si continua a far credito sulla base della presenza di garanzie reali piuttosto che sul merito creditizio che valuti la qualità delle idee imprenditoriali e la qualità del management. Troppo spesso fondata, quest’ultima, su un’elevata capacità d’intuito per gli affari e di arte di arrangiarsi, piuttosto che sulla cultura imprenditoriale fatta di conoscenze tecniche e competenze sociali.

Un dato fra tutti risulta piuttosto spiazzante della panoramica offertaci da Colomeiciuc, il dato sui depositi bancari elevati e addirittura in crescita presso le banche del territorio.

Naturalmente in una fase di sfiducia verso il futuro e bassi tassi di rendimento degli investimenti finanziari, mantenere i propri risparmi in forma liquida è una scelta comprensibile per le famiglie, che in Italia mantengono ancora una propensione al risparmio molto elevata.

Questi dati sono confermati anche dai rapporti presentati Martedì scorso al convegno romano che celebrava la 93ª giornata mondiale del risparmio. Pur evidenziando un andamento in ripresa sul livello di fiducia, essi rilevano che la preferenza per la liquidità è sempre alta e riguarda più di 2 italiani su 3. Chi investe lo fa solo con una parte minoritaria dei propri risparmi. Sembra che l’investimento ideale non esista più. Gli italiani si dividono in 3 gruppi quasi omogenei: il 33% ritiene che proprio non ci sia (maggioranza relativa, +1 punto rispetto al 2016 e +6 punti percentuali rispetto al 2015), il 31% lo indica negli immobili (+1 punto sul 2016), il 29% indica gli investimenti finanziari reputati più sicuri. Ultimi, con il 7%, sono coloro che indicano come ideali gli strumenti finanziari più rischiosi (-1 punto percentuale sul 2016). Il risparmiatore italiano rimane attento alla (bassa) rischiosità del tipo di investimento, ma in misura minore rispetto agli anni scorsi. Cresce invece la rilevanza della solidità del proponente (dal 24% al 30%). Stabile è l’attenzione ad attività che aiutino lo sviluppo (17% vs 18% nel 2016).

Bene, allora è forse proprio su quest’ultimo elemento che dovremmo focalizzare la nostra attenzione.

Se nel nostro territorio si rileva una propensione alle forme di gestione più sicure e liquide del risparmio ma poi il sistema bancario non riesce a trasformare questa grande massa di denaro in credito alle imprese e dunque in investimenti produttivi, la ripresa arriverà molto più lentamente da noi. Per promuovere lo sviluppo allora cosa serve? Servirebbero banche del territorio più coraggiose o più interessate a partecipare allo sviluppo locale perché qui hanno la sede centrale dei propri interessi. Ce ne sono?

Servirebbero organizzazioni che offrano servizi finanziari avanzati anche per le Pmi locali. Servirebbero strutture specializzate nel raccogliere risparmio e canalizzarlo verso investimenti produttivi.

E’ chiedere troppo?

* Coordinatrice GdL Economia – Associazione Progetto Pistoia

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