Domenica, 24 Dicembre 2017 18:29

Lo striscione razzista al liceo. Gli anticorpi nella cultura e nel linguaggio

Di Alberto Vivarelli

Lo striscione piazzato fuori dal Liceo scientifico “Amedeo di Savoia”, non merita di sprecare troppi aggettivi: idiota.

Ma è un segnale gravissimo, che non può essere né sottovalutato né banalizzato, tantomeno derubricato a ragazzata.

Cominciamo dal luogo. La scuola è il luogo del sapere, della conoscenza, il terreno per eccellenza del confronto, del ragionamento sulle cose. E' il luogo della didattica, ma anche della crescita e del rispetto, dell'accoglienza. Leggere quella frase fa riflettere, perché mostra in maniera plastica che il razzismo, anche nella nostra città, ha trovato terreno fertile. E' la seconda volta che uno striscione razzista compare davanti ad una scuola, era già successo alla media Anna Frank. Ma siamo convinti che Pistoia abbia gli anticorpi robusti per fermare questa deriva, a partire proprio dai giovani.

Ma è anche necessario uno sforzo collettivo per capire, in maniera laica, dove e come, tutti noi, abbiamo sbagliato. Perché nelle nostre città si aggira, ormai da anni, un fenomeno che non è più uno spettro: l'intolleranza.

Sicuramente da troppo tempo viene tollerato un linguaggio sempre più violento che alimenta la rabbia e spacca la comunità dando forza ad una visione manichea della società: da una parte i buoni, dall'altra i cattivi. Dello Ius Soli (che è il tema scatenante) si deve parlare, le forze politiche, i cittadini devono confrontarsi per trovare - se possibile - un terreno comune, ma se nel confronto si inseriscono le paure, se si esasperano i toni, i risultati sono gli striscioni davanti al liceo e alla scuola media. Con gli slogan non si va da nessuna parte. Il razzismo nasce dalla paura, la paura del diverso, la paura di "perdere" qualche diritto. E su queste paure c'è chi gioca in maniera cinica. Quel messaggio è idiota e pericoloso, come pericolosi sono coloro che lo hanno scritto ed esposto, ed ancor più pericolosi sono coloro che minimizzano o, addirittura, giustificano, perché così facendo alimentano un terreno di coltura che apre scenari devastanti.

I temi dell'accoglienza e dei diritti civili sono complessi, nessuno ha la ricetta giusta ma proprio per questo tutti devono alzare l'asticella del confronto, abbandonando la moda degli slogan. “No Ius Soli” o “Si Ius Soli”, servono solo a dare sfogo ad un pensiero che non si riesce a mettere insieme compiutamente, mentre invece è necessario spiegare con pacatezza. E capire.

L'approdo ad una società multiculturale e multietnica è nelle cose, pensare di fermarlo con slogan o striscioni è come credere di fermare il vento con una rete da pesca. Invece, quel vento deve essere sfruttato per gonfiare le vele dell'intelligenza. Francia, Inghilterra, Germania - tanto per rimanere sul suolo europeo - hanno già fatto i conti con il fenomeno e, seppur tra molte contraddizioni e problemi ancora aperti, lo hanno risolto mantenendo ben salde le proprie identità culturali, le proprie tradizioni. Un multiculturalismo che non ha certo minato le radici cristiane dei tre popoli, perché sono rimaste ben salde le regole della convivenza, fatte di diritti e doveri uguali per tutti.

Anche in Italia siamo di fronte ad un bivio: gestire il fenomeno o subirlo. E non saranno certo i social network, consolidati veicoli di odio sociale, a indicare il percorso.

“Qualche volta – scrive Michele Di Salvo - dovremmo rifletter sul peso delle parole, assumerci la responsabilità di quello che diciamo e di come lo diciamo. Non rendendocene conto, le parole hanno oltre che un peso specifico, la straordinaria capacità di ‘creare’ la realtà, non semplicemente descriverla”.

Quando un esponente politico parla, non esprime solo un parere personale, indica la linea ai "suoi", una linea che a volte viene declinata in maniera violenta. E’ necessario, quindi, che chi ha responsabilità pubbliche cambi il proprio linguaggio; parlare di invasione è una sciocchezza (quest’anno di sbarchi sono diminuiti di oltre il 33%), paventare chissà quali rischi è una stupidaggine, continuare la litania del costo dell'accoglienza (garantito in gran parte dall’Europa) è pericoloso perché alimenta la rabbia.

Pericoloso come il buonismo. La politica deve dare risposte non solo alle paure, ma anche alla percezione della paura. Pistoia è meno sicura di qualche anno fa? Assolutamente no, ma la percezione non è questa e quindi bisogna lavorare anche per tranquillizzare chi si “sente” in pericolo. Anche a Pistoia, quindi, c’è la percezione di una minor sicurezza, una percezione a cui si deve rispondere non solo con telecamere e controllo del territorio – pure necessari - ma con più cultura, più confronto. Fondamentali sono le regole e il loro rispetto. Chi arriva in Italia deve adeguare i comportamenti alla nostra legislazione, chi viola la legge deve essere espulso nelle forme e con gli strumenti previsti dai trattati internazionali. Punto. La politica, le istituzioni lo hanno garantito? No. Le nostre carceri sono piene di cittadini stranieri: è un loro diritto? Si è fatto qualcosa per trovare accordi per la detenzione nei loro Paesi d’origine? Se espulsi, rischiano tutti la pena di morte?

L’accoglienza è l’altro grande tema. L'accoglienza è un dovere, ma vedere gruppi di giovani che per ore ed ore stazionano fuori dai centri di accoglienza senza far niente, giocare a pallone o ascoltare musica, è insopportabile anche agli occhi ed ai cuori più aperti. Si ritiene che questi comportamenti non alimentino la rabbia delle persone? Perché occorrono ancora tre anni per capire se un richiedente asilo rientra nella fattispecie di coloro che hanno diritto ad essere ospitati? E' un tempo congruo? E perché nel frattempo non si cerca di utilizzare questi giovani nei lavori socialmente utili? Per la loro stessa dignità, ma anche per favorire un minimo di integrazione.

La politica, quindi, ha un compito importante, quello di ricucire il tessuto a tratti lacerato, della comunità, guardando meno agli interessi elettorali e di bottega e più ai bisogni ed ai timori dei cittadini, di tutti i cittadini. Ma la risposta vera non può che arrivare dalla gente, che spesso ha mostrato più equilibrio e sensibilità della politica. Non si riparte come gruppi chiusi in un fortino, ma come singoli cittadini che tornano ad essere comunità, cittadini che si riappropriano di un senso di appartenenza aperto al nuovo.

Auguri a tutti.

 

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