Venerdì, 05 Gennaio 2018 09:35

Ritrovare l'anima della città al tempo della politica biodegradabile

di Francesco Lauria

Pistoia - Esattamente un anno fa, in questi giorni, si concludeva la realizzazione della lettera aperta alla città dell'Associazione Pistoia in Comune.

Un esercizio collettivo che rifletteva sul cambiamento necessario e rigenerativo in una città governata, per settanta anni, sempre dalle stesse famiglie (di sangue e politiche) e partiti (nelle varie denominazioni).

Nel precedente mese di dicembre avevo raccontato lo tsunami di Parma 1998, l'esperienza esaltante, in parte contraddittoria, con il grande "eretico della sinistra" Mario Tommasini e auspicato che anche a Pistoia il governo dell'arroganza e dell'inconcretezza venisse superato.

Alla fine, un po' inaspettatamente, tutto questo è successo.

Il blocco di potere consolidato è stato sbaragliato, convinto come era, esattamente come il centrosinistra parmigiano nel primo scontro con il poi vincente, allora grillino Pizzarotti, di giocare contro: "squadre di serie B".

Chiaramente non ho potuto e voluto votare per la destra e sono rimasto scioccato dal fatto che il grande sforzo profuso per un'alternativa civica, ecologista, partecipativa, per proprie manifeste incapacità e incultura politica, oltre che per l'inadeguatezza individuale e collettiva delle persone e dei processi politici in campo, sia rimasto addirittura fuori dal consiglio comunale.

Ho però ripreso tra le mani quel piccolo documento, magari un po’ ingenuo, che aveva tentato di aprire una stagione di cambiamento a partire non dalle geometrie, ma dai contenuti civici, dalla trasformazione dal basso: tutto ancora assolutamente attuale.

Certo, la luna di miele con il centrodestra dei cittadini pistoiesi sembra continuare senza troppe difficoltà, agevolata da un'opposizione distratta e accondiscendente, forse alla ricerca di spazi consociativi, come è quella del Partito Democratico e dalla rimozione dei problemi e delle scelte vere da compiere.

Colpisce il silenzio e l'afonia del mondo culturale, della cosiddetta "società civile", appare sempre più forte, tra i cittadini, il risentimento, il rancore, l'odio per il diverso, per il povero.

Lo striscione: "Non esistono negri italiani", appeso senza troppo scandalo al liceo Scientifico cittadino di Pistoia prima di un dibattito sullo ius soli fa capire il senso del degrado, la ritirata della cosiddetta "sinistra", ma anche del mondo cattolico dalla politica, dall'impegno civile, in particolare tra i giovani.

Mi chiedo, all'alba di questo 2018, quale sia il filo per riprendere il discorso.

Al tempo delle "armi di distrazione mediatica di massa" (vedi il caso paradossale dei famosi sacchetti biodegradabili) quali sono le parole e le pratiche per ricostruire?

Quali parole per “ritrovare l’anima nella e della città in una comunità sempre più respingente e impaurita?

Mi ha colpito molto la riflessione che l'Associazione Rosa Bianca, fondata nei primi anni ottanta da Paolo Giuntella e ispirata ai giovani martiri tedeschi della resistenza al nazismo, ha proposto in questi giorni.

Scrive la Rosa Bianca, sul proprio sito: “in questi giorni in cui celebriamo il Natale contempliamo l’annuncio di una nascita che si incarna nella nostra storia. Da un luogo apparentemente periferico (rispetto alle sedi di potere, alle nostre ambizioni di onnipotenza, al possesso del denaro e alle garanzie di successo) ci raggiunge una proposta di vita nuova, per ciascuno e ciascuna di noi.

La memoria della nostra nascita si accompagna con la constatazione di una natalità che ci accomuna”.

In una recente pubblicazione: “Vita fragile, Vita comune” il sociologo Ivo Lizzola ci suggerisce una riflessione significativa a partire dall’accogliere e dal lasciarsi visitare.

“L’accoglienza rinasce come stile di rapporto, si vive nella capacità di povertà. Anzi a condizione di una certa capacità di povertà. Accogliere, allora, è lasciarsi leggere e 'visitare' in quel che si è e in quel che si ha da offrire. Ci si accoglie, appunto, nell’incontro tra differenze (che è sempre un po’ un dramma) e nell’esposizione. E così può nascere una disposizione al fare spazio: ad altri, alla diversità; alla realtà delle fatiche che sono da riconoscere, da costruire, da far vivere bene”.

Come scrivono gli amici della Rosa Bianca, in un testo che ha proprio come titolo: “Per ritrovare l’anima della città”: si tratta di cogliere una possibilità per ritornare a ragionare in termini di comunità non respingente e di beni comuni.

“Settanta anni fa – continua la Rosa Bianca - veniva pubblicata la Carta Costituzionale, che ha rappresentato e continua a rappresentare un punto di riferimento per il nostro vivere comune. Tornare a confrontarsi sull’attuazione concreta della nostra Costituzione ci porta necessariamente a parlare di giustizia sociale, di diritti di cittadinanza, di rafforzamento e il cambiamento del ruolo dell’Europa e ad affrontare le possibilità qui ed ora di rifondare un terreno comune da cui ripartire”.

Cito la femminista tedesca Ina Pretorius: “ripartire dalla nascita e dalla comune destinazione di questa Terra, dal riconoscimento di un unico futuro insieme, può aiutarci ad affrontare in modo differente i temi che riguardano il nostro vivere comune”.

Città, nascita, pianeta: tre parole per ricostruire e ricominciare.

Si tratta, come lo era il documento di un anno fa su: “Pistoia in comune”, di un punto di partenza.

Ritrovare l’anima della città, laicamente, è sfida sfidante per la politica, non necessariamente quella portata avanti dai partiti, non necessariamente quella delle campagne elettorali permanenti, in cui si imbarca un po’ di tutto, in cui si inventano simboli senza storia e senza futuro, per avere un voto in più dell’avversario.

In cui ci si distrae, più che concentrarsi sulle soluzioni.

E’ la sfida della buona politica del quotidiano, del “fare spazio”, quella, cito ancora il documento della Rosa Bianca, che trova il tempo di rileggere la pagine illuminanti di un diario di una ragazza, Etty Hilesum, scritte in tempi ancora più bui dei nostri: “Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro ciascuno di noi per poter congiungere le mani in una preghiera”.

Tutto ciò nel tempo di un Natale, in cui in un una scuola si sostituisce: “Gesù con Perù”, e non si comprende che non è cancellando la propria identità, ma arricchendola, che si fa spazio e si può incontrare e accogliere, davvero, l’altro.

Anche in quel piccolo pezzetto di terra e di cielo che è Pistoia, non più capitale, ma, di nuovo, periferia da abitare e ricostruire, in cui, alla fine, nascere e rinascere è soprattutto questione di riconvertire il nostro sguardo.

 

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