Lunedì, 08 Gennaio 2018 11:06

Sviluppo economico: giovani e lavoro, fra disuguaglianze e tecnologia

di Daniela Fedi*

Come promuovere lo sviluppo economico dei territori sfruttando il grande potenziale offerto dalle nuove tecnologie, ma anche riducendo le disuguaglianze ed aumentando l’occupazione?

Ovviamente non stiamo parlando di semplice crescita del PIL. Questo è un elemento necessario, ma non sufficiente. Quello che occorre è che lo Stato, e gli enti pubblici, indirizzino le attività economiche verso settori la cui crescita crei progresso, ovvero aumenti la qualità della vita di tutti i cittadini. E dico “tutti” pensando che, se ciò non accadesse spontaneamente, l’ente pubblico potrebbe sempre operare una redistribuzione della ricchezza, creata attivando adeguate politiche di bilancio.

Vanno in questa direzione tutte quelle azioni degli enti pubblici, territoriali e non, che richiedono l’intervento delle imprese private per sfruttare al meglio le risorse disponibili sul territorio. Per recuperare strutture degradate, ad esempio, e renderle produttive di reddito e occupazione. E questo va bene. E’ sufficiente? Direi proprio di no.

Il livello della disoccupazione giovanile, nel nostro territorio, è particolarmente preoccupante. Siamo quelli messi peggio nella ricca Toscana e ci stiamo allineando verso i livelli delle città del sud, storicamente fra le ultime in classifica, in un’Italia fra le ultime posizioni in Europa. I ragazzi della scuola superiore già sanno che avranno pochissime probabilità di trovare un lavoro una volta diplomati e questo li rende insicuri verso il futuro e poco motivati ad impegnarsi nello studio. La scuola deve cambiare il suo approccio distaccato e, talvolta, saccente e disinteressato verso l’economia reale ed il contesto produttivo del suo territorio. Questa distanza è un problema.

Con la legge sulla buona scuola del 2015 si è operato un vero e proprio shock in tal senso, imponendo l’introduzione obbligatoria delle attività di Alternanza Scuola-Lavoro durante il triennio di tutte le scuole superiori e fornendo ben pochi strumenti a vantaggio delle scuole per allestire una imponente organizzazione che solo poche di esse avevano già allestito volontariamente negli anni precedenti. Qui gli enti territoriali potrebbero aiutare? Certo che si.

Le scuole come si sono difese? Per lo più arrangiandosi da sole e attivando conoscenze individuali tanto per adempiere all’obbligo normativo ma, purtroppo, in pochi casi credendoci. In pochi casi credendo, cioè, che sia importante attivare una stabile comunicazione fra mondo della scuola e mondo del lavoro. Mentre solo questa maggior vicinanza potrebbe facilitare una necessaria e reciproca collaborazione. Questo è soprattutto vero per gli istituti tecnici e professionali, ma non solo. Infatti, anche le competenze cognitive trasversali – in cui nei licei si dovrebbe lavorare di più – non sono acquisite dai nostri ragazzi in modo adeguato.

Ed anche il lavoro svolto nelle Università non migliora di molto il quadro, se l’OCSE ha posto l’Italia all’ultimo posto circa le competenze dei nostri giovani fra i 25 ed i 34 anni. E stiamo parlando di competenze cognitive necessarie per partecipare all’economia e alla società del XXI secolo. I nostri giovani sono ultimi sia nella classifica della comprensione verbale di base (mean literacy score) sia in quella delle competenze più avanzate. Solo il 6% dei giovani italiani possiede le competenze cognitive che abilitano alla selezione delle informazioni, all’elaborazione di sintesi, alla valutazione di evidenze e dell’affidabilità delle fonti, contro il 18% della media OCSE e il 37% della Finlandia. Sono le 8 competenze di cittadinanza europee, che già dovrebbero essere acquisite fra le competenze in uscita dalla scuola superiore.

Per di più i ventenni di oggi sono pochi, sono la metà dei cinquantenni. E solo uno su quattro dei nostri ragazzi studia fino alla laurea. Ed anche su questo le classifiche ci mettono in fondo: solo il Messico fa peggio di noi fra i paesi OCSE.

Allora l’Italia è o non è un Paese un paese per giovani?

In Italia il sistema previdenziale ha modificato in tempi relativamente recenti il suo meccanismo di funzionamento, che era fin dalla sua origine impostato in modo da pagare le pensioni utilizzando i flussi in entrata dai contributi dei giovani. E nonostante la scienza demografica avesse avvertito la politica decenni prima che l’inversione di tendenza in atto avrebbe mandato in crisi il sistema, si è deciso di modificarlo solo quando stava per andare in default. Ma è evidente a chiunque che se i giovani lavoratori sono pochi, essi non possono sostenere il flusso di pensioni verso tanti anziani. Per di più se i tanti anziani hanno acquisito diritti ad erogazioni previdenziali sul modello retributivo e non contributivo (come è previsto, invece, per gli assunti dopo il ‘95).

Tutto ciò ha creato una disuguaglianza pesante fra giovani di oggi e giovani degli anni sessanta-settanta. Per questi ultimi il progresso economico e sociale è stato tutto volto al benessere. L’welfare state all’italiana, in quegli anni, aveva più i caratteri di uno stato assistenziale che di uno stato del benessere. Il debito pubblico è andato vertiginosamente crescendo e, per la verità, lo sta ancora facendo, visto che abbiamo superato il 130% nel rapporto fra debito e PIL. Ma negli ultimi anni buona parte di questo peggioramento è anche dovuto alla riduzione del denominatore del rapporto.

La percezione generale su cosa i sistemi politici potrebbero fare in merito a questa ed altre diseguaglianze (livelli di reddito e patrimonio, disuguaglianze di genere, ecc.) è diventata incerta anche a causa della forte crisi occupazionale che stiamo vivendo. Una crisi nelle condizioni di lavoro capace di generare forti conflittualità sociali, instabilità economica e politica, contribuendo ad allargare il consenso delle agende di stampo populista e sovranista.

Joseph Stiglitz, Premio Nobel per l’economia e saggista statunitense, parla di “capitale tecnologico” inteso sia come hardware (finanza, infrastrutture, macchinari) che, soprattutto, come software (competenze, linguaggi, codici) come elemento necessario ad affrontare le sfide del futuro del lavoro. Se un giorno le macchine dovessero produrre tutto quello di cui abbiamo bisogno, il bagaglio di competenze che ne attivano le funzioni sarà il vero capitale su cui le istituzioni dovranno investire. Da un punto di vista economico, la trasformazione tecnologica tende quindi a ricollocare il lavoro verso attività che polarizzano la domanda di lavoro. Sicché una maggiore produttività – conclude Stiglitz - non diminuirebbe la domanda aggregata di lavoro, ma la polarizzerebbe in base alla preparazione dei lavoratori. In questo senso le politiche pubbliche devono, dunque, pensare a soluzioni utili ad indirizzare nuovi modelli formativi, formali e informali, capaci di costruire nuovi bagagli di competenze in grado di soddisfare la domanda di lavoro dell’era digitale, in una logica di lifelong learning, e di favorire l’inclusione dei giovani nel mercato del lavoro.

Insomma, per occuparsi di sviluppo e di equità sociale bisogna occuparsi di giovani e per occuparsi di giovani bisogna occuparsi di formazione e di lavoro. I Comuni sono l’ente territoriale a più diretto contatto con cittadini, scuole e attività economiche ed hanno il compito “istituzionale” di occuparsi di Sviluppo Economico.

Da dove cominciare? Anche alla luce del recente Convegno dell’Associazione Progetto Pistoia le parole chiave emerse sono due: impresa e competenze.

Le competenze sono quelle che servono per inserirsi nel mondo del lavoro e dunque devono essere declinate da aziende e scuole assieme. Il modello emblematico è quello degli ITS, dove imprese, scuole ed enti pubblici (Comuni) sono soci della Fondazione che gestisce la formazione. E allora è facile far si che le competenze, che gli studenti acquisiscono, siamo in gran parte coerenti con i bisogni delle aziende che li assumeranno. E’ necessario che l’ente pubblico si faccia carico di facilitare la comunicazione fra imprese e scuole superiori del territorio per ottenere lo stesso risultato degli ITS, direttamente o per il tramite delle CCIAA.

Naturalmente le competenze da maturare non sono solo quelle necessarie alla funzione del lavoratore dipendente, ma anche quelle efferenti la cultura d’impresa. E qui si può operare su due direttrici: promuovere progetti di sviluppo dell’autoimprenditorialità – come quelli di Junior Achievement – e poi operare per attrarre nuove imprese sul territorio e facilitare lo sviluppo di start up.

Sempre facendo riferimento a ciò che è emerso al Convegno del 2 dicembre scorso, gli start upper presenti ci hanno detto cosa serve per partire: credito o finanza partecipativa, consulenza-mentoring, piccoli spazi connessi-coworking.

E naturalmente impresa non è solo impresa profit, ma anche impresa sociale e tutto il terzo settore. Le innovazioni sociali che vengono dal basso – e la nuova normativa appena varata - dovranno far fronte all’arretrare del primo settore, quello pubblico, ed all’incapacità del mercato nel rispondere ad alcuni bisogni. Forme di imprenditoria sociale, comunità di cittadini che si organizzano per soddisfare nuovi e vecchi bisogni, per ottimizzare l’utilizzo delle risorse (umane e naturali) o sopperire alla disattenzione della politica, agiscono a contenimento delle disuguaglianze economiche e sociali favorendo al tempo stesso lo sviluppo delle comunità territoriali. Ed il valore aggiunto che esprimono sta soprattutto nella loro capacità di affrontare complessi problemi di natura orizzontale attraverso meccanismi reticolari, gestiti con forme di coordinamento e collaborazione, che gli enti pubblici dovrebbero imitare più spesso.

Insomma, il ruolo dell’ente pubblico è sempre più snello ma essenziale.

E’ il ruolo della politica, delle istituzioni democraticamente elette. In un territorio, solo la politica ha il potere e il dovere di acquisire la leadership ed indicare la rotta. Di indirizzare, coordinare, unire, controllare e promuovere comportamenti virtuosi. Avendo ben in mente la visione della città del futuro e facendo convergere tutte le forze nella direzione del necessario cambiamento.

*Associazione Progetto Pistoia

 

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.