Giovedì, 25 Gennaio 2018 18:54

Fare i pendolari non deve diventare una condanna a morte

di Francesca Mondani

Faccio la pendolare, si può dire, da una vita. Per università, per amore o per lavoro, ho passato gran parte della mia vita adulta cullata dagli altoparlanti delle FS.

Quando sono su un treno riconosco subito quelli che sono abituati a spostarsi in macchina perché commentano tutto quello che vedono passare fuori dal finestrino, si agitano, gridano eccitati come bambini, come se fosse un’avventura, un gioco. A volte non possono esimersi dal commentare quanto sia bello prendere il treno: “non arriverai nel punto esatto in cui devi andare, ma non devi preoccuparti del parcheggio, e poi in treno puoi leggere, puoi dormire, puoi mangiare e guardare i film su Netflix”. Non capiscono che in tutte quelle frasi manca un avverbio: almeno puoi leggere, almeno puoi dormire, almeno puoi mangiare e guardare i film su Netflix.

Puoi leggere finché un ubriaco molesto, salito a bordo senza biglietto, non viene a importunarti chiedendoti spicci o respirandoti sconcezze nell’orecchio.

Puoi dormire finché un cafone non si mette ad ascoltare musica dal cellulare a tutto volume proprio accanto a te.

Puoi mangiare se i gomitoli di polvere, le incrostazioni di gomme da masticare, i residui di panini sparsi per terra e sui sedili non ti tolgono l’appetito.

Puoi guardare un film per distrarti dall’aberrazione che ti circonda se hai il cellulare sufficientemente carico da reggere per la durata dell’episodio, perché le prese della corrente non funzionano e se il treno fa ritardo tu non hai il telefono disponibile per avvertire a casa o a lavoro.

Il treno fa ritardo sempre.

Nessun pendolare, infatti, pensa mai realmente di poter prendere una coincidenza che abbia uno scarto inferiore ai 10 minuti. La motivazione addotta più spesso è il “ritardo nella preparazione del treno“. Che è un po’ come se io mi presentassi in ufficio ogni giorno regolarmente alle 10 anziché alle 9, aspettandomi che nessuno battesse ciglio.

Poi c’è la sempreverde scusa del “ritardo di un treno precedente“, che si sa, con lo scarica barile i politici ci vanno avanti da sempre. Per non parlare del guasto del treno o ai binari, annunciato sui miei treni almeno una volta alla settimana.

Ho sentito anche parlare di “presenza di persone estranee sui binari”.

Di “Vento forte”.

“Neve”.

“Pioggia”.

“Cambiamento dei turni del personale”.

“Investimento“.

Infine, oggi, di ‘”inconveniente di esercizio”.

Nell’italiano che parlo io, un inconveniente è quando trovo tre semafori rossi di fila, o quando in pizzeria perdono la mia ordinazione, o quando lavo per sbaglio una camicia rossa insieme alle lenzuola bianche.

L'”inconveniente di esercizio”, invece, nell’italianese erodiano di Trenord, corrisponde a 4 morti, 10 persone in pericolo di vita e un numero altissimo di feriti, contusi e persone sotto shock. Per ora.

Parole di questo tipo sono un affronto e un insulto. Trasudano una mancanza di onestà e trasparenza che fa accapponare la pelle perché non coinvolge solo le vite di chi oggi era su quel treno, ma di tutte le persone che viaggiano su quella stessa linea ogni giorno, due volte al giorno. Che prendono il treno perché almeno possono leggere, mangiare, guardare film e dormire, perché almeno non devono cercare un parcheggio a Milano; che magari viaggiano in treno per una scelta ecologista, o perlomeno di buonsenso.

Ho perso il treno per Porta Garibaldi per tre minuti, questa mattina.

Se fossi riuscita a prenderlo so che mi sarei congratulata con me stessa, sarei stata felice di poter fare una camminata da Porta Garibaldi a Centrale per andare a prendere la mia coincidenza per Chiasso. Invece a Porta Garibaldi non ci sarei mai arrivata.

Sono salita sul treno che partiva dieci minuti dopo per Greco Pirelli. Sul treno ho mangiato, ho dormito, ho anche pensato di aprire il computer e mettermi a lavorare un po’. Ma a Vignate ci siamo fermati e non siamo più ripartiti.

Inutile dire che continuo a pensare che su quel treno, ancora adesso accartocciato in mezzo ai binari fra Pioltello e Segrate, avrei potuto esserci io. Che adesso, stesa sul divano di casa mia, con un gatto acciambellato terapeuticamente in grembo, mi sento ancora il respiro della morte sul collo. E che tutti i “per fortuna” e i “meno male” che mi sento dire non hanno l’effetto di farmi sentire effettivamente fortunata, ma l’esatto opposto. Continuo a guardare una foto in particolare, dove si vede la fiancata bianca del convoglio macchiata di rosso, e provo solo una rabbia cieca.

Il punto è che non si tratta di una fatalità esattamente come non si tratta di un “inconveniente”.

Anzi le fatalità, secondo il mio terreno e modesto punto di vista, non esistono affatto, perché nel 99% dei casi quelle che chiamiamo fatalità sono in realtà dovute alla totale assenza di giudizio e lungimiranza di una o più persone che, invece di fare quello che dovevano, se ne sono lavate le mani o hanno pensato che non fosse importante. Vedi alla voce: tragedie che potevano essere evitate.

Il punto non è solo che “poteva succedere a me”, ma che può ancora succedere a me. Può ancora succedere a voi, ai vostri amici, alle vostre famiglie. Perché i treni su cui viaggiamo sono sporchi e fatiscenti, perché bastano tre gocce di pioggia a bloccare la circolazione di un’intera linea ferroviaria, perché nemmeno i terrapieni che fiancheggiano i binari sono in sicurezza, perché il rame viene rubato di continuo, perché i vagoni in orario di punta accolgono un numero di persone infinitamente superiore a quello che potrebbero trasportare, perché non ci sono controlli o accertamenti se non quando è troppo tardi. E i soldi che paghiamo per manutenere quei treni, quei binari e quei terrapieni o per creare una corsa in più in orario di punta vengono usati per tutto tranne che per questo. Non voglio fare qualunquismo, puntare il dito a caso, ma c’è un problema di fondo che è molto evidente e mentre un ritardo, per quante ore di vita e impegni personali ti faccia perdere, rimane sempre e solo un ritardo, morire per un guasto al tuo treno mentre vai a lavoro o all’università non è accettabile in nessun caso.

Salire al volo su un treno ringraziando la tua fortuna per poi ritrovarti incastrato, venti minuti dopo, fra i suoi rottami fumanti non è accettabile.

Le parole che mi vengono in mente guardando quei rottami sono forti, ma in tutta coscienza mi sembrano fin troppo tenui per descrivere i responsabili di questa rovina. Perché i responsabili ci sono e devono venire fuori.

Non c’è scusa per l’incuria, per l’avidità, per chi arraffa e distrugge ai danni degli altri.

Io non voglio aver paura di prendere un treno. Fare i pendolari non deve diventare una condanna a morte.

Se avete una voce, è il momento di tirarla fuori.

Voglia di Vivere 06 PISTOIA