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Ungulati. I numeri sono “drogati”, tante alternative alla caccia di selezione

di Fabrizio Geri*

Pistoia - Canto al Balì, caccia e danni degli ungulati: io c’ero. Invitato dal direttore ho partecipato, in scioltezza, a un dibattito televisivo per certi versi paradossale.

Sulla terra tutto è diventato nocivo e in eccesso, dai lupi fino per assurdo alle farfalle e alle api. Almeno questo è emerso in alcuni momenti, da parte degli interlocutori con i quali ho provato ad analizzare i problemi suggerendo soluzioni concrete di buon senso.

Intanto si parte da un dato, condiviso anche dall’amico Nicola Barbarito, su cui sarebbe opportuno indirizzare le energie: lo spopolamento e l’abbandono generale della montagna. Da parte delle istituzioni, della sanità (vedi chiusura ospedale Pacini di San Marcello), con ripercussioni conseguenti su demografia, attività e territorio.

Poi un tema fondamentale: l’assunzione di responsabilità. Ormai si può affermare senza tema di smentita (qualcuno storcerà il naso, amen) che in passato la Forestale ha introdotto i cervi sull’Appennino.

Vengo ai cinghiali dell’est, non autoctoni ma in eccesso sui nostri boschi e fin anche nelle periferie della città, più grossi e caratterizzati da più cicli riproduttivi all’anno e con numerosa prole (diversamente dagli autoctoni che si riproducono una volta), che non sono venuti da noi né in treno né in aereo (come del resto non hanno raggiunto le isole a nuoto): mi chiedo se le associazioni faunistico venatorie hanno per caso intenzione di fare finalmente il mea culpa. Aspetto risposta: non si può creare tutto questo allarmismo e non accennare alle cause del problema.

La politica, insieme alla Forestale (oggi Carabinieri), che doveva controllare, non ha vigilato ma si è limitata ad assistere a questo “giochino” del ripopolamento che poi è sfuggito di mano.

La soluzione? La sterilizzazione laparoscopica, che negli anni determina una consistente diminuzione delle nascite. In passato venivo ingiustamente deriso quando ne parlavo, ma si tratta di una pratica sperimentata in molti contesti e con successo.

Oppure si può pensare alla cattura e trasferimento in alta quota (di cervi, caprioli e daini) con riqualificazione ambientale (creazione di habitat, senza che debba migrare nelle aree antropizzate per procacciare il cibo): con l’alce, nel nord Europa, ha funzionato.

Solo in ultima istanza e di fronte all’evidente necessità posso prendere in considerazione la caccia di selezione: ma prima devono essere percorse tutte le soluzioni. La politica non deve inseguire il facile consenso dei cacciatori, garantendo a prescindere il “divertimento” di andare a sparare, né può abdicare al proprio compito, quello della responsabilità e della visione del lungo periodo.

Le soluzioni basta solo volerle vedere. L’Accademia dei Georgofili ha recentemente presentato i risultati di una tecnologia ad ultrasuoni, testata anche a San Rossore, per allontanare gli ungulati dalle colture agricole. Anche Marco Cei, ospite in trasmissione, ha riconosciuto l’opportunità di questo strumento collaudato che però i cacciatori “non conoscevano”.

Basta quindi con lo sterile allarmismo dei numeri drogati, io sono qui pronto a confrontarmi seriamente (senza sentire certa puerile ironia) e senza pregiudizi con rappresentanti dell’Atc e del mondo venatorio. Per dimostrare ancora una volta la ragionevolezza e l'efficacia delle alternative alla "caccia a tutti i costi".

*Co-portavoce dei Verdi

 

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