Sabato, 10 Febbraio 2018 06:28

La tragedia delle foibe, leggere la storia senza ignorare le responsabilità

Lager, foibe, gulag, nomi diversi per definire la medesima tragedia, quella che ha cancellato intere generazioni di donne, uomini, bambini. Tragedie guidate dall'odio.

Oggi si ricorda il dramma delle foibe, circa 20mila persone uccise in maniera brutale tra il 1943 e il 1945 dai partigiani comunisti del regime di Tito. Una tragedia che ha trovato un riconoscimento politico solo nel 2004, quando il Parlamento italiano istituì il Giorno del ricordo da celebrare, ogni anno, il 10 febbraio, per commemorare le vittime dei massacri delle foibe e dell'esodo dai territori giuliano-dalmati.

Una decisione assunta alla fine di un lungo percorso tra Italia e Slovenia che ricostruì storicamente la vicenda.

In seguito all'accordo tra Italia e Slovenia. Lavori affidati, nel 1993, ad una commissione storico-culturale italo-slovena costituita per effettuare una ricerca globale su tutti gli aspetti rilevanti nella storia delle relazioni politiche e culturali tra Italiani e sloveni.
La Commissione lavorò dal 1993 al 2000 prendendo in esame il periodo storico 1880-1956. A conclusione dei suoi lavori approvò all’unanimità un rapporto finale, che fu reso pubblico in Italia e Slovenia nel 2001.
Un documento di grande importanza perché ricostruisce la vicenda in un quadro più complessivo di rapporti da sempre difficili tra le comunità italiana e slovena. E cerca di dare una spiegazione storica a quei massacri le cui responsabilità la sinistra italiana per decenni ha cercato di tenere nascoste in un armadio nel nome di una discutibile “fratellanza” tra partiti comunisti.

Perché? E' la domanda che tutti ci poniamo di fronte alla violenza, al massacro di persone innocenti. Perché? Bene, il documento fornisce la risposta senza, peraltro, giustificare alcunché.  Ma dice anche che la vicenda non può essere letta solo con gli occhi del 1943. Vediamo.
Periodo 1880 – 1918
Italiani e Sloveni convivono sotto la monarchia austro-ungarica che è plurinazionale ma incapace di rispecchiare nelle strutture statali la multi nazionalità della società: perciò tende a favorire i contrasti tra le diverse comunità nazionali; nel nostro caso cerca di favorire gli Sloveni, considerati più affidabili degli Italiani. Sugli Italiani, infatti, esercita un’attrazione politico-culturale il vicino Regno d’Italia, mentre gli Sloveni non hanno uno Stato di riferimento e sono frazionati in diversi distretti territoriali.
I contrasti tra Italiani e Sloveni hanno anche un fondamento economico-sociale nella contrapposizione città – campagna: gli Italiani infatti sono insediati prevalentemente nei centri urbani, mentre gli Sloveni eminentemente nelle campagne. La progressiva crescita degli Sloveni in campo economico-sociale e su basi demografiche fa maturare in essi una coscienza nazionale, che, ad esempio, nella Venezia Giulia arriva a mettere in discussione la fisionomia e l’identità della regione stessa: per gli Sloveni l’identità è il mondo rurale che ha conservato l’identità originaria, mentre nelle città l’identità originaria è stata distrutta dall’assimilazione degli Sloveni da parte degli Italiani. Al contrario, gli Italiani sostengono che l’appartenenza nazionale non è data dall’origine etnico-linguistica di un territorio ma dalla libera scelta della popolazione sul piano culturale e morale.
Gli Italiani sono preoccupati dalla rapida crescita degli Sloveni sul piano politico-economico, oltre che demografico, e l’attribuiscono a un certo favoritismo da parte dell’Austria e all’azione della Chiesa cattolica, considerata filoslovena anche per la partecipazione di molti sacerdoti al movimento politico sloveno.
Proprio le tensioni tra le due comunità impediscono l’affermazione di principi liberali sul piano politico-amministrativo. Così le leggi elettorali restano censitarie, cosa che consente nei consigli locali la maggioranza agli italiani anche quando sono numericamente minoranza; forti della maggioranza nei consigli locali, gli Italiani frenano lo sviluppo scolastico sloveno e impediscono la parità tra le lingue nazionali: italiano e sloveno a Gorizia e Trieste, italiano, sloveno e croato in Istria.
Non risultano legami politici tra Italiani e Sloveni: le due comunità si riconoscono più nell’appartenenza nazionale che in quella ideologica di un partito politico. Legami ci sarebbero nel movimento socialista in virtù dei principi dell’internazionalismo, ma anche in questo caso si scontano divergenze tra i socialisti italiani e quelli sloveni, che si manifesteranno, ad esempio, alla fine della Grande Guerra sulla questione di Trieste e della sua identità nazionale.
Alla vigilia della Grande Guerra gli Sloveni vedono in Trieste il potenziale motore dei loro programmi economici e ritengono imminente la loro maggioranza demografica a Gorizia, mentre gli Italiani si rinchiudono in un’intransigente difesa nazionale di un’immutabile fisionomia italiana. Questa intransigente difesa è il terreno per l’irredentismo politico che, per la difesa dell’identità nazionale italiana di Trieste, guarda al Regno d’Italia.
Tuttavia, esiste tra gli Italiani anche una posizione diversa, che riconosce la realtà plurietnica di Trieste e del circondario e mira alla coesistenza tra le due comunità: è questa la posizione di un gruppo di intellettuali (tra cui Slataper e i fratelli Stuparich) che si raccoglie introno alla rivista fiorentina La Voce: questo irredentismo culturale, che cerca il dialogo con le altre comunità nazionali e influenza il movimento socialista triestino, non trova ascolto tra gli Sloveni, che continuano ad essere impegnati nella ricerca della propria identità più che pensare a un dialogo plurietnico.
Il Patto di Londra del 1915, con le sue promesse all’Italia di espansioni territoriali, allarma gli Sloveni e ne rafforza il lealismo verso l’Austria, anche a seguito degli atteggiamenti delle autorità militari italiane nei territori via via occupati.
Alla fine della guerra esplode il contrato sui confini: gli Sloveni invocano un confine etnico coincidente col confine italo-austriaco del 1866; gli Italiani propendono per un confine geografico e strategico a garanzia di una frontiera sicura per le città e la costa italiane e anche a soddisfazione dell’opinione pubblica come compensazione dei sacrifici sostenuti nella guerra.

Periodo 1918 – 1941
Alla fine della Grande Guerra l’Italia ingloba gli sloveni residenti nei centri a maggioranza italiana ma anche distretti interamente sloveni. Gli Sloveni sono favorevoli al nascente Stato jugoslavo e subiscono l’inglobamento come un trauma: un quarto della popolazione slovena viene strappato dal ceppo nazionale, mentre i circa 34 mila sloveni presenti nella Slavia veneta vengono considerati assimilati e perdono ogni diritto al riconoscimento come nazionalità.
L’Amministrazione italiana (prima militare, poi civile) si rivela impreparata alla complessità dei problemi ed è preda di contraddizioni:
Dal 1918 al 1920 le Autorità usano la mano pesante contro gli sloveni favorevoli alla Jugoslavia: vengono sospese amministrazioni locali, vengono sciolti consigli nazionali, viene limitata la libertà di associazione, i tribunali militari pronunciano condanne (carcere contro militari ex austriaci; internamento ed espulsione di intellettuali), appoggio alle manifestazioni di italianità per la definizione del nuovo confine; al tempo stesso i governi liberali italiani fanno promesse alla minoranza slovena; consentono il rinnovo delle rappresentanze nazionali, il riavvio dell’istruzione scolastica in lingua slovena, la ripresa di attività per lo sviluppo del gruppo nazionale; progetto di concessione di forme di autonomia agli sloveni; voto del Parlamento italiano per una politica di tutela della minoranza slava.
La definizione dei confini subisce un ritardo per l’irrigidimento sia della delegazione italiana che di quella jugoslava: questo ritardo favorisce tra gli italiani lo sviluppo di un fascismo di frontiera che coagula le forze nazionaliste sull’asse dell’antislavismo e dell’antibolscevismo, dato che il movimento socialista (con una larga presenza slovena) affermava principi di giustizia sociale e uguaglianza nazionale. In seguito il fascismo conia la categoria slavo comunista per alimentare tra gli italiani l’estremismo nazionalista.
Il fascismo di frontiera scatena una sequela di violenze a partire dal luglio 1920 con l’incendio della sede delle Organizzazioni Slovene a Trieste (a seguito di incidenti a Spalato che avevano fatto registrare vittime sia italiane che slovene). Nella Venezia Giulia l’aggressività fascista può contare sulla complicità di apparati dello Stato italiano già segnati da ostilità antislava.
Il Trattato di Rapallo del 1920 tra Regno d’Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (Jugoslavia) accoglie le richieste italiane: viene amputata di un quarto l’area considerata dagli Sloveni proprio territorio etnico; mentre offre garanzie alla minoranza italiana in Dalmazia (inglobata dalla Jugoslavia), non assicura il rispetto da parte italiana delle minoranze slovena e croata.
La politica fascista
Avviata all’egemonia adriatica, assume ben presto connotati antijugoslavi, sostenuti anche da gruppi capitalistici (non solo triestini) interessati ad espandersi nei Balcani, ottiene il consenso della popolazione italiana della Venezia Giulia.
Viene ignorato il lealismo dei deputati sloveni e croati nel Parlamento italiano, i quali non partecipano alla protesta dell’Aventino del 1924 contro il governo di Mussolini.
Politica di snazionalizzazione delle minoranze nazionali: in Venezia Giulia sono eliminate tutte le istituzioni slovene e croate ricostruite dopo la Grande Guerra; vengono italianizzate tutte le scuole; gli insegnanti sloveni e croati vengono pensionati o trasferiti all’interno del Regno d’Italia o licenziati o costretti ad emigrare; vengono posti limiti all’accesso di sloveni al pubblico impiego; vengono soppresse associazioni culturali, sportive, giovanili, sociali, professionali; vengono soppresse cooperative economiche, istituzioni finanziarie, case popolari, biblioteche; vengono messi fuori legge partiti politici e stampa periodica; viene eliminata qualsiasi rappresentanza delle minoranze nazionali; viene proibito l’uso in pubblico della lingua.
Viene perseguita una bonifica etnica: italianizzazione dei toponimi sloveni; viene imposto l’uso esclusivo della forma italiana di nomi e cognomi; viene promossa l’emigrazione della minoranza; vengono trasferiti sloveni nel Paese o nelle colonie; vengono incoraggiati progetti di colonizzazione agricola interna con elementi italiani; vengono sostenuti progetti economici per distruggere gli strati superiori della popolazione slovena e ridurre lo sloveno allo stereotipo dello slavo incolto e campagnolo da assimilare alla “superiore” civiltà italiana; viene attuata una brutale politica di repressione; la presenza slovena a Trieste e Gorizia viene decimata; vengono dispersi intellettuali e ceti borghesi; viene proletarizzata la popolazione rurale che, però, rimane sulla propria terra. I risultati della politica fascista sono, però, inferiori al programma di distruzione integrale dell’identità nazionale slovena: anche in questo caso il velleitarismo fascista produce meno di quanto la sua retorica promette.
Il fascismo prende di mira anche la Chiesa cattolica, essendo il clero locale punto di riferimento per la coscienza nazionale slovena: aggressioni e provvedimenti di polizia contro il basso clero; forti pressioni sulla gerarchia ecclesiastica di Trieste e Gorizia; rimozione dell’arcivescovo di Gorizia Francesco Borgia Sedej e del vescovo di Trieste Luigi Fogar, i cui successori applicano scrupolosamente le direttive del Vaticano “romanizzatrici” e cioè abolizione della lingua slovena nella liturgia e nella catechesi, anche se la lingua sopravvive clandestinamente, specie nelle campagne, ad opera di sacerdoti simpatizzanti della corrente cristiano – sociale.
Alla politica fascista si aggiunge la crisi economica degli anni Venti e Trenta, sicché si registra un robusto flusso migratorio dalla Venezia Giulia che coinvolge anche italiani.
Risultato della politica fascista: agli occhi della maggioranza degli sloveni si afferma l’equivalenza tra Italia e fascismo, tra italiani e fascisti; benché alcuni sloveni aderiscano al fascismo, la maggioranza slovena sviluppa avversione e finanche odio contro tutto ciò che è italiano.
Ben presto si affermano forme di resistenza slovena all’oppressione fascista: in particolare la gioventù di orientamento nazionalista, collegata anche con servizi segreti jugoslavi e poi anche britannici, reagisce alle violenze fasciste con la violenza, progettando e attuando azioni dimostrative e atti di terrorismo che, a loro volta, provocano durissime repressioni. Alla metà degli anni Trenta le organizzazioni clandestine slovene abbandonano la rivendicazione di un’autonomia culturale e progettano il distacco dall’Italia dei territori considerati etnicamente sloveni o croati. A queste rivendicazioni il Tribunale speciale per la difesa dello Stato risponde comminando molte pene detentive e 14 condanne a morte, di cui 10 eseguite.
Dal canto suo il Partito Comunista d’Italia, dopo aver considerato in un primo tempo il movimento irredentista sloveno un fenomeno borghese, passa a riconoscerlo negli anni Trenta come alleato nella lotta al fascismo e al nazismo; nel 1926 riconosce agli sloveni e ai croati nei confini italiani il diritto all’autodeterminazione e alla separazione dallo Stato italiano e afferma lo stesso diritto per la minoranza italiana nei confronti della Jugoslavia; nel 1934 sottoscrive con i partiti comunisti jugoslavo e austriaco una dichiarazione di impegno a riunificare il popolo sloveno in un suo Stato; nel 1936 stipula un patto d’azione col movimento rivoluzionario nazionale degli sloveni e dei croati con l’intento di dare vita a un ampio fronte antifascista, mentre l’antifascismo nella Venezia Giulia resta prevalentemente di impronta liberale e democratica.

Periodo 1941 – 1945
Con l’attacco tedesco all’URSS la 2^ guerra mondiale si caratterizza come guerra totale, una guerra che, violando qualsiasi norma del diritto internazionale e qualsiasi norma etica, punta alla completa distruzione degli avversari. In questa spirale di violenza sono coinvolte anche le terre a nord dell’Adriatico.
L’attacco italiano alla Jugoslavia nel 1941 acuisce le tensioni tra Italiani e Sloveni: l’occupazione da parte italiana terrorizza gli sloveni, la fine della guerra (col trionfo sloveno) terrorizzerà gli italiani.
Alla prospettiva di annientamento degli sloveni con la ipotizzata spartizione dei territori sloveni tra Italia, Germania e Ungheria risponde con forte motivazione la resistenza slovena.
Contravvenendo al diritto internazionale, che non autorizza l’annessione durante una guerra di territori occupati finché non si stipuli un trattato di pace, l’Italia annette la provincia di Lubiana. All’inizio dell’occupazione il regime fascista segue una politica moderata che fa apparire agli sloveni l’occupazione italiana un male minore a fronte di un’eventuale occupazione tedesca. Dal canto loro gli sloveni elaborano due diverse strategie di opposizione: il Fronte di Liberazione sostiene un’immediata resistenza armata, alla quale aderiscono tutti i ceti senza distinzione politica; gli esponenti delle forze liberal-conservatrici propendono per una preparazione clandestina in vista di una resa dei conti alla fine della guerra.
Alle azioni dei partigiani il regime fascista risponde trasferendo i poteri dalle autorità civili a quelle militari: ne conseguono condanne al confino, deportazioni, internamenti, processi con corti militari, sequestro e distruzione di beni, incendi di case e villaggi, migliaia di morti, circa 30 mila deportati (per lo più civili, donne e bambini) di cui molti muoiono di stenti, disegni di deportazione di massa. La violenza tocca l’apice nel 1942 durante l’offensiva italiana per il controllo sulla provincia di Lubiana.
Le autorità italiane sostengono le forze politiche slovene anticomuniste, le quali vedono nel movimento partigiano il pericolo maggiore e perciò scelgono di collaborare con gli italiani. Nella Venezia Giulia la lotta di liberazione, guidata dal partito comunista sloveno, fa leva sulle istanze nazionaliste di unione alla Jugoslavia di tutti i territori abitati da sloveni, anche se la maggioranza della popolazione fosse italiana. Dal canto loro gli Italiani utilizzano gli stessi mezzi di repressione messi in atto nella provincia di Lubiana.
Dopo l’8 settembre 1943 le forze armate italiane e elementi dell’amministrazione civile lasciano indisturbati i territori sloveni anche con l’aiuto della popolazione. Nell’autunno 1943 i vertici del movimento sloveno e successivamente gli jugoslavi fanno propria la determinazione della popolazione della Venezia Giulia che il territorio appartenga alla Slovenia unita. Agli Italiani subentrano nell’occupazione i Tedeschi che, per controllare il territorio, fanno ricorso alla violenza estrema, servendosi come manovalanza sia di formazioni militari italiane che slovene. Gli sloveni collaborazionisti sono uniti da obiettivi anticomunisti e antipartigiani ma divisi da reciproche diffidenze che ne provocano anche scontri armati. Certamente numericamente più consistenti sono i movimenti di opposizione all’occupazione tedesca: contro di essi i Tedeschi utilizzano la Risiera di San Sabba (la stessa utilizzata per la raccolta degli ebrei e il successivo trasporto verso i campi di sterminio) per eliminare gli antifascisti sloveni e croati e anche italiani.
La partecipazione della popolazione slovena al movimento di liberazione è vasta, mentre più frenata è quella della popolazione italiana sia per timore dell’egemonia slovena sia per effetto dell’eccidio di italiani compiuto da croati in Istria nel 1943 (foibe istriane). Non mancano forme di collaborazione tra italiani e sloveni: tra i due partiti comunisti, tra le bande partigiane italiane e slovene (le une e le altre rafforzate da militari italiani), tra i comitati di unità operaia, tra il Fronte di Liberazione sloveno e il CLN italiano. Ma non mancano neppure le divergenze: nella Venezia Giulia la resistenza fu più plurinazionale che internazionale, perché entrambi i movimenti erano condizionati dagli interessi nazionali. Gli sloveni volevano l’annessione dei loro territori alla Jugoslavia, il PCI si opponeva a tale idea finché la sua posizione fu mutata dal controllo sloveno sulle formazioni garibaldine e dalla conquista da parte slovena della federazione comunista di Trieste; il CLN giuliano (dal quale i comunisti uscirono nel 1944) sosteneva gli antifascisti italiani nella difesa della sovranità italiana sulla regione. Il contrasto tra Fronte di Liberazione e CLN rese impossibile un accordo sull’insurrezione finale sicché ognuno dei due movimenti attese nella Venezia Giulia il proprio liberatore: la 4^ armata popolare jugoslava o l’8^ armata britannica. Ovviamente i liberatori degli uni erano gli invasori degli altri. A questo clima di collaborazione e divergenza vanno ascritti anche episodi di scontri armati tra bande partigiane di diverso orientamento.
Alla fine della guerra il controllo jugoslavo sui territori contesi viene salutato con entusiasmo dalla maggioranza degli sloveni e anche da quegli italiani che erano favorevoli a Tito, mentre viene vissuto come una tragedia dai giuliani che preferivano restare con l’Italia.
I titini scatenano un’ondata di violenze a Trieste, nel Goriziano e nel Capodistriano, non solo contro italiani ma anche contro quegli sloveni che erano contrari al progetto politico comunista jugoslavo: centinaia di esecuzioni sommarie con le vittime gettate nelle foibe (ma non ci sono prove sicure che vi venissero gettate vive); deportazioni di militari e civili, che in parte vengono uccisi durante i trasferimenti o muoiono di stenti nei campi di internamento nelle diverse zone della Jugoslavia, tra cui Borovnica.
Tutto questo in un clima di resa dei conti secondo un progetto politico preordinato che prevede l’eliminazione di soggetti e strutture collegabili al fascismo, al nazismo o al collaborazionismo, ma anche l’epurazione degli oppositori, veri o presunti, all’avvento del regime comunista e all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia.

Periodo 1945 – 1956
Dal 1945 al 1947 nella Venezia Giulia e nelle Valli del Natisone ci sono due amministrazioni militari anglo-americane e il governo militare jugoslavo: le amministrazioni militari alleate non hanno una preferenza spiccata per le rivendicazioni italiane o per quelle slovene, mentre il governo militare jugoslavo amministra il territorio assegnatogli coerentemente col proprio disegno di annessione. Dopo il 1945 la contrapposizione globale tra Est e Ovest (guerra fredda) ha effetti sugli atteggiamenti dei governi, ma anche delle popolazioni al confine tra Italia e Jugoslavia: le relazioni italo-jugoslave vengono assorbite nella logica della guerra fredda.
Nel 1948 l’imminenza delle elezioni politiche in Italia induce i governi occidentali a sostenere la restituzione all’Italia del territorio Libero di Trieste, mentre la rottura tra Tito e URSS li induce a sostenere parte delle rivendicazioni jugoslave. Così il Memorandum del 1954 conclude la controversia tra Italia e Jugoslavia in senso vantaggioso per la Jugoslavia: gli italiani possono vantare il ritorno di Trieste all’Italia ma devono scontare la perdita dell’Istria che sarà vissuta come un trauma nella memoria collettiva; gli jugoslavi annettono le aree slovene del Carso e dell’alto Isonzo e il Capodistriano (nonostante una consistente presenza italiana) come sbocco al mare della Slovenia, ma non ottengono i centri urbani di Gorizia e Trieste. Questa conclusione comporta che tutta la popolazione croata della Venezia Giulia si ritrova nella Repubblica di Croazia che fa parte della Federazione jugoslava, mentre restano comunità slovene in Italia (Trieste, Gorizia, Udine) e comunità italiane in Jugoslavia. In realtà la comunità italiana in Jugoslavia è numericamente ridotta dall’esodo giuliano-dalmata (particolarmente rilevante in Istria, anche per il terrore indotto dagli eccidi delle foibe): quest’esodo coinvolge anche molti sloveni e croati, prima dai territori italiani occupati dai titini, poi dai territori assegnati alla Jugoslavia dal Trattato di Parigi del 1947.
Il ripristino dell’amministrazione italiana sui territori precedentemente occupati dai titini viene accompagnato da manifestazioni di rancore contro la precedente occupazione jugoslava: numerosi episodi di violenza contro sloveni, specie se simpatizzanti della Jugoslavia; diffidenza delle autorità italiane verso gli sloveni; precarietà degli sloveni nelle Valli del Natisone, ai quali non viene riconosciuto lo status di minoranza nazionale, sicché non hanno il diritto all’insegnamento della propria lingua e al suo uso pubblico; difficoltà del clero sloveno con le autorità italiane civili e religiose.
Problemi complicati dal ritardo dell’istituzione della Regione Friuli-Venezia Giulia (1963).

 

Voglia di Vivere 06 PISTOIA