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Martedì, 20 Marzo 2018 15:15

Ripartire dai nostri errori per farci trovare pronti

di Maurizio Bozzaotre*

Pistoia - La nostra sconfitta alle elezioni politiche del 4 marzo è stata pesantissima e assume le proporzioni di una disfatta epocale.

Non mi riferisco soltanto al Partito Democratico - che a Pistoia ho l’incarico di rappresentare - ma dell’intero campo politico del centrosinistra. Al di là dei numeri - già di per sé impietosi - sarà sufficiente ricordare che dei tre “poli” in competizione il nostro è quello arrivato terzo. Non era mai successo.

Mai come questa volta una riflessione che sia vera e severa sulle cause di quanto accaduto è assolutamente necessaria.

Partendo dall’alto - come si faceva una volta - è evidente che la natura delle trasformazioni che le nostre società stanno vivendo è profonda, e va probabilmente oltre la capacità della politica di indirizzarle.

Le sfumature sono diverse da paese a paese, ma il quadro è il medesimo: ci troviamo di fronte a una generale crisi del sistema di relazioni umane e lavorative nel quale eravamo abituati a vivere da generazioni. Questo accade perché in realtà noi tutti siamo ormai entrati in un nuovo sistema socio-economico, risultante dal combinato disposto fra la straordinaria rapidità della innovazione tecnologica e la estrema volatilità dei capitali.

Si tratta di un mutamento epocale prodotto da una gigantesca rivoluzione tecno-economico-produttiva pari a quella industriale di qualche secolo fa, per di più in forme enormemente più rapide, quindi drammatiche. È indubbio che questa combinazione stia determinando una sempre maggiore sofferenza reale in termini salariali, unita alla diffusione della precarietà e alla crisi del welfare state nelle sue principali articolazioni: salute, scuola, ammortizzatori sociali, pensioni.

Tutto ciò determina una fortissima insicurezza, che a sua volta produce insoddisfazione (per non dire rabbia) che trova sbocco politico in un voto di protesta contro i partiti tradizionali; quegli stessi partiti che pure ci avevano portato ad un livello di benessere diffuso e in Europa avevano contribuito alla costruzione in maniera decisiva la costruzione di un modello insuperato di sicurezza sociale.

In questo scenario, le forze e i movimenti che si richiamano alla tradizione politica e culturale del centrosinistra si trovano maggiormente svantaggiate rispetto ad altre, poiché esse si trovano più di altre ad essere strettamente legate alla natura e alle sorti della sovranità statale. Il fondamento di quella felice costruzione che va sotto il nome di Stato sociale dipende(va) infatti in larga misura dalla capacità delle istituzioni statali di poter svolgere attivamente politiche fiscali ed economiche che si ponessero come obiettivi la piena occupazione e la redistribuzione del reddito a favore dei meno avvantaggiati. Ma questa capacità - come ha notato da ultimo anche Massimo Cacciari - oggi viene radicalmente messa in crisi dai mutamenti di cui si diceva: si può ben dire come i limiti della sinistra finiscano drammaticamente col coincidere con i limiti della stessa sovranità statale. E difatti non è per nulla casuale che a prevalere nelle competizioni elettorali siano proprio quelle forze che invocano a gran voce un ritorno alla sovranità statale.

Si tratta però di un’invocazione che non tiene conto di quanto oggi il quadro sia radicalmente mutato rispetto ad un passato anche recente, e della necessità che, in questo nuovo sistema che per comodità chiamiamo “mercato globale”, quel necessario “recupero” di sovranità politica non possa che avvenire ad un livello sovranazionale, se davvero si vuole - come si deve - continuare nel perseguire gli obiettivi di giustizia sociale e di tutela dei più deboli.

La crisi del centrosinistra italiano si inscrive perciò a pieno titolo nella più generale crisi della sinistra europea e dello stato sociale come lo abbiamo conosciuto. Tuttavia, se è giusto alzare la palla della nostra riflessione, non possiamo poi disinvoltamente buttare quella stessa palla in tribuna rimuovendo una parte importante di verità: la sconfitta del 4 marzo è anche figlia delle specificità del caso italiano e degli errori che da noi sono stati commessi in questi anni di governo. Io ne vedo innanzitutto due, nell’ambito dei quali se ne possono forse ricomprendere altri.

Il primo. Noi abbiamo avuto la pretesa - di più: la presunzione - di raccontare un Paese uscito dalla crisi basandoci sulla sola forza dei numeri (il PIL, la crescita, l’occupazione, ecc.). E abbiamo sbagliato. Non perché i numeri fossero sbagliati o falsi, ma perché i numeri possono tutt’al più rendere una fotografia della realtà. Ma una fotografia non è la realtà. La realtà ci dice che c’è sì una parte di Paese che è ripartita, ma anche che ce n’è un’altra - di gran lunga più ampia, purtroppo - che dalla crisi non è uscita affatto, e anzi in tanti casi sta peggio di prima.

Il filosofo Walter Benjamin diceva che le idee stanno ai fatti come le costellazioni stanno alle stelle. Anche se lui inserisce questa frase in un ragionamento assai più articolato e raffinato, noi possiamo tuttavia cercare di trarne un’indicazione da tenere a mente, da qui in avanti: tutte le volte in cui pretendiamo di applicare - o magari imporre - dei “modelli” (che siano di società, di città, di convivenza tra diversi, ecc.) non possiamo prescindere da quella che è la realtà dei fatti e dalla loro percezione; e non possiamo prescindere dagli interessi (quelli legittimi, ovviamente!) e dai bisogni che quegli interessi esprimono o rappresentano. Non possiamo più permetterci - a nessun livello - di far calare dall’alto “visioni” più o meno illuminate che non siano frutto di un reale percorso di condivisione collettiva e che si pretendano essere immodificabili e inderogabili.

Queste ultime considerazioni mi portano a richiamare il secondo degli errori commessi.

Se prendiamo in esame la vicenda politica del centrosinistra italiano durante la storia della cosiddetta “Seconda Repubblica”, ossia dal 1994 ad oggi, dobbiamo registrare che nei periodi in cui noi siamo andati al governo abbiamo “sofferto” di due eccessi diversi. Governare significa, da un lato, elaborare delle proposte esaminando le varie opzioni sul tavolo; dall’altro, operare delle scelte tra queste opzioni. Insomma: quando si governa c’è (e ci deve essere) il momento della discussione e poi c’è (e ci deve essere) il momento della decisione. Naturalmente, in entrami i momenti è imprescindibile un ancoraggio ad una piattaforma valoriale in cui ci si riconosce, politicamente e culturalmente, come donne e uomini di centrosinistra.

Ecco, credo si possa affermare che durante i primi vent’anni del centrosinistra abbia largamente prevalso il primo dei due momenti: la montagna di discussioni, documenti, dichiarazioni programmatiche e quant’altro ha partorito - quando lo ha fatto - risposte insoddisfacenti, sia sul piano quantitativo che qualitativo. Tant’è vero che quando ci siamo presentati agli elettori da maggioranza di governo uscente (nel 2001 e nel 2008) siamo stati sonoramente puniti. E però, mi pare che si possa dire altrettanto tranquillamente che in questi ultimi anni abbia prevalso l’eccesso opposto: abbiamo cioè messo in campo una notevole quantità di riforme - di cui il Paese aveva strenuamente bisogno, non dimentichiamolo - senza che però vi fosse sempre stato in precedenza quel necessario approfondimento nella fase di elaborazione delle proposte. E anche qui abbiamo commesso l’errore di ignorare che quanto più incisiva e ambiziosa voglia essere una riforma, tanto più si rende necessaria un’accurata ponderazione e una paziente costruzione dal basso e con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati. Il pensiero va in primo luogo (ma non solo) alla riforma della scuola e al naufragio popolare della riforma costituzionale. Governare, a tutti i livelli, comporta certo l’avere un progetto, una visione, uno slancio riformista, ma richiede anche (e soprattutto) la pazienza della condivisione e dell’ascolto.

Cerchiamo, per una volta, di imparare dai nostri errori. E, se possibile, di non commetterne ulteriori. Per esempio, è ovvio che un ricambio del gruppo dirigente nazionale del Partito Democratico dovrà essere operato, nelle modalità che i nostri organismi sovrani andranno a stabilire; ma sarebbe profondamente sbagliato, oltre che ingiusto, pretendere di azzerare tutto e tutti perché i risultati non sono stati quelli che si speravano. Nei partiti seri non è così che funziona: non solo non è giusto ma nemmeno producente, ricordando che c’è comunque un 18% di elettori che hanno pur sempre dato fiducia al progetto che il nostro Partito ha espresso. E ricordiamoci anche che nei partiti vale l’opposto della parabola evangelica del buon pastore: la linea politica di un partito non possono pretendere di dettarla le “pecorelle” scappate o “smarrite”, bensì quelle che nel recinto sono rimaste. Certo, quelle rimaste, e i “pastori” che esse esprimono nei congressi e negli altri momenti di confronto interno, debbono avere l’intelligenza di comprendere che è giunto il momento di aprire finalmente quel recinto a tutti coloro che vogliano contribuire ad una discussione vera, anche severa se necessario. Spero però che non si commetta l’errore di voler a tutti i costi sbaraccare quel recinto predicando un improbabile ritorno al passato e abbandonando ogni vocazione riformista e maggioritaria. Si finirebbe soltanto per costruire un altro recinto, ancora meno permeabile, che forse ci farebbe riguadagnare qualche punto percentuale ma lascerebbe in piedi tutti i nodi irrisolti di cui si diceva prima.

Ma questo - caro Direttore - noi non possiamo permettercelo. Perché adesso quei nodi - peraltro già abbondantemente venuti al pettine - coloro che hanno vinto queste elezioni dovranno affrontarli sul serio. E io credo - e, da cittadino, temo - che alla prova dei fatti si renderà manifesto che, siccome soluzioni semplicistiche a problemi complessi non ve ne sono, certe mirabolanti promesse elettorali non potranno essere mantenute. E allora, visto l’altissimo tasso di volatilità elettorale, cosa succederà? Che sarà di quella insoddisfazione e di quella rabbia? Dove troverà il suo sbocco stavolta?

Tanto per capirsi meglio: in tutta sincerità e pur riaffermando decisamente la mia lontananza politica e culturale, io non credo che si debba aver paura di Salvini o Di Maio. Credo però che ci sia seriamente da aver paura di quello che potrebbe venire dopo. Ecco perché il centrosinistra, in Italia ed in Europa, dovrà farsi trovare pronto nel raccogliere la sfida prossima ventura. La domanda è se pensa di farlo riproponendo un radicalismo massimalista e barricadero, oppure proponendo un riformismo fortemente innovatore che sia però realmente vicino a quella insoddisfazione e sia realmente in grado di dare le risposte che servono a chi ha più bisogno. Magari cercando stavolta di non confondere la realtà con la fotografia. Questa è la riflessione che ci attende. Non abbiamo molto tempo, sarà il caso di cominciare subito.

* Segretario Partito democratico di Pistoia

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