Domenica, 04 Novembre 2018 22:23

Lavoro domestico, servizi e sindacato: abbassare l’asticella dei diritti alimenta un’inutile guerra tra poveri

di Serena Visco e Francesco Lauria

Come operatori sindacali e come cittadini siamo rimasti colpiti dalla vicenda segnalata da Reportpistoia rispetto al duro conflitto economico tra una badante e la famiglia datrice di lavoro.

Si tratta di una situazione abbastanza frequente in cui le parti spesso forniscono versioni molto diverse e in cui, prima di prendere iniziative, occorre approfondire, stante la componente “informale” che spesso affianca il contratto di lavoro di chi vive nella stessa abitazione del proprio assistito e della sua famiglia.

Non ci interessa entrare ulteriormente nel merito della vicenda, ma rispondere alla serie numerosa di commenti all’articolo che l’ha descritta, nei quali abbiamo letto attacchi generici non solo al sindacato, ma anche al semplice intento di far valere i propri diritti da parte dei lavoratori, specie se “stranieri”.

Il sindacato deve stare a fianco di tutti i lavoratori e le lavoratrici: “badanti”, operai, impiegati, italiani, stranieri, giovani e meno giovani.

Questo non significa, ovviamente, mettersi contro “il cittadino”, anzi, in una società sempre più frammentata e complessa, spesso la tutela non si ferma al posto di lavoro, ma si estende alle persone anche in quanto consumatori, inquilini, utenti di servizi pubblici gestiti in forma sussidiaria.

Passare una giornata in un ufficio vertenze o in altri uffici di servizi del sindacato aiuterebbe molti censori dell’inutilità o, peggio, della nocività delle organizzazioni dei lavoratori a rendersi conto della situazione reale. Una realtà che, invece, è spesso manipolata da media che alimentano divisioni tra le persone con l’illusione della disintermediazione.

A chi, addirittura, invoca l’eliminazione del contratto nazionale delle “badanti” o altre misure ancor più drastiche vorremmo ricordare che abbassare l’asticella dei diritti (che non significa certo soprusi o privilegi) significa abbassare la tutela per tutti, lavoratori e cittadini, italiani e stranieri.

Dal tenore di alcuni interventi traspare una sorta di “razzismo di mestiere”, un atteggiamento liquidatorio e irrispettoso verso le competenze e la professionalità di chi si occupa dei nostri anziani, nelle abitazioni, come nelle strutture sanitarie e residenziali, siano essi italiani o stranieri non importa.

Si tratta di una deriva molto pericolosa.

Dobbiamo scoraggiare, combattere, il lavoro nero e il lavoro grigio, intrecciando incentivi all’emersione e repressione dei fenomeni di sfruttamento e, non di rado schiavismo e, contemporaneamente, riaprire con razionalità canali di ingresso legali per gli immigrati: insomma, il contrario di quanto auspicato da diversi commentatori dell’articolo.

Quello italiano è un mercato del lavoro “opaco”, poco incline a riconoscere e valorizzare capitale umano e competenze, strutturalmente poco aperto a percorsi di emancipazione e riconoscimento sociale attraverso il lavoro.

Gli anni della crisi hanno trasformato spesso l’azione del sindacato e, nello specifico anche degli uffici vertenze: sempre meno conflitti sul livello di inquadramento o sulla natura dei contratti, sempre più situazioni al limite in cui è difficile far recuperare ai lavoratori e alle lavoratrici stipendi e contributi dovuti, diritti essenziali.

Non sono poche, nella civile Pistoia, le lavoratrici lasciate a casa in occasione della maternità, discriminate spesso in forme subdole e non immediatamente evidenti solo per il loro essere donne e madri.

Gli uffici vertenze del sindacato, spesso sottodimensionati, con i loro limiti, non sono certo non panacea di tutti i mali, ma sono una spia molto importante sul nostro mercato del lavoro e, più in generale, sulla nostra società.

Questi uffici non sono certo uno strumento per fare business: la crisi, ma anche l’esplosione di una logica individualista, spesso comporta il mancato rimborso al sindacato delle spese impegnate nelle vertenze stesse, anche se vanno a buon fine.

Una esplosione di egoismo che è anche spia del frantumarsi di un orizzonte di senso collettivo che purtroppo favorisce, anche tra i lavoratori, atteggiamenti meramente opportunistici.

Non occorre quindi costruire nuovi muri, nuove guerre tra poveri, non occorre (ulteriormente) abbassare l’asticella dei diritti, ma discernere nelle situazioni in un’ottica di co-responsabilità.

Solo così potremo invertire la rotta e promuovere un lavoro di qualità, a partire dalle situazioni di “marginalità”, che, invece, devono poter considerare il lavoro (e la ricerca del lavoro) come strumento di emancipazione e inclusione sociale.

Siamo pericolosamente vicini, infatti, ad un punto di non ritorno: in cui la coscienza perduta si disinteressa non solo del valore della persona, ma anche degli effetti sull’economia reale e sulle politiche sociali con una competizione sempre più spinta verso il basso e, talvolta, ai confini della legalità.

Ripartire dall’orizzonte di senso, dal lavoro come fatto sociale e relazionale, come elemento di coesione, è la strada per ricostruire una visione non individualistica a partire, concretamente, dalla tutela della componente più debole, sia essa esercitata in forma individuale o collettiva.

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2 commenti

  • Link al commento Giovanni Martedì, 06 Novembre 2018 07:30 inviato da Giovanni

    Si insomma è il sindacato che fa chiudere le imprese. Ma per favore!!! Quanta retorica liberista in questo commento, ma lo sa il commentatore che non è che se si fa un conteggio uno ha diritto al risarcimento? Che ci sono moltissimi passaggi e tutele? Si preferisce il far west del lavoro? diciamolo chiaramente allora.

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  • Link al commento Alessandro Baronti Lunedì, 05 Novembre 2018 11:39 inviato da Alessandro Baronti

    Leggo nell'articolo della CISL molta retorica autoassolutoria. Io invece voglio attenermi al fatto di cronaca per ribadire la cattiva fede di certe organizzazioni dei lavoratori che consapevolmente pongono in atto le stesse modalità persecutorie, sia per imprese e aziende , che per anziani non autosufficienti spesso malati terminali e famiglie stremate. Se volete essere credibili dovete fare questa distinzione: con i fatti !

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