Venerdì, 11 Gennaio 2019 17:51

Sosterrò Zingaretti, le ragioni dell’unità

di Maurizio Bozzaotre*

Pistoia - Dopo averlo comunicato alla direzione provinciale del Pd Pistoia in una riunione lo scorso lunedì, sento il dovere di enunciare anche qui le ragioni per cui al congresso nazionale del Pd ho deciso di sostenere la candidatura di Nicola Zingaretti.

Innanzi tutto, mai come questa volta si tratta di una scelta ponderata e meditata. Non voglio nascondere il fatto che, se ci fosse stato Marco Minniti in campo, quella sarebbe stata la mia scelta; purtroppo Marco ha deciso di ritirare la sua candidatura e anch’io, come tanti, ho dovuto riflettere e attendere la presentazione delle proposte e delle mozioni programmatiche per esprimere, a ragion veduta, la mia preferenza.
Molto semplicemente, io credo che, tra le varie opzioni in campo, quella di Nicola Zingaretti sia la migliore rispetto alle cose (su cui dirò) che il Partito democratico deve fare da qui ai prossimi anni.
Questa mia affermazione non vuole affatto intendere che altre scelte siano cattive o non siano in grado di guidare il Pd. Ho grande stima degli altri candidati e rispetto profondamente le scelte di coloro che hanno deciso di sostenerli. Nella mia vita politica ho sempre cercato di interpretare i momenti di confronto interno non come una sfida tra avversari che si fronteggiano - come una sorta di match di tennis, o peggio ancora di pugilato! -, ma come una competizione più simile alle gare di corsa dell’atletica leggera: ognuno ha la sua corsia e deve fare la sua corsa senza invadere scorrettamente la corsia altrui; alla fine vincerà il migliore. E il fatto che alla fine ci sia un vincitore non vuol dire che tutti gli altri concorrenti non abbiano diritto e dignità di partecipare, che non siano “boni” a correre.
Ecco, io credo che Nicola Zingaretti abbia una marcia in più rispetto ai suoi competitori rispetto alla corsa che ci attende (il che, in piena aderenza a quanto appena detto sopra, non vuol dire affatto che gli altri non sappiano correre o marciare…o che ci si debba per forza prendere a pallate o sberle!), e vorrei cercare di spiegare perché secondo me.
Intanto, comincio dal “negativo”, da quello che non è.

In questi giorni ho letto attentamente le mozioni, e devo dire che in quella di Zingaretti non ho trovato traccia o indizio delle accuse che a volte gli vengono mosse. Non c’è traccia di “rifare il Pds” o di “fare accordi con il M5S”, ad esempio. Trovo anche che la critica agli errori commessi dai nostri governi di centrosinistra (che ci sono stati, altrimenti non ci troveremmo dove siamo) sia equilibrata e scevra da eccessi sterilmente polemici o “colpevolisti” a prescindere.
Su questo ultimo punto - prendo subito il toro per le corna -, sono assolutamente d’accordo con Elisabetta Gualmini (che pure ha deciso di sostenere Zingaretti) quando scrive: «sarebbe stupido pensare che la débâcle del Pd sia solo dovuta ai suoi dirigenti o al suo leader. I partiti progressisti hanno sofferto ovunque, soprattutto laddove hanno governato, e ricondurre la crisi della sinistra solo ai fatti di casa nostra sarebbe fuorviante. Probabilmente con un altro leader al posto di Renzi le cose sarebbero andate ancora peggio. Ma sono la reazione e i tempi della reazione a non essere stati adeguati. Di fronte a sconfitte colossali non si traccheggia, non si guarda indietro, non ci si aggrappa all’eravamo bravissimi ma non ci hanno capito, non si spera di vivacchiare o sopravvivere aspettando il cadavere degli altri sulla riva del fiume». Più lucidamente di così non saprei dire.
La mozione credo contenga un’analisi molto attenta e lucida della realtà politica di oggi, ossia che Lega e M5S non siano affatto la stessa cosa, e non lo sono anzitutto su un piano fondamentale, ossia quello dell’elettorato che li ha votati. Lo dimostra, tra le altre cose, la circostanza che nel dibattito pubblico e mediatico il campo sia oggi pressoché interamente occupato da queste due forze politiche, che tutti i giorni recitano, alternativamente, il copione sia della maggioranza che dell’opposizione al loro stesso Governo.

E allora il Pd?

Ecco, in questo tritacarne che è oggi divenuto il dibattito pubblico/social mediatico nazionale, il Pd sembra consegnato alla irrilevanza, che è assai peggio dello stare all’opposizione. Ma questo non accade per caso o solo per il tasso di faziosità della stampa. Accade perché, come diceva Gualmini poco sopra, ci siamo confinati in una opposizione che si esercita quasi unicamente nella indignazione o nello sberleffo, limitandosi nella sostanza ad aspettare il ritorno a “casa” dei consensi di coloro che, delusi dal Pd, hanno fatto il 4 marzo altre scelte di voto, preferendo i “cialtroni” e gli “scappati di casa”.
Ecco, io credo che in questo atteggiamento ci sia un errore di fondo, psicologico prima ancora che politico. Perché, quale che sia il giudizio sull’attuale governo (il mio è assolutamente negativo, va senza dire), non sta scritto proprio da nessuna parte che una seconda “delusione”, per quanto cocente, ti faccia tornare automaticamente a chi ti ha deluso la volta prima; in altre parole, ci vorrà ben altro per convincere chi, per una ragione o per l’altra, si è allontanato dal Pd in questi ultimi anni che non l’additare al pubblico ludibrio sull’uso del congiuntivo o sull’ennesima incoerenza del governo (vedi l’ultimo decreto salva-banche).
No, ci vuole ben altro, visto il tasso di ostilità che oggi purtroppo circonda il Pd, nei ceti medi e in quelli popolari. Un’avversione che per molti è direttamente proporzionale al tasso di delusione di cui dicevo. Un'avversione/delusione che più di ogni altra cosa dovrebbe spingerci verso un profondo rinnovamento, a cominciare dalle pratiche e modalità che legano il nostro stare insieme come comunità politica, e dovrebbe darci la spinta per aprire questa comunità al tentativo di allargare il più possibile il campo sociale e politico del centrosinistra.
Ho letto attentamente il programma di Nicola Zingaretti, e devo dire che mi ci ritrovo profondamente, nei toni e nelle parole. Mi pare una impostazione genuinamente e seriamente riformista.
Il punto è per me dirimente e voglio essere certo di spiegarlo bene.
Il tasso di riformismo non lo si misura, secondo il mio parere, su un piano meramente quantitativo: il numero delle riforme approvate dal Governo o dal Parlamento. O almeno non solo su quello. Non v’è dubbio alcuno che nell’ultima stagione del centrosinistra al governo siano state approvate una notevole quantità di riforme - di cui il Paese aveva strenuamente bisogno, non dimentichiamolo. Il punto è che però spesso non vi è stato quel necessario approfondimento nella discussione e nella elaborazione delle proposte, che infatti non a caso sono state percepite come calate dall'alto.
Quando si governa c’è (e ci deve essere) il momento della discussione e poi c’è (e ci deve essere) il momento della decisione. Noi spesso, purtroppo, abbiamo privilegiato il secondo dei due momenti trascurando il primo. E qui abbiamo commesso l’errore di ignorare che quanto più incisiva e ambiziosa voglia essere una riforma, tanto più si rende necessaria un’accurata ponderazione e una paziente costruzione dal basso e con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati. Governare, a tutti i livelli, comporta certo l’avere un progetto, una visione, uno slancio riformatore, ma richiede anche (e prima) la pazienza del dialogo e della condivisione. E qui, anche nell’epoca contemporanea, rimane fondamentale il ruolo del partito (soprattutto quando sei al governo) nella elaborazione delle proposte e nella diffusione delle stesse, un ruolo drammaticamente sottovalutato in questi ultimi anni. Mi pare che nella mozione Zingaretti questo punto sia lucidamente chiaro e venga assunto come necessario punto di partenza per ogni progetto che voglia dirsi ed essere genuinamente rifomista.
Il Pd deve cambiare profondamente, «non con un generico spostamento “più a sinistra”» (copyright Nicola Zingaretti), ma con un pensiero riformista nuovo, dove il "fare" sia connesso ad un "sapere", e assumendo la consapevolezza che le ricette per i mali dell’età contemporanea (gli squilibri, le ingiustizie, l'insicurezza) sono in gran parte tutte da immaginare.
Una pagina nuova si sta aprendo nella storia del Pd, una pagina in cui dovrà tornare ad avere un ruolo fondamentale quella parola tante volte risuonata in tanti luoghi negli ultimi mesi: unità. Una unità che sono certo verrà ritrovata nella fase successiva al congresso, chiunque sarà a prevalere, e che sarà dovere e responsabilità di tutti mantenere, senza per questo rinunciare al coraggio della discussione e alla chiarezza della proposta.
Nel mio piccolo, credo fortemente che questa sia la via, l’unica che abbiamo se davvero vogliamo uscire dalla irrilevanza e riprendere il posto che spetta al Pd. Una nuova fase nella quale dovremo costruire un programma di alternativa che sappia venire incontro alle esigenze di un popolo ormai stremato dalla più lunga crisi economica che si ricordi. Senza nulla togliere agli altri candidati, io credo sinceramente che Nicola Zingaretti sia la persona giusta e abbia quella marcia in più per fare quello che dobbiamo fare. Per farci trovare pronti.
Buon congresso a tutte e tutti!

*Segretario comunale del Partito democratico


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