Lunedì, 18 Febbraio 2019 16:49

I Cobas: sulla centralità dell’esperienza di Vicofaro

La domanda che penso sia necessario porsi è come mai tanto accanimento da parte dell’attuale potere politico, locale e nazionale, nei confronti di una esperienza come quella di Vicofaro.

Infatti se guardiamo l’attività promossa da Don Biancalani nella sua parrocchia con la testa sgombra dalle ideologie razziste e xenofobe che sono diffuse a piene mani dall’attuale ceto politico al governo, è facile rendersi conto che a Vicofaro viene svolta un’attività utile a tutta la collettività pistoiese perché permette a tanti giovani africani, che altrimenti sarebbero costretti a vivere in condizioni di estremo disagio  con tutte le conseguenze che ciò comporta, di avere un luogo di socializzazione dove è possibile trovare un letto e un pasto.

Lascio immaginare a chi ci legge cosa accadrebbe se fosse interrotta l’attività di accoglienza nei confronti degli oltre 130 migranti attualmente presenti a Vicofaro.

Allora è evidente che l’accanimento nei confronti di Vicofaro ha altre ragioni, così come ha altre ragioni il processo che ha portato alla chiusura della splendida accoglienza messa in campo a Riace dall’ex sindaco Mimmo Lucano.

Una prima considerazione necessaria è legata al fatto che le politiche repressive messe in campo dall’attuale governo non sono una caratteristica dell’Italia, ma stanno dentro uno scenario internazionale che ha visto il sorgere di nazionalismi aggressivi, nel tentativo di colmare il vuoto di legittimità lasciato dalla crisi determinata dalle politiche neoliberiste a partire dal 2008. Solo se guardiamo attraverso questa lente le politiche razziste e xenofobe imposte a livello globale dal capitalismo in crisi, possiamo capire anche il motivo per cui esperienze come quelle di Vicofaro e Riace (ma ce ne sono molte altre) siano entrate nel mirino del governo Salvini-Di Maio.

Oggi i decisori politico-economici tentano di ricostruire la propria egemonia nei confronti di società impoverite dalla crisi e dall’austerità, intorno all’idea di una fortezza da difendere contro l’invasione dei migranti. Una politica però dal respiro corto perché la crisi dentro la quale ci troviamo non è una crisi qualunque perché è crisi di sovrapproduzione di merci, dalla quale il capitalismo è incapace di uscire a meno di scatenare una terza guerra mondiale.

Per questi motivi chi non accetta lo stato di cose presenti deve impegnarsi sul piano teorico-pratico nella decostruzione della narrazione tossica che cerca di scaricare sul fenomeno migratorio la responsabilità dell’impoverimento delle società occidentali.

Per quanto riguarda il nostro Paese, dopo la trasformazione in legge del cosiddetto “Decreto Salvini”, non si tratta più di organizzare una semplice resistenza mediante le pur necessarie manifestazioni di piazza. Oggi è invece fondamentale la costruzione di una pratica sociale che moltiplichi le forme autonome di accoglienza, praticando disobbedienza civile nei confronti dei diktat governativi. Una disobbedienza non legata solo a motivi umanitari, ma praticata soprattutto come contrasto ad una politica che mediante una legislazione repressiva punta a spostare la responsabilità delle disuguaglianze dovute all’attuale sistema politico-economico sui migranti che di questo sistema sono le prime vittime.

Proprio da queste considerazioni emerge la centralità di un’esperienza come quella di Vicofaro, dalle quali consegue anche che le iniziative antirazziste che vengono prese a livello locale non possono non avere come punto di riferimento la pratica disobbediente di Don Biancalani, pratica che oggi si pone al livello più alto del conflitto sociale che si è aperto con le politiche razziste iniziate dal centrosinistra (vedi gli accordi con i tagliagole libici dell’ex ministro degli interni Minniti) e portate a compimento dal governo Salvini-Di Maio. Chi non assume questa centralità non può non essere sospettato di opportunismo e di uso strumentale della tematica antirazzista.

Carlo Dami

Portavoce provinciale COBAS

 

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