Giovedì, 17 Maggio 2018 21:14

Villone Puccini, sofferenze e amore all'ombra del parco

Il Villone Puccini Il Villone Puccini

di Gina Nesti

Ci sono luoghi a Pistoia ricchi di storia e di storie da raccontare, da vivere e da ricordare.

Storie rimaste nascoste nei cuori delle persone che le hanno vissute e che gelosamente le conservano.

Le ville Sbertoli e Villa di Scornio, conosciuta ai più come Villone Puccini, erano luoghi di dolore, di sofferenze, ma racchiudevano anche belle storie di vita, storie di persone che il tempo ha cancellato dalla memoria collettiva; erano luoghi ricchi di umanità come possono esserlo solo quelli in cui la sofferenza e la solitudine vengono condivise.

Il Villone aveva una vita propria, come fosse una piccola città nella città. Negli anni settanta si assisteva a scene singolari e divertenti, che avevano protagoniste le persone anziane che ci vivevano.

Gano, uno dei più conosciuti, ripeteva, camminando avanti e indietro: “Bambole, non c’è una lira”. Gano era un uomo magrissimo che indossava enormi cappotti d'inverno e lunghe camicie d'estate.

Ma le scene più divertenti avvenivano all’interno del bar nel parco: lo “spaccio”, come veniva chiamato all’epoca.

Era come un rituale che si ripeteva ogni giorno.

La mattina presto, all’apertura del locale - in inverno era ancora buio -, un signore molto anziano, che tutti chiamavano Pisa (dal nome della città di provenienza) mentre aspettava il suo caffè corretto,si avvicinava alla donna che, vicino a lui, aspettava la sua ordinazione.

“Rosa dammi un bacio “, diceva rivolgendosi alla donna piccola e curva, mentre cercava di abbracciarla. Lei si girava tutta invelenita e rispondeva a tono: “Vai via Pincone, accidenti a te e a tu' ma'”.

Rosa al bar ci andava per prendere caffè e paste, quelle divise a metà con la crema in mezzo, per le ricoverate che nei vari reparti erano allettate. Con il suo vassoio pieno, partiva dal bar per fermarsi alla fontana, qui scartava le paste, leccava la crema, beveva un po’ di caffè prendendolo da tutte le tazzine per poi riportarle a livello giusto con l'acqua della fontana.

Questo era il suo modo di ripagarsi il piacere che faceva a quelle povere donne che, ignare, mangiavano gli avanzi di Rosa.

Poco dopo le sette arrivava Giovanni Rossetti, un fiorentino con dei baffetti intirizziti. Dopo aver ordinato e scolato una serie di vinsantini, iniziava a tracannare bicchieri di vino da 100 lire al colpo. Beveva con gusto e tra un sospiro e l’altro di piacere provocato da quel nettare che gli scendeva in gola, vuotava il bicchiere, poi girava il bordo tra le labbra ed esclamava: “Che bontà, che squisitezza”.

La carrellata mattutina di personaggi continuava con Tartanella, un vecchio pastore che per tutta la vita aveva portato il gregge al pascolo, mangiato fagioli e pecorino. Era mingherlino con enormi scarpe, lo sguardo strabico non faceva mai capire chi guardasse veramente. Viveva con una vera e propria fissazione, quella di scoprire cosa ci fosse di tanto misterioso sotto le gonne delle donne. Se nei dintorni c’era una signora, dopo qualche bicchierino, con un toscanello tra i denti iniziava a girarle intorno: “Fatemela vedere, vi fo’ stare bene e vi do mille lire”.

Poi arrivava il “Mago”. Si chiamava Giancarlo Martinez, il Paese d'origine era un mistero. Lui si definiva un gitano, uno zingaro. Era la vera star del luogo, sfoggiava cappelli femminili di paglia adornati di rose o indossava maschere di ogni tipo, oppure arrivava incappucciato. Quando faceva il verso dell’anatra a suo avviso sarebbe piovuto. La sua passione era quella di frugare nei bidoni della spazzatura e trovare oggetti da rivendere.

Lo Spampani era un altro simpatico personaggio, piccolo, dall’aspetto di un fungo con un cappello pigiato sulla testa. Quando non aveva soldi, voleva pagare il bicchiere di vino con due fiammiferi perché lui, spiegava, i fiammiferi li aveva pagati e il barista doveva prenderli come merce di scambio. Spesso dopo qualche bicchiere di troppo finiva sdraiato vicino alla siepe che costeggiava lo stradello che portava alla villa e puntualmente arrivavano gli infermieri a recuperarlo.

Il Panerai era uno spettacolo. Quando prendeva il caffè, prima di gustarlo faceva una serie di gesti propiziatori con il cucchiaio per aria che girava e rigirava pronunciando parole che solo lui comprendeva. La sua fissazione erano i piedi chiedeva a tutte le donne di poterli baciare: “Fatemi baciare quei piedini meravigliosi”.

Sofferenze, ma anche amore.

Al Villone sono nate storie d'amore tra ricoverati, come quella tra Ebe e Sandrino. Si sposarono e inizialmente andarono a vivere nella Torretta. Lui lavorava il legno e faceva delle cose bellissime, lei si dava da fare aiutando a volte in lavanderia, a volte in cucina ed era disponibile anche con ricoverati allettati.

Un altro amore fu quello che nacque tra Giorgio, un ricoverato delle Ville Sbertoli, e Penelope che risiedeva al Villone. Giorgio ogni giorno andava a trovare Penelope.

La Manola non era tanto vecchia ma aveva una postura quasi ad angolo retto, sfamava tutti i gatti del Villone e amava fumare le sigarette degli altri, che puntualmente chiedeva a tutti, anche a chi al Villone andava ad allenarsi.

Anche nei reparti si trovavano personaggi da raccontare come Rita Cerini, ricoverata al Villone dopo la morte di Remo. Non aveva perso il vizio di bere, tutte le mattine si faceva portare dal bar un litro di vino, 2 cognac, due caffè corretti e quando l'alcol iniziava a fare effetto cominciava cantare.

La magrissima Angela era cieca e suonava il violino, non usciva mai, lei amava cantare e suonare il suo strumento.

Meravigliosi, indimenticabili personaggi che hanno segnato un'epoca bellissima quella del “Ricovero del Villone” come era conosciuto dai pistoiesi, il luogo che accoglieva le persone anziane sole o che i familiari non erano in grado seguire.

In quegli anni la struttura del Villone Puccini accoglieva oltre 500 anziani autosufficienti, infermi uomini e donne, di un’età compresa dai 60 ai 90 anni.

Chi quell’epoca l’ha vissuta, ricorderà che quel luogo non era un semplice ricovero per anziani bensì una vera e propria scuola di vita, lo è stata per tutti coloro che ci hanno lavorato e per chi ha avuto la fortuna di passare del tempo in quell’ambiente.

Fiumi di vino non bastavano ad affogare la tristezza di quelle persone, che avvolte da nuvole di fumo di sigarette e sigari, amavano raccontarsi. Dentro di loro la vita palpitava come anni prima, come onde impetuose affioravano alla loro mente ricordi, amori, i genitori, gli amici i figli, aneddoti di vita vissuta . Quei genitori ancora presenti nel cuore, che loro avevano in vecchiaia accudito ma che non avevano ricevuto lo stesso trattamento dai figli.

Amarezza e delusione per alcuni, il normale corso della vita per altri. Si capivano i sacrifici fatti per la famiglia, per i figli, poi la pensione e infine la solitudine della vecchiaia, abbandonati in quel luogo che non era la casa dove avevano vissuto per tutta la vita: Persone sole, nella solitudine della vecchiaia nell’attesa della morte.

Sono stati tantissimi i personaggi che ancora oggi si ricordano che hanno fatto la storia di quel luogo.

Quel luogo bellissimo all’interno di un meraviglioso parco con il lago donato da Niccolò Puccini per accogliere gli anziani. Un mondo a sé, il Villone un microcosmo nel macrocosmo. Un villaggio autonomo all’interno della città. Dove tutto era organizzato all’interno di quel mondo sotto la visione delle religiose che abitavano, loro stesse, all’interno di quella struttura. Tutto organizzato nei minimi particolari con il personale gestiva i vari settori: infermieri e inservienti nei reparti, cuochi e aiuto cuochi in cucina dove confezionavano i pasti, dalla colazione alla cena. Il personale in lavanderia che lavava e stirava biancheria e vestiti . Il bar che faceva anche servizio nei reparti ai ricoverati.

I reparti erano così organizzati: l’ultimo piano della villa ospitava gli uomini autosufficienti, fuori dalla villa iniziavano i reparti esterni: San Luigi, Infermeria donne, Sant’Anna, il Pensionato e, distaccata, l’Infermeria uomini.

Quell’epoca è finita e dimenticata, oggi è tutto cambiato non si incontrano più arzilli vecchietti al bar del parco a bere vino e vinsantini. Ma capita a volte nel silenzio del parco di avere l’impressione di risentire quelle voci ed immaginare i volti di quelle persone ormai dimenticate nel tempo .

 

 

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2 commenti

  • Link al commento Simone Giovedì, 24 Maggio 2018 12:19 inviato da Simone

    Grazie Sig.ra Gina,
    Mi ha riportato indietro nel tempo...
    Ha descritto meravigliosamente bene i personaggi dell'epoca.
    Grazie ancora.

    Rapporto
  • Link al commento Angelo Maccioni Mercoledì, 23 Maggio 2018 23:50 inviato da Angelo Maccioni

    No Gina non sono dimenticate ognuno di loro vive ancora nella nostra mente, vivono ancora come hai fatto tu, riportando alla memoria comportamenti di alcuni vecchietti. Il Villone per quelli che hanno vissuto quell'epoca per coloro che ci hanno lavorato è stato anche un maestro di vita.

    Rapporto

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