Giovedì, 24 Maggio 2018 21:58

Quando una pista di pattinaggio diventa il luogo dell'anima

di Gina Nesti

PISTOIA – Ci sono piccole comunità, microcosmi di una città che riescono ad entrare nei cuori della gente e nella storia diventando un patrimonio comune.

E' il caso dei pattinatori pistoiesi, una bella storia scritta a partire da oltre mezzo secolo fa sulla pista di pattinaggio di via Antonini, quella inaugurata nel 1939 insieme alla Casa del combattente. Una storia raccontata nel 2005 con certosina pazienza e dovizia di fotografie da Luciano Bartolozzi, dirigente storico dei pattinatori, in un libro dal titolo "Breve storia del pattinaggio agli ex Combattenti di Pistoia".

La bella favola dei pattinatori iniziò ad essere scritta solo nel dopoguerra, nel 1953, quando la pista fu ampliata alle misure regolamentari (29x40). Da quel momento, la Federazione italiana di hockey e pattinaggio la considerò una tra le migliori in campo nazionale. Non a caso da quell'anno, e successivamente per molti anni ancora, l'impianto fu sede per la stessa federazione, di tutti i raduni di hockey, pattinaggio e corsa, prima che gli atleti affrontassero i campionati europei e mondiali.

Un racconto interrotto nel 1993, quando l'impianto sportivo di via Antonini fu trasformato in un parcheggio.

Cosa rimane di mezzo secolo di sport, fatto di amore e passione per i pattini a rotelle? Fatto da un'amicizia che nemmeno il tempo è riuscito a scalfire. A quel luogo oramai smantellato, rimangono aggrappati soltanto i ricordi di quegli atleti che in tutti quegli anni hanno tenuto alto il nome del pattinaggio pistoiese collezionando vittorie, successi e anche qualche delusione.

Entri nel parcheggio e ti fermi un attimo per afferrare sensazioni lontane. I rumori della strada sono attutiti. Chiudi gli occhi e sembra di sentire ancora lo stridìo dei pattini a rotelle che scorrono sulle mattonelle di granito, i colpi secchi degli scontri contro il legno attorno alla struttura. Chi ama questo sport e lo ha praticato riesce ancora a sentire, negli spazi della memoria, lo sbattere delle mazze contro la palla, le grida dei tifosi. In quel luogo quanta energia, quanta fatica e sudore, quante lacrime di gioia e di delusione. Un patrimonio immenso di oltre mezzo secolo racchiuso tra gli edifici di via Antonini. Un patrimonio indelebile nella mente e nei cuori di chi in quel luogo ha vissuto momenti e emozioni.

E’ soprattutto nel ricordo di un gruppo di ragazzi di allora che l’hockey è ricordato e raccontato.

Ti appoggi alla balaustra e i racconti ascoltati prendono vita; sembra di vedere sfrecciare sui pattini quei ragazzi di nemmeno vent'anni che per chiamarsi spesso usavano solo i soprannomi: Geremia (Riccardo Del Serra), Loppa (Massimo Bianchi), Vittadello (Adriano Mencarelli), Cecco (Francesco Fronzoni). E poi, ancora, Arrigo Merlini, Paolo Guercini, Daniele Brunetti, Paolo Ballati e il più anziano, reduce dalla serie A, Raffaele Pagliai. Ai lati della pista l'allenatore Tiberio Balli.

Erano gli anni settanta e la squadra di hockey a Pistoia era formata da un gruppo di amici per lo più “globini”, una sorta di “elite” del tempo libero che aveva stabilito il suo quartier generale sul Globo. Le fidanzate, fisse o del momento, erano le prime tifose dei giocatori e durante le partite si piazzavano in tribuna insieme ai tantissimi supporters. L'hockey emozionava, trasmetteva energia e regalava scariche di adrenalina.

Ogni ragazzo di quel gruppo ha seguito la sua strada, qualcuno ha cambiato città ma quel passato condiviso continua a tenerli legati come un filo rosso, una corda che il tempo non ha logorato. Perché quella dei pattinatori è anche la storia di una grande amicizia.

“Sono tanti i ricordi di quel periodo - racconta Paolo Guercini (nella foto a destra) - aneddoti simpatici che ancora oggi quando ci troviamo ci fanno ridere. Una volta siamo andati a giocare a Palermo, eravamo giovani e con pochi soldi e dormivamo tutti in una cuccetta a sei posti. La mattina, quando ci siamo svegliati , io Loppa e Cecco abbiamo iniziato a parlare, in un angolino c'era Arrigo appena sveglio. A quei tempi era famoso per gli occhiali con lenti a culo di bicchiere, spessissime: purtroppo non ci vedeva. Nessuno lo considerava, lo lo facevamo di proposito. Ad un certo punto si mise gli occhiali e a quel punto iniziammo a salutarlo: 'Ciao Arrigo, buongiorno, ora ci vedi?'. E giù a ridere”.

La mente torna indietro, Paolo ripensa all'hockey di allora.

“Il gioco non era come oggi fatto di schemi e tattiche – spiega -, noi eravamo un gruppo di giocatori che viveva la partita sul personaggio e per noi l’uomo di punta era Geremia. Quando era scatenato si riusciva a vincere anche con la prima in classifica, ma se lui non ne aveva voglia perdevamo anche contro squadre che avevano iniziato a giocare il giorno prima. Una volta, a Marina di Grosseto, incontrammo la prima in classifica, una squadra fortissima. Alla fine del primo tempo vincevamo 6-0, ma nel secondo tempo iniziò a giocare duro e ci troncarono nel vero senso della parola. A Pierino detto Boga, tirarono una racchettata sulla bocca e gli buttarono giù quasi tutti i denti. Fu una partita drammatica, giocata fino all'ultimo sangue che finì in pareggio”.

Guercini rivive quei momenti, lo sguardo è lontano.

“Siamo stati, e lo siamo tutt'ora, un gruppo di amici unito – confessa -. Ci vediamo poco ma quando ci incontriamo abbiamo sempre lo spirito come se ci fossimo lasciati il giorno prima, sempre con quella sintonia nata in quegli anni e che ti rimane addosso tutta la vita. Il modo di scherzare di prendersi in giro ma addirittura di sdrammatizzare e ironizzare è sempre lo stesso anche nelle cose tristi come al funerale di Angelo Franco Gori. Anche in quell'occasione trovammo il modo di ironizzare, ma era il nostro modo di non accettare la sua morte.”.

Per anni tra i pali a difendere la porta dei pattinatori, Massimo Bianchi “Loppa” (nella foto a sinistra), ha ricordi vividi.

“Eravamo veramente tremendi – ricorda - già venivamo dal Globo e la fama ci precedeva, poi abbiamo giocato con gli adulti che ci hanno svezzato, in tutti i sensi. Abbiamo girato tutta l'Italia e abbiamo giocatto anche all'etero, contro squadre fortissime. Mi ricordo quella volta in cui Angelo Franco Gori ci dette 600.000 lire per andare in trasferta a Roma, dovevamo giocare contro l'Areonautica Roma. Quei soldi dovevano servire a coprire tutte le spese della squadra. Io Geremia, Fioretti e il Guercini siamo partiti per primi, il resto della squadra ci avrebbe raggiunto con il pulmino. La partita si giocava alle 21,30. Nell'attesa ci venne in mente di andare a cena al Trilussa, in Trastevere, dove ci presentarono un conto di 550.000 lire. A quel punto belli pieni di cibo e alticci abbiamo comprato panini e acqua per il resto della squadra spiegando che i soldi che ci avevano dato bastavano solo per quello”.

Loppa è un fiume in piena.

“Nella trasferta a Nova Gorica – prosegue - avevamo un allenatore-portiere che la società pagava. Ricordo un rigore concesso ai nostri avversari all'ultimo minuto. Lui, da dietro la porta, mi diceva di buttarmi a destra, mentre la squadra mi invitava di buttarmi a sinistra. Detti ascolto ai miei compagni e parai la palla. Quel poveraccio dell'allenatore lo mandarono via, addirittura lo fecero tornare in treno da solo. Abbiamo avuto anche un allenatore a cui mancava un braccio: Tiberio Balli, noi lo prendevamo in giro, dalla pista gli chiedevamo di darci una mano. Una volta, per scherzo, gli abbiamo messo una panchina sulla macchina per vedere come avrebbe fatto a toglierla con una mano sola. Ci piaceva scherzare prendere in giro le persone. Una volta giocavamo in trasferta, con la prima squadra avevano mandato un ragazzino del settore giovanile, dormiva con me e il Guercini. A questo ragazzo dissi che Guercini doveva fare l'amore con lui perché era l'ultimo arrivato e nella squadra funzionava così. Quel povero ragazzetto dalla paura dormì tutta la notte vestito”.

Al ricordo Loppa ride di gusto.

“Quando giocavamo in trasferta, dopo la partita andavamo a cena e spesso ci fermavamo a chiedere informazioni. Geremia accendeva la sigaretta e se la metteva tra le dita dei piedi e mentre chiedevamo informazioni, con il piede faceva fumare quello che era seduto sul sedile posteriore dell'auto, la gente ci guardava stravolta. Ma eravamo un gruppo di giocatori molto forte. Il Prato ci comprò in blocco con tanto di stipendio, ma dopo due mensilità ci hanno buttato fuori”.

Ricordi che intrecciano un passato condiviso, un tessuto costruito insieme.

“Per me l’hockey era tutto - dice Arrigo Merlini (nella foto a destra) - , anche se era un grande sacrificio perché a quei tempi dovevo aiutare i miei genitori al bar, conciliare tutto era davvero difficile. Ma giocare a hockey mi dava una grande soddisfazione, per la compagnia e l'aria che si respirava in quegli anni. Era faticoso perché facevamo delle trasferte quasi impossibili. Ne ricordo una clamorosa a Salerno. Partimmo in treno, non avevamo prenotato i biglietti e restammo tutto il viaggio in piedi. Era il periodo delle vacanze e dal nord in tantissimi rientravano al sud. Arrivammo molto tardi e non ci fu nemmeno il tempo per mangiare: ci portarono in pista ad affrontare la partita. Finita la gara, via, di nuovo sul treno per tornare a casa. Io aprivo il bar prestissimo e delle volte sono tornato dalle trasferte appena in tempo per aprire il bar”.

Il gioco, ma anche l'amicizia, fondamentale per tenere insieme l'intero gruppo.

“Tra noi ragazzi della stessa leva - continua Merlini - c’è stata una grande amicizia, ma eravamo legati anche agli anziani, in particolare a Raffaello Pagliai che ci ha fatto anche da allenatore. Un bel periodo di sport e amicizia, praticamente siamo cresciuti insieme. Ma non ci possiamo dimenticare una figura che fu fondamentale per tutti noi: Angelo Franco Gori. Lui ha vissuto per questo sport, per l’hockey ha sacrificato tutto, coinvolgendo anche la famiglia. Con lui abbiamo vissuto quel periodo come una grande famiglia, lui era il presidente ma ha fatto tutto ci ha anche allenato. Lavorava all’ufficio tecnico del Comune ed è stato quello che dall’interno dell’Amministrazione contribuì a migliorare le strutture”.

Un velo di tristezza nel ricordo di un amico che se n'è andato troppo presto, poi di nuovo l'hockey.

“La cosa che più ricordo sono le trasferte – dice Merlini -. Ci sono stati anni che giocavamo contro molte squadre del sud. Pochi soldi, nessuno sponsor. Un anno La Ciesse piumini entrò nella società: ci regalarono un piumino con il leone dietro: ci sembrava di avere chissà che cosa. All’epoca non avevamo materiale di ricambio, quasi sempre ci compravamo il necessario pagando di tasca nostra, con l'arrivo della Ciesse piumini e di un altro sponsor  ci sembrava di essere diventati importanti all’improvviso”.

Apparteneva ad una famiglia di pattinatori Riccardo Del Serra (nella foto a sinistra), per tutti “Geremia”, ma lui è stato l'unico ad aver praticato l'hockey. Era un giocatore fortissimo che è riusciva a stupire tutti. Lartini, un giocatore della Nazionale di allora, rimase impressionato perché non aveva mai visto un giocatore riuscire a scartare cinque uomini su una mattonella. Un grande . Anche per Riccardo è rimasta l’amicizia con il gruppo di gioventù, anche se lui dice di ricordare poco di quel periodo.

“Una cosa la ricordo bene – racconta - una rachettata che presi a Vercelli, per pararmi il viso ricevetti il colpo sul gomito, un bel colpo che mi ha lasciato il braccio un po’ storto. Un’altra cosa che ricordo bene è una partita che ho giocato da ragazzino contro il Maliseti. Nel primo tempo vincevamo 5 -0, quelle reti le avevo segnate tutte io. Poi misero a marcarmi, un bestione che mi trinciò di botte e si perse 6-5. Gli ultimi due anni li ho passati a Maliseti dove nacque una nuova squadra, la Rol Prato. La società organizzò la squadra prendendo tutti i giocatori a fine carriera della Toscana e due nazionali, per partecipare al campionato di serie D. Gli mancavano i giocatori di riserva per la panchina e presero me e Adriano Mencarelli. Ci pagavano 300.000 lire al mese . Quella squadra era composta da tutti grandi giocatori a fine carriera che potevano benissimo fare ancora la serie A. Una bella soddisfazione l’ho avuta perché dopo tre giornate di panchina diventai titolare al posto di un giocatore fortissimo che fu destinato alla panchina. Lui prendeva un milione al mese. Ho smesso di giocare prima degli altri ragazzi, ma non ricordo il motivo, quello che ricordo è che, con il senno di poi, avrei potuto giocare ancora per 10 anni. L’amicizia nata in quegli anni è rimasta fino ad oggi insieme ai ricordi belli di gioventù e quando ci rivediamo a qualche cena ritorniamo tutti ragazzini con lo stesso spirito di allora”.

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