Lunedì, 04 Giugno 2018 12:07

“Gisto”, l’uomo che accarezzava il grano

Il mulino di Egisto, a Fiumalbo Il mulino di Egisto, a Fiumalbo

di Alberto Vivarelli

Fiumalbo - Egisto viveva in una casa colonica sopra Fiumalbo, lungo la strada che dal paese montano si inerpica fino all'Abetone offrendo scorci molto belli della vallata che si sviluppa nel Modenese.

Era una casa isolata ed accogliente come sanno essere quelle dei contadini.

Era sposato con Rosa.

Rosa e Egisto (“Gisto”, come lo chiamava lei sbrigativamente) facevano i contadini, mestiere in disuso già alla fine degli anni '70 in una zona che stava velocemente – anche se un po' confusamente - accogliendo il turismo.

Egisto era un uomo senza età, nel senso che non sono mai riuscito a dargliene una. Poteva aver 50 anni come 80. La pelle raggrinzita dal sole e dal freddo, un cappello sempre in testa che dal giallo sporco della parte alta sfumava in marrone scuro sul cerchio attorno alla testa.  ‘Avrà cent’anni’, pensavo guardandolo.

Gisto e Rosa, avevano due mucche, una capra e un campo abbastanza grande dove coltivavano il grano e l’erba per le mucche.

I due animali erano ospitati in una vecchia stalla di pietra, piccola e buia, che era stata costruita a poche decine di metri da un antico mulino, ancora funzionante ma non più utilizzato. L’acqua continuava a cadere da una piccola cascata provocando un gran rumore e scompariva giù verso la valle per finire nel fiume Scoltenna.

Era un posto bellissimo, sembrava uscito da una fiaba. Potevi sederti sull’erba e tornare bambino ricostruendo fiabe già ascoltate e riadattate al luogo.

La capra, invece, aveva una casetta sua propria, dietro la fattoria, con una porticina di legno, sgangherata: era il luogo preferito dai bambini.

Ogni giorno andavamo da Egisto a prendere il latte per i bimbi che ci seguivano, incuriositi da quegli animali così grossi, ma allo stesso tempo diffidenti. Per loro ogni giorno era un’avventura.

Con la capra, invece, il rapporto era diverso, anche per un problema di dimensioni, essendo molto piccola. Quando i bambini si avvicinavano alla casetta di pietra dove viveva, la capretta usciva sulla porta e stava ferma, a guardare i due bimbi che si sganasciavano dalle risate. Ma non si allontanava, né mostrava fastidio, rimaneva lì, sulla porta, incuriosita da quegli strani animali, piccoletti a due zampe che facevano un sacco di chiasso.

Il rito del latte era il momento più piacevole della giornata.

Egisto era magrissimo e molto alto, con la schiena ricurva e la cintura dei pantaloni stretta attorno alla vita, fuori dai passanti. In testa teneva un cappello con la tesa, consumato dagli anni e dalle stagioni. Parlava poco e tra una parola e l'altra regalava silenzi che pareva non finissero mai. Eppure, ad Egisto piaceva parlare, ma solo dei suoi animali e dei suoi campi. In un dialetto modenese poco comprensibile pure a me che di quello bolognese conservo ancora qualche ricordo giovanile. E così spiegava pregi e difetti dei due animali, cosa e quanto mangiavano e le differenze del latte, da stagione a stagione. Lui preferiva quello estivo, quando le mucche mangiavano l'erba fresca. “E' più ricco”, spiegava pronunciando il “più” e il “ricco” come se fosse un'unica parola.

Rosa era solare e chiacchierona, sempre col sorriso sulle labbra pareva avesse cento denti. Spesso ci accoglieva in casa e non mancava mai una carezza per i bambini.

Ci raccontava del figlio che faceva l'operaio e nel tempo libero aiutava “Gisto”. Un aiuto non sufficiente per due anziani e con mille acciacchi.

Quel figlio era il cruccio di Egisto che non vedeva una grande futuro per la sua fattoria; ma anche Rosa aveva i suoi pensieri. Intendiamoci, era un bravissimo ragazzo, ma aveva preso una sbandata sonora per una bella ragazza modenese.

“L'è fidanza’ con la maestra”, raccontava Rosa calcando la voce su quel “maestra” facendo così capire come quel fidanzamento le piacesse poco. “E' di Modena, è una cittadina. Insegna qui, alle scuole elementari di Fiumalbo”.

E quel “cittadina” spiegava tutta la sua perplessità: lui, un operaio montanaro figlio di contadini, che si era fidanzato con un'insegnante di Modena: quanta distanza! Insomma, quel rapporto era fuori dagli schemi di Rosa e di Egisto e quindi incomprensibile.

Ma le volevano bene, l’avevano accolta in casa come una figlia.

Noi, dunque, ogni giorno portavamo i bambini alla stalla di Egisto e per arrivare dovevamo passare davanti all'allevamento di maiali adiacente ad un caseificio. Secondo il vento, l'impianto si faceva annunciare a diverse centinaia di metri.

Non sempre, però, Egisto era nella stalla e allora dovevamo salire fino a casa dove Rosa ci riempiva la bottiglia di latte e scherzava con i bambini dopo che questi avevano fatto visita alla capretta.

“Nostro figlio si sposa”, annunciò un giorno con un tono di voce indecifrabile, ma i suoi occhi mandavano lampi di felicità, perché Rosa guardava oltre, forse pensava già a qualche marmocchio che presto sarebbe arrivato a dare vita ad una casa troppo silenziosa e a rompere la monotonia di gesti ripetuti da decenni, a volte insopportabili anche per due persone anziane.

Egisto era muto.

Lui passava molto tempo nella stalla, ma ancor di più nei campi, erano quelle le ore migliori della giornata, libero di far librare nell'aria i suoi pensieri, di trasmettere alla natura i suoi umori.

Un pomeriggio stava rientrando a casa dopo aver falciato il fieno, noi eravamo nella piccola aia, davanti alla porta, ci salutò con cordialità poi sparì nella parte posteriore dell'edificio. Lo seguii, quell'uomo dinoccolato mi affascinava, emanava una forza interiore incredibile, trasmetteva valori antichi che avevo conosciuto solo nella mia infanzia.

“Egisto, qui ormai si danno tutti al turismo, è rimasto solo lei a dedicarsi ai campi e alle mucche”.

“No - mi corresse con quell'accento “largo”, modenese - , c'è anche un'altra famiglia più in alto, anche loro fanno i contadini, ma hanno le macchine. E poi, mica so quanto dureranno”.

Sì, perché Egisto l'erba la tagliava con la falce fenaia che ogni tanto arrotava con una piccola pietra che teneva in una taschina di cuoio nero. Ogni giorno “rivoltava” l’erba tagliata e quando diventava secca la portava in una stanza, dietro la casa.

Egisto non aveva niente che andasse a motore – a parte una piccola auto - per lui le “macchine” erano una soluzione lontana anni luce dalla sua idea di agricoltura.

“Però è un lavoro faticoso – osservai, uscendomene con una banalità -. Mio nonno che faceva il contadino diceva sempre che la terra era bassa. Perché lei ha ancora così tanta passione? Le mucche e tutto quel grano da seminare e poi tagliare, tutto senza macchine: una bella fatica”.

“Perché amo i bambini”, rispose lapidario Egisto.

Poi un lungo silenzio mentre inforcava il fieno e lo gettava su un soppalco.

“Il grano – spiegò – è come i bambini: si getta il seme e la pianta cresce e io la vedo crescere. Magari può capitare che si ammali, allora io la curo. E quando il grano è cresciuto si muove seguendo il vento, come i bambini quando agitano le mani. E' il loro linguaggio e io col grano ci parlo e accarezzo le spighe”.

Rimasi colpito, Egisto aveva disegnato un affresco affascinante.

Poi Egisto morì, soffriva di cuore e il cuore lo tradì.

Accadde in inverno, dopo la semina.

Egisto non vide mai crescere il grano che aveva da poco seminato. Chissà se senza le carezze ed i sussurri di Gisto, sarà venuto un buon raccolto.

Né conobbe il nipotino.

Chissà quanti bei racconti avrebbe ascoltato in mezzo al grano. Ogni racconto una lezione di vita.

Non tornammo più in quella stalla, né a casa di Rosa, non avevamo il coraggio di dire ai bambini che Egisto era morto, dicemmo loro che il latte saremmo andati a prenderlo da un'altra parte perché Gisto era vecchio e aveva venduto le mucche.

“E la capra?”, chiese la bambina a bruciapelo.

Per lei Egisto e Rosa erano la capretta bianca che viveva nella casa di pietra.

 

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