Domenica, 17 Giugno 2018 11:47

I bauli di Mario

di Alberto Vivarelli

Pistoia - Arrivarono un pomeriggio di una vita fa, a bordo di un furgoncino.

Erano due bauli di legno, dipinti di verde scuro, ai mie occhi di bambino pesavano tantissimo.

Li scaricarono nell'ingresso di casa, uno a fianco dell'altro.

Mio padre tirò fuori da un cassetto dei piccoli fogli di carta: alcuni avevano un numero stampato sopra, altri erano bianchi. Su quelli bianchi scrisse qualcosa nella sua bellissima calligrafia rotonda.

“A cosa servono?”, chiesi.

“Ci dobbiamo mettere le nostre cose per un viaggio”, rispose.

Provai un moto di delusione, avevo pensato che lì dentro avrei potuto mettere tutti i miei giocattoli. Oddio, tutti... In realtà ne avevo pochi, tutti di legno, costruiti da babbo Mario per la Befana e il compleanno, ma allora mi sembravano come la corona del Re.

E poi non capivo: “viaggio”, cosa vorrà dire?

Lo chiesi alla mamma che, come al solito non rispose. Rispondeva raramente alle mie domande. Ma in quell'occasione mi sembrava più nervosa del solito.

Provai l'altra sponda, quella che mi garantiva sempre una spiegazione. E, soprattutto, lo faceva sempre a voce bassa.

“Babbo, che vuol dire viaggio?”.

“Vuol dire – rispose – andare in un'altra città e in un’altra casa”.

“Dobbiamo andar via da qui?”, chiesi, quasi in un sussurro.

“Sì”.

La risposta non mi piacque. Un'altra casa? Un'altra città? Io stavo bene nella mia casa e nella mia cameretta e mi divertivo un sacco a giocare con i miei amici: Romeo, Maura, Giulietta. Quello era il mio mondo, perché avrei dovuto lasciarlo?

Partimmo una mattina, prestissimo. Il giorno prima mamma aveva riempito i bauli di vestiti, alcune cose per la cucina. Niente giocattoli. Vide la delusione nei miei occhi.

“Alberto, possiamo portare un solo giocattolo e non può essere grande”, disse.

L'auto a pedali era troppo grande e pesante, mi guardai intorno e feci presto a scegliere: un pesce di legno snodato a metà che si tirava con uno spago e muoveva la coda.

I due bauli partirono la sera in direzione della stazione, contenevano l'intera vita provvisoria di quattro persone.

Del treno avevo una certa pratica, Mario faceva il macchinista, non aveva l'auto e ci spostavamo solo con il treno: biglietti gratis per tutta la famiglia, bagaglio compreso.

A me il treno piaceva, guardavo il paesaggio dal finestrino e partivo per il mio viaggio immaginario che aveva sempre per protagonisti indiani e lunghi coltelli. Spesso mi addormentavo, cullato dal ritmo della congiunzione delle rotaie: “totototon, totototon, totototon...”.

Sarebbe stato un viaggio lunghissimo, annunciò Mario.

“Dove andiamo?”.

“In un posto dove c'è il mare e tanto caldo”, rispose.

Io questa storia del mare non riuscivo a capirla. Ogni tanto lo sentivo rammentare nelle conversazione dei “grandi”, ma non c'ero mai stato, non sapevo cosa fosse.

Ero incuriosito: “Finalmente anche io potrò andare al mare”.

Ma perché dovevamo fare un viaggio molto lungo per andare al mare? Ricordavo di qualcuno che, parlando del mare, aveva detto che per arrivare a Viareggio non ci voleva molto.

“Dobbiamo andare così lontano perché il babbo deve lavorare in quella città”.

Fu mia sorella a rispondere alla “domanda”, lei sapeva sempre tutto, aveva sempre la risposta pronta. A volte la odiavo.

Del viaggio non ricordo quasi niente. Solo due nomi pronunciati dal babbo: Roma, Napoli.

Poi stanchezza.

Mangiammo in treno, dormimmo in treno e, avendo i biglietti di prima classe, andò di lusso, perché le sedute erano imbottite.

Arrivammo nella tarda mattinata del giorno dopo, accolti da un bel sole.

“Dove siamo?”, chiesi.

“A Paola”, disse mia madre.

“E chi è?”, chiesi di nuovo, pensando che ad aspettarci ci fosse una signora di nome Paola.

“E' una città – spiegò mio padre – e siamo in una regione che si chiama Calabria”.

Mica mi tornava tanto quella spiegazione, io sapevo che Paola era il nome di mia cugina, e una città non poteva chiamarsi come mia cugina.

Qualcuno trasportò con qualcosa i nostri bauli nella nostra nuova casa. Che si trovava nella piazza del paese. Quando entrammo mia madre non nascose il disappunto che si trasformò in rabbia: una sola enorme stanza: sulla destra la cucina, accanto alla cucina uno sgabuzzino (il bagno, si fa per dire), poi una lunga tenda oltre la quale c'erano due letti matrimoniali. Avremmo dormito in comunità. Nel mezzo della grande stanza, un tavolo e le sedie.

Avrei dormito con mia sorella, e la cosa non dispiacque.

A lei sì.

Anche mio padre rimase sorpreso dalla sistemazione, non si aspettava una soluzione così “spartana”, ma in paese non c'era di meglio.

I bauli furono sistemati alla destra della porta e da lì non fu tolto niente perché non c'era nemmeno un armadio in cui sistemare le nostre cose.

I miei genitori erano molto nervosi, mio padre era visibilmente costernato e la mamma non faceva niente alle alleviare la sua pena.

La mattina dopo andammo alla spiaggia e per la prima volta vidi il mare.

“Ma è grandissimo!”.

Ai miei occhi di bambino sembrava che non finisse mai.

Ma presto mi disinteressai al mare.

A poche decine di metri dalla spiaggia, nell’acqua giaceva una carcassa di nave tutta arrugginita e sventrata.

Chiesi spiegazioni alla mamma.

“E' stata bombardata durante la guerra”, rispose.

Bombardata? Guerra? Boh!

La mamma capì i miei dubbi e cercò di spiegarmi ricorrendo ai miei giochi preferiti: cowboy e indiani.

Così scoprii che qualche anno prima che nascessi, c'erano state delle persone che si sparavano contro con i cannoni, le pistole ed i fucili e che ogni tanto cadeva qualche aereo e affondava qualche nave.

Mi bastò per mettere in moto la fantasia, e quel relitto diventò il forte da conquistare, nonostante il divieto dei miei genitori ad avvicinarmi. Cosa del resto impossibile perché non sapevo nuotare. Tentai comunque un approccio e scoprii che l’acqua del mare era cattiva.

“Mamma, ma è salata!”.

Mia madre sorrise, capitava di rado.

In attesa di entrare in servizio, mio padre aveva cercato di rendere più confortevole la nostra abitazione. Si dilettava a lavorare il legno e non gli fu difficile. Aveva costruito una struttura di legno con numerosi piani su cui fu possibile appoggiare i vestiti.

Il pesce lo appoggiai su uno dei bauli perché mia sorella si rifiutò di vederlo sul letto.

La nostra vita iniziava a prendere i ritmi della normalità, cominciammo a conoscere i nostri vicini e scoprimmo la generosità dei calabresi che ci aprirono le porte di casa. Tutti gentilissimi e disponibili.

Davanti a casa nostra, sull'altro lato della piazza, c'era un negozio di frutta e verdura. Fuori dal negozio, stava seduta una persona anziana, giacca e pantaloni neri, camicia bianca, come i capelli. Ogni tanto mi guardava e mi invitava ad andare da lui con un gesto della mano, ma io ero timoroso, memore dell'ammonimento della mamma: “Non devi avvicinarti a chi non conosci”.

Una mattina fu lui a venire da noi, con un sacchetto di carta. Salutò mia madre e le porse il sacchetto “per i bambini”. Dentro c'erano arance così grosse come non ne avevo mai viste prima; grosse e dolcissime.

Si chiamava Francesco. Io non avevo nessun amico che si chiamasse Francesco.

Da quel giorno ogni mattina attraversavo la strada e andavo a fargli compagnia. Ricordo che lui parlava, ma io non capivo quello che diceva; parlava in un modo che si chiamava “dialetto”, spiegò mio padre.
Non sapevo cosa fosse questo dialetto, ma quell'uomo a me piaceva molto, parlava sempre a bassa voce, come mio padre, e sembrava raccontare cose molto importanti. A volte assumevano il tono di una piacevole nenia: mi sarei potuto anche addormentare.
E poi quelle arance erano buonissime.
In fondo alla piazza, c'era una grande roccia e una scalinata che saliva su per la collina, mi pare in mezzo alle case. Sulla pietra nera c'era una piccola statua.
“San Francesco”, spiegò mia madre, religiosissima.

Mah! Francesco era quello che mi regalava le arance, mica quella cosa lì.

Ai piedi della scalinata, una grande fontana dove arrivava acqua da tutte le parti.
In cima a quella scalinata, c'era una basilica. Ma il mio mondo si fermava alla statua.

Non avevo amici, non ricordo nemmeno di aver visto bambini, eppure c'era una scuola elementare, quella di mia sorella.

Ma era tutto molto bello, non pioveva mai ed era sempre caldo. E potevo giocare sulla spiaggia tutto il giorno, sempre attratto da quel misterioso relitto.
Una sera cambiò tutto.

Eravamo in casa, avevamo cenato da poco. Mio padre era al lavoro. Sentimmo delle urla provenire dalla piazza e il rumore di una corsa. Mamma chiuse la porta di casa e si affacciò alla finestra, io non arrivavo a vedere, così mia sorella mi prese in braccio.

La scena fu terribile: un uomo ne inseguiva un altro brandendo un grosso coltello, per il secondo, indifeso, una corsa disperata attorno alla piazza, correndo a zig zag. Nessuno uscì dalle case, nessuno cercò di fermare quella folle corsa omicida. Ricordo distintamente l'inseguitore con il coltello alzato all'altezza della testa.

Passarono davanti alla nostra finestra e mia madre d'istinto si ritrasse e chiuse gli scuretti. Quello scalpiccio durò ancora poi un urlo.
Non ho mai saputo cosa fosse successo, ma la mattina dopo diversi uomini in divisa erano nella piazza con alcune auto.
“Carabinieri”, disse mia madre.
Ci volle qualche giorno per far tornare la piazza alla tranquillità di sempre. Ripresi anche le visite a Francesco. Aveva meno voglia di parlare del solito, io, invece, volevo sapere di “quella” sera.
“Brutte cose”, tagliò corto accarezzandomi il capo.
L'episodio dell'accoltellamento segnò profondamente il nostro morale, mio padre avvertì la paura della mamma che fu anche la sua paura di lasciare sola la famiglia per intere notti.
Un sera, al rientro dal lavoro, posò la borsa dove teneva sempre un pentolino di metallo per il pranzo o la cena e una bottiglia d'acqua, e annunciò: “Alla fine del prossimo mese, torniamo a Pistoia”.
Aveva deciso di accorciare la trasferta di molti mesi.
“Vorrà dire che ci compreremo solo il tinello”, spiegò.
Una spiegazione che capii solo tanti anni dopo.
Mio padre aveva accettato il trasferimento in Calabria perché oltre al normale stipendio, c'erano in ballo i soldi della trasferta che permettevano spese extra. Era il 1954, pieno periodo post bellico e con i soldi guadagnati in più avrebbe potuto comprare “il tinello”, come lo chiamava lui, la cucina nuova e la camera da letto ai bambini.
Si fermò al “tinello”.
I due bauli si riempirono di nuovo, pronti a prendere la via di casa.
Quando andai a salutarlo, Francesco era commosso, aveva gli occhi lucidi. Mi mise in mano un sacchetto ancora di più grande di arance: “Il viaggio è lungo”, giustificò quel dono maggiorato.
“Ma tanto torno”, assicurai.
Lui sapeva che non sarebbe stato così e mi abbracciò baciandomi sulla guancia.
Così Mario riportò a casa tutta la famiglia e i due bauli.
Che conservo ancora.

 

 

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