Giovedì, 30 Agosto 2018 17:34

Massimo Bianchi "Loppa" tra sociale e cinema: una vita di corsa

Massimo Bianchi Massimo Bianchi

di Gina Nesti

PISTOIA – Una vita divisa in tre: impegno sociale, famiglia e cinema.

Massimo Bianchi – “Loppa”, per la città - giunto alla soglia della pensione dopo 43 anni di lavoro, tira le somme della sua vita “confessandosi” a Reportpistoia.

63 anni compiuti da pochi mesi, non poteva che essere nato sotto il segno del Toro: un combattente che, però, ha sempre dato liberamente sfogo alla parte ironica del proprio carattere. E’ stata proprio la sua comicità innata a renderlo unico ed amato dai pistoiesi e a fare di lui un personaggio conosciutissimo anche oltre le porte della sua città.

Per 43 anni è stato al volante dei pulmini, prima con l’Aias-Apr-Maic e, negli ultimi tre anni, con la Misericordia. Il primo ottobre andrà in pensione.

Una vita di corsa, col sorriso sulle labbra e la battuta tagliente sempre sulla punta della lingua, ma profondamente immerso nel dolore degli altri. Proprio la sua professione ha ispirato Roberto Benigni nella produzione del film Johnny Stecchino: Dante, l’autista del pulmino giallo che trasporta i disabili, nella vita vera, altri non è che Massimo Bianchi.

“Gli raccontai il lavoro che facevo – ricorda Loppa -. Un giorno lo trovai a Pistoia con i genitori, stavano andando a a Quarrata per acquistare dei mobili. Lo portai a fare un giro con me sul pulmino: lì conobbe i ragazzi che ogni giorno portavo al Centro, rimase colpito. Quel giorno nacque il personaggio di Dante”.

Un bilancio di vita positivo quello di Massimo Bianchi in arte “Loppa” .

Sono stati i suoi 43 anni di lavoro al volante dei pulmini per il trasporto degli utenti disabili dell’ex Aias e Apr, oggi Fondazione Maic, e negli ultimi tre anni alla guida delle ambulanze della Misericordia.
Ma il cuore è sempre rimasto a Cinecittà, nel cinema dove Loppa ha avuto alcune presenze brevi, ma indimenticabili: Non ci resta che piangere, La vita è bella, Pinocchio. Poi protagonista della fiction tv sul mostro di Firenze, nella quale ha interpretato Giancarlo Lotti, uno dei compagni di merende di Pacciani, forse la parte più difficile ed emotivamente più complicata.

E molte sono state le presenze in tv, in programmi televisivi, da Striscia la notizia al Costanzo Show, per finire a I pacchi.

Molto presente anche sulle televisioni a livello locale con programmi di satira a Tvl.
Loppa è stato ragazzaccio, ma buono, con un grandissimo cuore; una vera peste fino da piccolo, gli scherzi erano il suo pane quotidiano e le battute non sono mai mancate nel suo vocabolario.
E’ stato un “globino” doc, di quelli veri, nel periodo in cui il bar-ristorante “Il Globo” era gestito da Spadoni, ma la loro presenza si poteva registrare al “Piemontesi” e al bar “Bertini” quando c’era da giocare a biliardo.

Erano gli anni settanta, i mitici e rimpianti anni settanta, quando i giovani si divertivano con quel poco che avevano a disposizione. E la gestione del “niente” metteva in moto la fantasia applicata, per lo più, agli scherzi: Loppa già allora era il re assoluto dello scherzo e della comicità. Un mito. Ma a braccetto di quella comicità c’è sempre stata una grande umanità, non ha mai esitato a tendere la mano verso chi avesse avuto bisogno, sempre e ovunque.

Lo abbiamo incontrato in piazza d'Armi, seduti all’ombra sopra una panchina. Un fiume in piena, a volte incontenibile.

Massimo, qual è il tuo bilancio dopo quarantadue anni di lavoro nel sociale?

E’ stata la mia vita. A 19 anni mi sono diplomato infermiere, ho fatto il militare nei Vigili del fuoco, poi sono entrato all’Aias, da dove sono uscito con l’amaro in bocca, e ora sono alla Misericordia. Sono contento di lavorare alla Misericordia perché faccio il lavoro che ho sempre sognato di fare e continuerò a farlo anche da volontario. La Misericordia è una famiglia dove voglio rimanere”.

Da quel ragazzo, da quel globino scavezzacollo che sei stato da giovanissimo, quanto ti ha cambiato questa esperienza con le persone che soffrono?

In gioventù al male non ci fai caso, davanti a te hai una vita da vivere. Gli ultimi anni mi hanno cambiato, anche se “dentro” sono sempre lo stesso, il mattarello, il globino. Alla Misericordia il male lo vedi tutti i giorni, a differenza della Maic dove più che altro vivi le problematiche delle persone e delle famiglie. Quello della Misericordia è un lavoro che ti porta a contatto con persone che muoiono, vedi i familiari di chi vai a soccorrere che aspettano da te una parola, una rassicurazione che spesso è impossibile dare. Sono situazioni che vivo intensamente dentro di me, anche se cerco sempre di sorridere anche di fronte al dolore. E’ stata una esperienza lavorativa che mi ha cambiato in positivo che mi ha fatto capire che la vita va vissuta anche per quella che è”.

Il Globo, che cosa ti ricordi?

La mia vita, noi si viveva sul Globo: lo Spadoni, il Piemontesi, il Bertini con il biliardo. Ricordo che una volta andò via la luce, quando tornò c’era Gigi che aveva rubato tutte le cioccolate e i cioccolatini. Personaggi unici quelli di allora: il Fuscia, Prillo, Budino, Bardalone, Agonia.

Qualche aneddoto?

Al Fuscia, in seguito ad un incidente, amputarono una gamba, spesso andavamo a cena a casa di un amico, il Cecco. Una volta che era finita la legna che avevamo accesa nel camino per cuocere la carne, a quel punto chiedemmo al Fuscia di darci la gamba di legno per alimentare il fuoco. Ci piaceva anche fare gli scherzi, a volte tremendi come quello della piana di Vaioni con la ninfomane e il fratello pazzo. Attiravamo qualche ragazzo con la scusa che in una casa del posto viveva una ninfomane “disponibile”. Il malcapitato si intratteneva con la ragazza che lo faceva spogliare facendogli credere che la serata avrebbe avuto il finale che lui desiderava, ma a quel punto saltava fuori il fratello pazzo che indossava una parrucca per non farsi riconoscere e iniziava a urlare minacciando la vittima dello scherzo. A quel punto tutto precipitava. Ho visto scappare persone che, dalla paura si buttavano tra i pruni, nudi e scalzi; qualcuno in quelle condizioni e di corsa è arrivato anche a Pistoia. Il Globo era questo, per me gli anni più belli.

Quando si rammenta il Globo non si può dimenticare l’hockey.

Sì, la squadra era formata in massima parte da noi globini. Anche in quella esperienza ne abbiamo combinate tantissime, con Geremia abbiamo fatto delle cose da urlo.

Veniamo al cinema. Benigni fu decisivo al tuo ingresso in quel mondo, come hai incontrato Benigni?

Erano gli anni settanta, vive a Vergaio e non era ancora famoso. Aveva girato solo Berlinguer ti voglio bene”. Roberto giocava a carte nel bar del paese: l’ho conosciuto lì. Mi ha invitato a Roma, dove mi ha ospitato a casa sua – in quel periodo stava al Testaccio. In seguito mi ha chiamato a fare una parte nel film Non ci resta che piangere, con lui e Massimo Troisi.

Raccontaci Benigni.

Prima che si sposasse era un mattacchione, il Robertaccio che si vede nei film, una volta che si è sposato è cambiato, è diventato una persona più matura. Siamo rimasti in contatto per tanti anni, ultimamente non ci sentiamo con meno frequenza.

Come hai vissuto quel periodo con Benigni e Troisi?

Ho vissuto la Roma vip,uscivo con loro e la gente chiedeva gli autografi e io mi sentivo chissà chi.

Di Troisi che ricordo hai?

Era un personaggio unico, nella vita era del tutto uguale a come era sul set.

Poi è arrivata una parte nel Mostro di Firenze. Interpretare Giancarlo Lotti che effetto ti ha fatto pensare che stavi portando sulla scena una persona indicata come uno degli assassini?

Un brutto effetto, anche se non credo che quei tre fossero gli assassini, erano solo tre cretini. Fu un lavoro importante, prodotto da Sky. Per interpretare quel personaggio ho studiato molto, ho letto tutti i libri di Giuttari, in cui lo scrittore parlava delle indagini che aveva svolto in quel periodo. Quando mi arrivò il copione a casa, lo lessi e mi resi conto che Lotti era il citrullo del paese che chiamavano Katanga. Mia figlia lesse il copione e mi disse: babbo questo personaggio ti viene alla grande. Mi hanno preso perché assomigliavo a Lotti, come mi confermò anche Giuttari. L’ho fatto per fare interpretare lo scemo e devo che che mi è venuto alla grande.

Tra poco si chiude una parentesi importante della tua vita, dal 1° ottobre che farai?

Continuerò a fare il volontario alla Misericordia, ma., soprattutto, voglio vivere alla giornata. Per fare i volontari alla Misericordia ci vuole un carattere incredibile, le persone a volte riesci a salvarle e sei felice e a volte non cela fai e sei triste. Ti porti dentro il dolore della gente.

Come attore?

Farò una giratina a Roma e vedrò...

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