Sabato, 22 Settembre 2018 15:12

Ex Ceppo, il luogo dei passi perduti

di Gina Nesti

Pistoia - Il suono dei passi rimbomba nei lunghi corridoi, il loro rumore sono l'unica compagnia nel brevissimo viaggio che mi porta dal centro storico a viale Matteotti.

Corridoi semideserti, ai lati, porte sigillate di stanze vuote; incroci lo sguardo delle poche persone che trovi senza trovare risposte a ciò che cerchi.

Vorrei andare di nuovo ad esplorare quel luogo di sofferenza e di dolore, ma quei corridoi mi portano altrove.

I miei sono passi perduti.

Dal luglio 2013, dell'ospedale del Ceppo sono rimasti gli edifici (qualcuno è già stato raso al suolo) e i ricordi; anime sofferenti che ancora si aggirano in quelle stanze in cerca di quella pace che non troveranno mai.

Il Ceppo è stato per secoli un luogo di dolore, ma anche di gioia, di speranza, di resurrezioni dei corpi; vite che si spengono, vite che arrivano in questo mondo. Le storie che ha raccontato – collettive e personali – sono l'affresco più bello donato ad una città ed alla città il Ceppo è rimasto nel cuore.

Percorro quei lunghi corridoi ed esco quasi svuotata dentro, mutilata nei sentimenti. E quando arrivo al parcheggio, mi guardo indietro e il ricordo torna a quel 20 luglio 2013, quando il Ceppo fu “liberato” dagli uomini e dalle macchine, ma non dalla sua storia; quel giorno in cui venne chiuso per sempre il rubinetto della sua vita.

Partecipai al trasferimento da giornalista di Reportpistoia. Era sabato.

Quando arrivai al Ceppo dove era stato allestito lo spazio per i giornalisti, avvertii una strana atmosfera, l’attesa era palpabile per il cambiamento che stava per arrivare. La città era in fermento, strade chiuse, percorsi controllati e subito il caos nonostante da giorni i media ne avessero parlato.

Quel sabato, Pistoia mise un punto alla fine di 700 anni di vita e di attività ospedaliera del Ceppo, apprestandosi a scrivere una storia nuova, quella del San Jacopo.

'Ma niente sarà come prima', pensai quando presi posto nella sala stampa allestita sotto un tendone.

Centinaia di volontari con le divise delle associazioni di appartenenza (gialle, rosse, arancioni e celesti e gialle) si muovevano da una parte all’altra del piazzale sottostante al pronto soccorso, dove un centinaio di ambulanze, tutte in fila, erano pronte a partire per il San Jacopo. Oltre 550 i volontari, tutti “formati” per gestire il trasferimento. Un'operazione irripetibile.

Fu un momento di forti emozioni che rimarranno ben impresse nella memoria di tutti noi, una nottata che ricorderemo per tutta la vita.

Mi diressi verso l’altra parte del giardino, dove c’è la cappella mortuaria. Da li si entrava nel passaggio che unisce il vecchio Ceppo con la parte nuova, da lì fecero uscire i pazienti per portarli alle ambulanze.

Intorno ai mezzi, i vigili del fuoco, la Polizia e i Carabinieri. Tra i tanti un gruppo di persone con una maglietta arancione e la scritta Gedp (Gruppo di progetto): erano coloro che avevano l'incarico di dirigere le ultime operazioni. Anche la loro postazione era sotto un tendone, accanto al nostro.

Il primo paziente trasportato al San Jacopo fu il piccolo David, nato il giorno dell’inaugurazione del San Jacopo. Il bimbo fu posto nell’incubatrice. Alla fine, però, non fu lui il primo a giungere al nuovo ospedale ma un paziente di 74 anni, una sorta di staffetta tra neonato e anziano che contiene il senso della vita.

Impossibile frenare la memoria.

Tutto è pronto. Alle 20 scocca l'ora X. I volontari, efficacissimi, si muovono veloci, si recano nei reparti adagiano i pazienti sulle barelle, li preparano per il trasporto, poi escono dall’ospedale dove l’ambulanza li attende.

Delicatamente coricano le persone sulla macchina e partono per raggiungere il nuovo ospedale. Si trasporta un paziente ogni 10 minuti.

Un’amica mi telefona per confessarmi la sua emozione nell’assistere all’uscita della prima ambulanza dal Ceppo, preceduta dall’auto della Polizia.

“Mi sono commossa - mi dice al telefono - però sono anche dispiaciuta per questo trasferimento. Mi rendo conto solo adesso di quanto fossi affezionata al Ceppo”.

Un amico mi racconta le sue emozioni, vissute sopra il ponte della tangenziale che porta a Pieve a Celle, al passaggio delle ambulanze.

Il via vai continua per gran parte della notte. E’ freddo, qualcuno si è messo la maglia, altri si ristorano tra una pausa e l’altra. I volti sono tirati, si vedono i primi segni di stanchezza ma la notte è ancora lunga, tutto funziona a meraviglia.

Alle 1,30 decido di compiere un “mio viaggio” nell'ospedale ormai deserto. Capisco che quella sarà l'ultima occasione che avrò. Chiedo a Federica di accompagnarmi.

Lo voglio vedere per l’ultima volta. Una miriade di ricordi mi assale, ma ho ben chiaro dove voglio andare. Entriamo nell’ospedale dalla parte principale. E’ tutto chiuso: il bar, la reception, l’edicola, dall’interno raggiungiamo il pronto soccorso. Ci sono alcuni infermieri, scatto le foto: due si abbracciano e sorridono. Qualcuno sistema le ultime cose, altri spingono le barelle vuote, un altro seduto ad un tavolo sta scrivendo. Per la prima volta vedo deserta la sala d’aspetto del pronto soccorso. Sarebbe bello se lo fosse perché nella nottata non è successo niente. Ma non è così, al San Jacopo ci sono già stati i primi soccorsi. Vedo volti stanchi, forse anche tristi, chissà che cosa passa loro per la testa. Qualcuno mi spiega che fino a lunedì il pronto soccorso rimane aperto, ma solo per fornire informazioni.

Continuiamo il nostro viaggio.

Medicina d’urgenza. Le camere sono tutte vuote, scatole per terra, cassetti aperti, letti disfatti. Tutte le luci accese. C’è solo un medico che si aggira nel reparto, è molto stanco, sono giorni che lavora senza tregua. Dispiaciuto di lasciare quel reparto, quel vecchio ospedale che ha visto iniziare, nel lontano 1981, la sua carriera di medico.

“E’ sempre triste lasciare i luoghi dove si è vissuto per molti anni - mi dice -. Allo stesso tempo sono felice di andare a svolgere il mio lavoro in un ambiente all’avanguardia come il San Jacopo. Ho solo un rimpianto, quello che mio padre non possa assistere a questo evento”.

Sentimenti contrastanti. Mi sento triste e al tempo stesso euforica, ho le farfalle nello stomaco, come se stessi per incontrare un grande amore.

Ci dirigiamo in Medicina due Est, scandisco i passi guardandomi intorno, colgo ogni particolare di quell’ambiente e lo fotografo. Sono le due e siamo stanche anche noi, ma non mi arrendo, entro nelle camere e fotografo letti vuoti ma con i segni ancora delle persone che li hanno occupati fino a poche ore prima. In fondo al reparto sono rimasti quattro degenti, una signora è sulla barella e la stanno trasportando. Che desolazione, quell’ambiente mi è così familiare. Ho l’impressione che qualcosa di invisibile mi trattenga in quel luogo, che mi sussurri non andare via. Non ho la forza di andarmene e continuo a fotografare in maniera quasi parossistica. La macchina fotografica è come una corda che mi tiene legata in quelle stanze.

Tanti ricordi e sensazioni, tristezza e speranze vissute in questo edificio mi prendono la gola.

“E’ ora di andare”, mi sollecita Federica, basta fotografare.

E’ finita.

Ho la sensazione di sentire intorno a me le anime di tutte le persone che proprio qui hanno vissuto gli ultimi attimi della loro vita. Migliaia, in una lenta processione, per stanze e corridoi, proprio stasera sono tornati come a voler salutare quella loro ultima dimora terrena e forse lasciare per sempre questi spazi per chissà quale altro luogo.

Immaginazione.

Immaginazione, certo, ma dentro di me c'è la certezza che le anime di queste persone non abbandoneranno mai questi luoghi, qualsiasi cosa ospiteranno in futuro.

Scendiamo le scale ed entriamo nell’ampio ingresso del Ceppo vecchio, tutto sprangato, scendiamo le scale e ci dirigiamo verso l’uscita e come Dante uscito dall’inferno si trova sulla spiaggetta del purgatorio e scorge le stelle, anch’io ho avuto la stessa sensazione guardando il cielo e respirando l’aria fresca della notte.

E riuscii a riveder le stelle.

 

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3 commenti

  • Link al commento Franca Martedì, 25 Settembre 2018 11:33 inviato da Franca

    A me che ci ho lavorato hai fatto ripercorrere dei bellissimi ricordi che non svaniranno mai, come le persone che in quel luogo ho incontrato, colleghi, pazienti, amici. Sei riuscita a mettere su carta i pensieri che altrimenti non sarei riuscita a esternare. Grazie sei stata bravissima, una vera poesia.

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  • Link al commento Patrizia Sabato, 22 Settembre 2018 16:30 inviato da Patrizia

    Farà la fine dell'ospedale psichiatrico delle Ville Sbertoli ?
    Ed ora con il trasferimento dell'Esselunga la zona del viale Matteotti l'hanno desertificata .

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  • Link al commento lino addis Sabato, 22 Settembre 2018 15:35 inviato da lino addis

    Molto suggestivo ed emotivamente coinvolgente. Non è cronaca. E' molto di più. Brava veramente.

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