Domenica, 03 Marzo 2019 19:13

Santa Lucia, il paese "fantasma” dalla storia secolare

Uno scorcio del borgo Santa Lucia sulle colline di Santomato Uno scorcio del borgo Santa Lucia sulle colline di Santomato

di Andrea Capecchi

PISTOIA – Il silenzio, la vegetazione che abbraccia i ruderi, i muri scrostati e arsi dal sole dove qualche lucertola si muove furtiva.

Eppure il senso di quieto abbandono non cancella le tracce di una storia secolare, una storia ancora oggi presente tra le rovine del piccolo borgo. È Santa Lucia, vero e proprio “paese fantasma” abbarbicato a mezza costa sulle colline sopra Santomato, ben visibile a chi, percorrendo la strada provinciale Montalese, getti un'occhiata verso il monte subito dopo aver passato la villa di Celle. Tra la valle e il crinale, in mezzo al bosco, compare quello che a prima vista, e se osservato da lontano, può apparire come uno dei tanti “castelli” o case coloniche un tempo sparse su tutta la collina, e oggi in buona parte abbandonate. Ma Santa Lucia è molto di più di un semplice rudere colonico, sia per la diversa e varigata funzione delle sue strutture abitative, sia per la sua storia e per l'importanza che questo “pugno di case” sperdute tra i castagneti hanno avuto fin dall'età medievale.

La fondazione di Santa Lucia risale infatti a un periodo non ben definito, ma comunque non posteriore al Duecento: siamo in pieno Medioevo, in un secolo di crescita economica e demografica, di commerci attraverso l'Europa, di pellegrinaggi verso i luoghi santi, di vivace sviluppo artistico e culturale. Non stupisce trovare, anche sulle nostre colline, tracce ancora visibili e testimonianze concrete di quell'epoca, segnata da una rinnovata frequenza degli spostamenti via terra, dopo la crisi altomedievale, e da una forte espansione della presenza umana nel mondo rurale. Si bonificano i terreni paludosi, si costruiscono nuove infrastrutture, si colonizzano terre incolte, si coltivano i terreni collinari e si penetra fino all'interno dei boschi. La foresta non è più, come nel diffuso immaginario medievale, un luogo oscuro e misterioso, popolato da forze demoniache; è anche un ambiente dal quale l'uomo può trarre nuove risorse, e che è sempre più spesso attraversato da sentieri e vie di comunicazione per lo spostamento di mercanti e pellegrini.

Fu questa, con tutta probabilità, le duplice origine economica e commerciale di Santa Lucia. Un insediamento rurale posto alle dipendenze della pieve di Santomato, per la quale doveva amministrare e gestire le terre collinari e boschive, e raccogliere le relative decime. Ma anche punto di passaggio attraverso uno dei tanti intinerari appenninici che dalla piana risalivano i monti, per raggiungere il passo in prossimità dell'abbazia di Fontana Taona, non lontano dall'Acquerino, e da qui ridiscendere verso l'Emilia attraverso le valli delle Limentre. Che cos'era dunque Santa Lucia? I documenti storici scarseggiano e ne fanno menzione per via indiretta, ma è lecito supporre che il piccolo borgo fosse sia centro di aggregazione di una comunità rurale di contadini, boscaioli, cacciatori, e più tardi carbonai, sia punto di sosta e di ristoro di viaggiatori e pellegrini in transito per questi sentieri. In quest'ultimo caso, è assai probabile la presenza nel borgo di una comunità di monaci benedettini dipendenti dall'abbazia di Fontana Taona.

È soprattutto la chiesetta in stile romanico, ancora ben conservata nella parte absidale, a rappresentare la principale testimonianza del passato di Santa Lucia e anche della sua rilevanza, segno di una presenza antropica stabile e duratura. Il paese, tagliato in due dal sentiero, consta di due gruppi piuttosto distinti di strutture: a nord, le “case soprastrada” in prevalenza a uso abitativo, con una rete di vani e di ambienti soprelevati; a sud, le “case sottostrada” presentano un ampio cortile con portico – oggi in parte crollato e coperto dalla vegetazione – che si apriva attorno a un vasto corpo di fabbrica, forse in origine destinato a romitorio e luogo di ricovero, e in seguito adattato a stalla e magazzino. Accanto, la già citata chiesetta, ben più di un semplice oratorio di montagna, della cui antica magnificenza resta oggi in piedi il severo altare cinquecentesco.

L'aspetto del borgo si modificò in parte nel corso dell'età moderna, in particolare nel Seicento, quando Santa Lucia e le sue dipendenze divennero proprietà della potente famiglia pistoiese dei Fabroni, che ripopolarono il borgo con famiglie di contadini, inservienti e operai delle loro fattorie, assegnando alla pieve un sacerdote stabile. A quest'epoca risalgono gli interventi di consolidamento e parziale modifica della facciata della chiesetta, costruita su un terrazzamento sempre a rischio di smottamenti, ma anche di arricchimento della stessa con dipinti e opere d'arte, a testimonianza della vitalità del paese, al centro di una rete di fattorie, cascinali e case coloniche, in una montagna popolata e densa di attività.

Dalla metà del Novecento, con la fine della mezzadria, la crisi dell'agricoltura e dei mestieri connessi alla montagna e il crescente spopolamento delle aree rurali, Santa Lucia ha vissuto una fase di rapido e inesorabile declino, progressivamente abbandonata e lasciata a se stessa, con il bosco che ha lentamente ripreso possesso di quegli edifici e quegli spazi così duramente strappati dall'uomo alla natura. Gli “anziani” di Santomato ricordano ancora le processioni che, fino agli anni Settanta, conducevano i fedeli alla chiesetta di Santa Lucia, ancora consacrata e funzionante. Il paese riornava così all'antico splendore almeno per il giorno dell'Ascensione, quando era raggiunto dalla grande e solenne processione che chiudeva i quattro giorni delle “rogazioni”, antiche pratiche religiose e devozionali per impetrare la protezione sulla campagna e sui suoi abitanti.

Da allora la presenza umana si è fatta sempre più rara e oggi a popolare Santa Lucia sono rondini, serpi, rovi e fiori di biancospino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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