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I confini di Marliana. Il mondo in un paese, quasi ai margini

Da sinistra, Margherita Giuliano, don Alessandro Carmignani e Lucky Ove Da sinistra, Margherita Giuliano, don Alessandro Carmignani e Lucky Ove

di Francesco Lauria

MARLIANA - “Non vogliamo che Pistoia diventi come alcuni comuni della nostra montagna, come quello di Marliana, dove la sostituzione della popolazione con masse di profughi, quasi tutti islamici, è ormai inesorabilmente iniziata…”.

Questa frase, pronunciata da un candidato di estrema destra, nel bel mezzo di un confronto pubblico al primo turno tra candidati sindaci a Pistoia, ci aveva fatto definitivamente decidere, dopo averlo rimandato alcune volte, di programmare un viaggio proprio a Marliana, per capire qualcosa di più.

A renderci ancora più curiosi, qualche giorno dopo, ci si era messa la notizia del battesimo di nove rifugiati nella chiesa di San Niccolò, officiata dal vescovo di Pistoia e dall’infaticabile parroco del paese, don Alessandro Carmignani.

Volevamo vedere con i nostri occhi il famoso Albergo Europa, la pietra dello “scandalo”, una struttura ricettiva che, nel marzo del 2012, era stata riaperta, dalla sera alla mattina, per accogliere una quarantina di rifugiati, in piena crisi umanitaria post crollo dello stato libico.

Appena si arriva nella piazza del paese, però, è un altro albergo, completamente in rovina, ad attirare l’attenzione. 

E’ “La Terrazza” (nella foto a sinistra), un pugno allo stomaco per chi ancora ricorda la vocazione turistica di Marliana e di molte delle sue frazioni, sbocciata negli anni sessanta, insieme al boom della vicina Montecatini e declinata tristemente dalla fine degli anni ottanta.

Mentre aspettiamo don Carmignani, come di consueto in ritardo, cominciamo a chiacchierare con Margherita Giuliani, insegnante in pensione, impegnata in molteplici attività e, in anni lontani, assessore alla cultura.

“Sono nata qui, la mia famiglia è marlianese da generazioni - esordisce Margherita -. Chi dice che il degrado del paese è iniziato tre-quattro anni fa con i profughi mente sapendo di mentire. L’albergo Europa, chiuso nonostante la sua bellissima posizione, era un esempio di incapacità di gestione e di declino”.

La Giuliani è un fiume in piena, si è occupata in passato, per ragioni di famiglia, anche di ricezione turistica e ristorazione.

“Marliana e gran parte del suo territorio, penso al Goraiolo, Serra Pistoiese, Panicagliora, Femminamorta - racconta la Giuliani - aveva visto un fiorire del turismo legato a due fattori. Il primo: un tipo di vacanza, quello degli italiani degli anni post boom economico, che spesso permetteva nella nostra montagna soggiorni lunghi di un mese o più; il secondo: il fiorire del turismo termale a Montecatini, che da qui dista meno di dieci chilometri”.

Nel territorio di Marliana, oltre a numerosi alberghi e rinomati ristoranti, fiorirono una miriade di seconde case, costruite spesso senza criterio, al limite delle regole urbanistiche.

“Il bosco è pieno di queste villette, cresciute come funghi, molto di più di quello che non appare dalla strada principale”, continua l’ex insegnante.

Oggi la parola che più di frequente si legge sulle villette è il cartello vendesi, anche il bosco ha visto il declino dei castagneti e la diffusione sempre più ampia dell’acacia.

“Oltre a problemi e situazioni oggettive che hanno colpito anche altri territori di montagna e termali - conclude la nostra interlocutrice - posso affermare che a Marliana è mancata, spesso, la cultura dell’accoglienza”.

In realtà non tutto è così negativo, nel frattempo, chiusi gli alberghi, si è sviluppata una discreta rete di Bed and Breakfast, frequentati da persone del Nord Europa, olandesi soprattutto.

Sono turisti, però, che cercano di poter camminare nella natura, praticano il trekking, e spesso trovano sentieri interrotti e non ben curati.

Mentre è arrivato don Carmignani, come in una scena di un film, sulla salita che porta alla canonica della chiesa di San Niccolò, arriva faticosamente, a singhiozzo, un vecchio pulmino blu, non senza spegnere il motore a metà della salita stessa. A bordo diversi rifugiati e un animatore, anch’egli africano, che, con un sorriso, prova a chiudere il finestrino, un tempo elettrico, a suon di botte sui vetri.

Don Carmignani, sinceratosi dello stato del mezzo e salutati gli occupanti, tutti in attesa di iniziare nei locali della parrocchia il corso Hccp, si aggiunge alla conversazione, insieme a Lucky Ove , richiedente asilo nigeriano.

“Anche io, quando arrivai a Marliana, dieci anni fa - confida il parroco -, ebbi qualche problema di ingresso. Il prete precedente, alla notizia della sostituzione, si era barricato in canonica e celebrava la Messa solo per alcuni fedeli a lui graditi. La situazione, surreale, durò due anni. Marliana sconta il fatto di non essere situata su una strada di ampia comunicazione, non arriva il metano e, fino a qualche tempo fa, persino nella piazza principale non aveva campo il cellulare”.

Il luogo, in realtà, ha ancora potenzialità, si trova in una posizione baricentrica tra Pistoia, Montecatini, Pisa, Lucca e Firenze.

L’arrivo progressivo di tre comunità di rifugiati, (oltre all’albergo Europa, si sono aggiunte le case gestite dalla cooperativa “Gli Altri” e i migranti accolti in parrocchia) si è inserito in un territorio che viveva già una serie di confini interni storici. Il territorio è fortemente diviso tra la parte che gravita sulla Valdinievole e quella di Momigno e Montagnana, tutta proiettata su Pistoia. Il confini di Marliana seguono i fiumi, la Nievole e il Reno.

In un comune di tremila abitanti, ci sono due scuole elementari e molto poche sono le iniziative che uniscono i due versanti che fanno vita quasi separata, hanno dialetti diversi e collegamenti infrastrutturali scarsi.

“Alcuni anni fa - ricorda Carmignani -, tentammo di organizzare una sorta di 'Giochi senza frontiere' del Comune, con scarso esito. Il rovescio della medaglia, in positivo, è che qui ci si conosce comunque tutti, c’è l’abitudine di lasciare le chiavi di casa sulle porte esterne”.

Così, alcuni anni fa, il mondo, molto diverso dai turisti americani della patinata Montecatini degli anni settanta, è arrivato a Marliana.

Dando seguito ad una richiesta della prefettura, proprio nell’albergo Europa, sono arrivati i primi profughi, circa una quarantina, con una prima gestione di sostegno “umanitario”, gestita direttamente dalla proprietà dell’albergo Europa, continuata poi con il supporto, meramente formale, di una cooperativa della Valdinievole.

Anche la parrocchia, con un progetto diverso, accoglie otto rifugiati, in rete con quelli ospitati, a Pistoia, a Vicofaro e Ramini, mentre poco meno di una ventina sono quelli coordinati dalla cooperativa sociale “Gli Altri”.

Ragazzi tra i venti e trent’anni, africani, in prevalenza provenienti dalla Nigeria, che hanno affrontato un percorso lungo, pericoloso e doloroso, nel deserto africano, fino alla Libia e alle coste siciliane. Sono arrivati a Marliana, per caso, del tutto ignari dei luoghi, a seguito della ripartizione tra territori del programma “Sprar” del Ministero degli Interni. Quasi tutti vivono nel limbo dell’attesa, lunga, infinita, degli esiti dei colloqui con la commissione ministeriale che giudica l’idoneità per il diritto d’asilo.

Come Lucky, che sta per aprirsi nel raccontarci la sua storia, lasciandoci senza fiato e senza parole. Lucky ha ascoltato con pazienza tutta la storia di Marliana. Porta una croce molto evidente sulla maglietta, è tra i nove migranti battezzati la settimana precedente da don Carmignani. Nigeriano, nel paese africano faceva il falegname.

E’ a Marliana esattamente da un anno e quattro giorni, all’inizio fatichiamo a comprendere appieno la sua storia, non solo per la barriera linguistica.

Era un padre e un marito felice Lucky, di formazione cristiana evangelica, genitore di un bimbo piccolo e con un’altra figlia in arrivo. Ci racconta di rapporti tribali e familiari ancestrali, in cui la famiglia del padre, scomparso, pretendeva di reintrodurlo, in quanto primogenito.

Il racconto si fa lento, circostanziato.

Continue pressioni per entrare in una sorta di società segreta e prendere il posto del padre, capo di un gruppo animista, da cui si era già precedentemente distaccato. Una notte, terribile che cambia la vita. La violenza esplode enorme mentre lui è fuori casa. A farne le spese il figlio, piccolissimo, ucciso in un lago di sangue, quasi come in un agghiacciante rito iniziatico. Nessun aiuto dalla polizia, complice e vittima di un potere senza controllo.

Di lì la scelta di fuggire. La via di terra, il deserto, l’arrivo in Libia e la traversata via mare, fino a Palermo.

Senza soluzione di continuità, per il destino casuale su cui interviene il progetto di accoglienza del Ministero dell’Interno, la sua nuova destinazione è Marliana.

Gli chiediamo come si trovi, dopo aver attraversato così tanti confini, nel piccolo centro della Valdinievole.

Gli occhi del giovane uomo africano ci guardano, non fuggono l’incontro. “Non è la vita che volevo confessa Lucky -. Il mio pensiero è sempre rivolto a chi è rimasto a casa, alla mia piccola figlia che non ho mai visto se non in fotografia. L’attesa del giudizio della commissione sull’asilo è snervante, lunghissima, soffro il poter fare davvero poco”.

Dice di non trovarsi male a Marliana, ha conosciuto molte persone, è comunque grato di aver trovato un “posto”, sia pure provvisorio. Un paio di episodi non gradevoli, marginali, sembrano nulla rispetto a tutto quello che ha passato.

Chiediamo, prima di chiudere il taccuino, il nome della piccola bimba che lo aspetta in Nigeria, o in qualsiasi altra parte del mondo. Il nome, nella versione originale africana, è troppo difficile per me. Lucky prende la penna, afferra il foglio, trova uno spazio tra i nostri appunti disordinati. Scrive la traduzione inglese del nome della sua secondogenita.

GIFT. Dono.  

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