di Marta Meli
PISTOIA – Un luogo che ha, al contempo, il senso del raccoglimento e della libertà. Poi subito si avvertono l’odore del legno e dei colori, tra angoli bui e spighe di luce.
Fasciato dall’incanto, è il silenzio intinto di concentrazione, madido di ombreggiature e interrotto, talvolta, da felidi spostamenti di passi felpati. In lontananza passanti, che sfuggono. Sfumature calde amalgamate dagli oggetti e altri rudimenti del mestiere compongono una scena sospesa dall’atmosfera che avvolge, una sensazione di pienezza colata da linee, segni e altri toni.

Siamo stati ospitati nel laboratorio abitato dagli artisti Paolo Beneforti (scultore e pittore professionista) e Silvia Beneforti (pittrice e illustratrice). Ci interessava capire in che modo l’arte si manifestasse in un individuo e quando si facesse impulso, necessità d’espressione in immagini, forme, vuoti, assenze, colori o materia. Intervistando Silvia Beneforti ci siamo resi conto che non è mai troppo tardi e che non esiste un’età rispondente in cui questo palesamento e svelamento possa avvenire.
Perché? L’arte è capacità comunicativa ed espressività. È manifestazione di sé, delle emozioni, in quanto “figli” di un certo tempo e di un certo spazio che non trascendono la contingenza. È parte di una realtà sociale. L’arte è… quando è creata e quando è osservata. L’arte è creatività che si dispiega. È studio, osservazione e attività tecnica (dal greco tèchne).
Geltrude Stein, nel saggio dedicato a Picasso, scrisse di come lo stesso, nei primi tempi, volesse “rappresentare teste e corpi non come li vedono tutti […], ma come li vedeva lui, come li può vedere uno che di solito non conosce ciò che sta guardando”. “L’artista non concepisce se stesso come il riflesso degli oggetti che ha messo nei suoi quadri – scrisse ancora Stein – perché […] possa dipingere, prima di tutto deve essere fatta la pittura”.

Ed ecco che i colori morbidi di Silvia Beneforti, gli elementi naturali e le percezioni restituite dagli indizi, che si trovano a indossare le figure, creano un’orbita precisa. L’idea di libertà, la leggerezza dei contorni si comprendono essere pregni di significati legati alle emozioni, al valore delle cose e alle relazioni. Le case, gli animali, le strade e i percorsi silvestri – che si sciolgono lungo le sembianze, se da trame prendono forma, poi raccontano altre storie. In altezza vengono gli alberi e poi giungono nuove estensioni, come biforcazioni. Infiorescenze galleggiano o si mescolano come fosse ibridazione. Sussurrano vita narrazioni, zampillando dai dettagli e dagli elementi di vita quotidiana. E, se non dall’intento, emergono dall’osservazione che ne segue. Consapevolezza, allora, va scoprendosi nell’incontro con “esseri” tra l’umano e l’animale, come il cervo e le altre figure legate alla mitologia, alle leggende e al folklore.
A. S. Vazquez scrisse che “il lavoro è espressione e condizione basilare della libertà umana e la sua importanza consiste unicamente nella sua relazione con i bisogni umani”. E aggiunse che “la similarità tra arte e lavoro va ricercata quindi nel comune rapporto con l’essenza umana; il che vuol dire che si tratta in entrambi casi di attività creative”.
Silvia, raccontaci un po’ di te. Di che cosa ti occupi?
Sono nata a Piteccio, ma adesso vivo a Pistoia con mio marito Paolo che è anche il mio maestro d’arte. Al momento, lavoro su più fronti: artisticamente ho alcuni progetti in ponte, ma di arte e basta non si può vivere, mi occupo anche di supporto alla progettazione.
In che modo tutto ha avuto inizio? Quando è nata la tua passione artistica?
Grazie ad un amico comune ho conosciuto mio marito Paolo. Abbiamo lo stesso cognome dalla nascita, un caso davvero curioso. Il mio percorso artistico è andato di pari passo al percorso affettivo con Paolo. Nel 2012, infatti, ho frequentato il primo corso, allo studio, dove si lavorava la creta. Ecco, da quel momento ho capito quanto l’arte fosse uno strumento comunicativo al quale non avevo mai pensato e che non avevo mai esplorato. Così ho cominciato un tipo di formazione costante, anche perché grazie a Paolo ho potuto conoscere molti artisti, e – soprattutto – il conflagrare di una passione che è esplosa in tarda età. Il primo segnale è arrivato proprio dal contatto diretto con la materia, dall’immergere le mani nell’impasto e dalle tre dimensioni.

Come si è evoluta ed è mutata la tua arte? Quali sono le tecniche che prediligi?
Ho sperimentato molto e ho tentato in un primo momento con gli acquarelli, quindi con le due dimensioni. È una tecnica molto difficile, quella dell’acquarello, perché non puoi andare a correggere o a cancellare l’eccesso. Così, ho iniziato con la tempera. Ho iniziato a rappresentare i gatti e questo ha fatto nascere collaborazioni importanti con alcune realtà come Oipa e l’ex libreria indipendente Les Bouquinistes di Elena Zucconi.
La tempera mi convinceva sempre di più. L’acquerello è bellissimo, ma per poter sperimentare non era adatto, serve una grande capacità tecnica. E, oltretutto, l’olio su carta era perfetto: asciuga prima della tela, ma comunque dopo rispetto all’acquerello che è immediato nell’asciugatura. Per una o due ore, dunque, sei in tempo a correggere.
Pur avendo fatto questa scelta, non mi precludo cose nuove; mi piace sperimentare, lavorare con più materiali e tecniche, penso alla scultura anche… chissà.
Esiste una relazione tra emozioni, forme e colori? Di che tipo? Qual è lo stato emotivo in cui ti trovi quando lavori sulla carta o sulla tela?
Quando sono arrabbiata faccio una serie di disegni, su carta 100 grammi, le cui figure hanno uno stile ben preciso: volti e colori sono più cupi, tetri e spigolosi. È un modo per sfogare d’istinto, è la mia catarsi. La malinconia e la tristezza, al contrario, tendono a bloccarmi la mano, perché devo elaborare e conoscere quei sentimenti, capire da dove arrivano prima di prendere in mano il pennello. La serenità e la quiete, invece, sono parte di uno stato emotivo tipico e ideale per lavorare alle serie e a quello che faccio principalmente.

Come descrivi la tua arte? C’è una frase o una parola peculiari che ti corrispondono in tal senso?
“Un mondo a parte”, come il nome del mio primo blog. L’idea di creare mondi che non sono mondi reali, ma che contengono elementi e frammenti di realtà.
Quali sono gli artisti a cui ti ispiri (o a cui ti sei ispirata in passato)? Pensi a una corrente artistica o a un movimento artistico in particolare?
Paolo è stato una guida anche per questo, per esplorare la storia dell’arte e degli artisti. Molti credono che le mie figure assottigliate e semplificate nelle linee, nei dettagli e nei contorni fini siano ispirate a Modigliani. In realtà, sono più legata all’arte di Picasso.
Quanto le storie, le narrazioni ispirano il tuo operato? Quanto incide nel tuo lavoro la letteratura? C’è un genere preciso a cui fai riferimento?
Fiabe e libri accompagnati dai disegni, come quelli di Eugène Ionesco. Penso, ad esempio, alle illustrazioni di Katharina Busshoff. Mi ritengo una forte lettrice sia di testi classici che contemporanei. Per un evento in libreria ho esposto alcuni disegni ispirati alle figure di Anna Karenina, Heathcliff e altri personaggi della letteratura. La poesia, invece, l’ho scoperta con i versi di Matteo Pelliti e grazie al suo libro “Dal corpo abitato”. Ho letto quasi tutto di Čyngyz Ajtmatov. Al momento, invece, sto leggendo “Pastorale americana” di Philip Roth: rivelazione! Un libro da leggere al momento giusto, non credo che avrei potuto mai apprezzarlo tanto come in questo mio presente.

Cosa rappresentano per te l’arte del passato e l’arte contemporanea?
Viaggiando con il corpo e leggendo la storia ho potuto capire questo: amo e ammiro profondamente sia l’arte del passato che l’arte contemporanea.
Oggi, cosa significa fare arte? Quanto influisce il contesto socio-culturale sulla vita dell’artista?
Personalmente, con la piattaforma online riesco a vendere i miei lavori su carta un po’ dappertutto. Di recente le illustrazioni su carta sono arrivate negli Emirati Arabi Uniti, in Australia e in Lussemburgo. Anche se, prevalentemente, ho acquirenti negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni in generale. Ben diverso è quello che accade in Italia; per alcuni miei lavori, quelli su tela ad esempio, ci sono una serie di passaggi burocratici legati all’attestazione dell’opera che, come sappiamo, rendono molto complicato, lento e vincolante il mercato dell’arte.
Cosa ti auguri per il futuro?
Mi auguro di continuare a fare quello che faccio, perché con l’arte ho imparato a vedere davvero.

Lo scorso mese, dal 3 al 17 agosto, con la mostra “Personae” Silvia Beneforti ha esposto una selezione delle opere realizzate nell’ultimo triennio – tra cui piccole sculture, dipinti e installazioni – presso gli Antichi Magazzini del Palazzo Comunale di Pistoia. Per i visitatori e i curiosi è stata un’importante occasione per conoscere Silvia e la sua arte, il suo “mondo a parte” dai contorni leggeri e fiabeschi.









