PISTOIA – Il caso della Russia di Putin come esempio di “rilettura” della storia passata per la ridefinizione e la ricostruzione di una propria identità a seguito del crollo dell’Urss.
Alla libreria Lo Spazio di Pistoia è stato presentato il saggio “Nella Russia di Putin: la costruzione di un’identità postsovietica” di Andrea Borelli, edito da Carocci, in un evento realizzato in collaborazione con l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia.
Andrea Borelli è ricercatore in Storia dell‘Europa orientale presso l‘Università di Pisa e ha svolto attività di ricerca presso archivi russi ed europei, concentrandosi in particolare sullo studio della storia della Russia negli anni della traumatica dissoluzione dell’impero sovietico e della successiva ridefinizione e ricerca di una nuova identità e di un nuovo ruolo a livello globale.

La fine dei “due blocchi” e della contrapposizione politica, militare e ideologica tra le due superpotenze ha rappresentato per la Russia uno spartiacque nella propria storia contemporanea: le difficoltà, le crisi e le nuove sfide da affrontare in un mondo globalizzato e un contesto ormai in rapido mutamento si sono accompagnate a un processo di graduale “rilettura” del proprio passato, tra falsi miti e nostalgie, che è stato presto fatto proprio e portato avanti in maniera intensa e decisiva dal regime di Putin.
Perché l’ossessione dei dittatori per la storia? Perché chi domina il presente sente il bisogno di rivedere o rivalutare un certo passato? È questa la domanda di Stefano Bottoni, docente di Storia dell’Europa orientale in dialogo con l’autore, dalla quale prende le mosse anche il libro, che nella prima parte affronta il problema della storia come strumento per fabbricare il consenso diffuso attorno al regime putiniano.
“La storia è da sempre un mezzo per creare consenso e legittimare il potere – spiega Borelli – è una dinamica comune all’ex Unione Sovietica e ai regimi autoritari passati e attuali. Alcuni dittatori hanno avuto l’idea e la pretesa di mettersi a riscrivere di persona la storia del proprio Paese, e ciò avviene in funzione di una riscrittura del passato che deve porsi al servizio dell’ideologia corrente e del potere del leader. In questo complesso l’azione di Putin non si è concentrata tanto sul promuovere un negazionismo storico, quanto sul mettere in evidenza e sfruttare alcuni sentimenti e giudizi storici già presenti presso il popolo russo: è un questo contesto che si inserisce da un lato la rivalutazione positiva della figura storica di Stalin e del suo sistema ideologico e politico, dall’altro la ripresa e la valorizzazione di figure illustri del passato zarista come Pietro il Grande e Ivan il Terribile, fondatori della Russia moderna, personaggi tra l’altro già sdoganati dallo stesso Stalin nel corso degli anni Trenta”.
Alla ripresa di questi modelli, verso i quali il putinismo si sente legato, si contrappone la condanna e la visione in chiave negativa di altri personaggi ed eventi del passato sovietico: le critiche a Lenin per aver “diviso” i popoli sovietici, il giudizio sui fatti di Budapest e Praga, visti come tentativi controrivoluzionari ispirati da fascisti e imperialisti, e soprattutto il tema della dissoluzione dell’Urss, definita dallo stesso Putin come “la più grande tragedia del Novecento”.
Facendo leva non solo sulla nostalgia del periodo sovietico, ma soprattutto su un senso generale e un sentimento ampiamente diffuso tra la popolazione, gli eventi del 1989 sono invece oggetto di una condanna senza appello e Gorbaciov è giudicato molto severamente come l’artefice del crollo dell’Urss, colpevole di aver abbandonato la difesa dell’impero “esterno” e di aver gettato la Russia in un periodo di caos e anarchia.
“Questa nuova visione della storia contemporanea è stata introdotta da alcuni anni nei manuali scolastici in Russia – puntualizza l’autore – ma nonostante questi tentativi di indottrinamento le giovani generazioni hanno la possibilità di viaggiare in Europa, ricevere informazioni attraverso la rete, guardare film e serie tv americane. La società russa non è impermeabile ai contatti esterni, anche adesso che il Paese risulta maggiormente isolato a causa della guerra in Ucraina le frontiere sono fluide, non c’è più la rigidità dell’età sovietica”.

Nonostante la censura e i controlli sulla rete, nonostante le forti limitazioni alla libertà di informazione, secondo l’autore esistono strumenti, per esempio gli stessi social come Telegram, che possono costituire strumenti di “opposizione” alla narrazione governativa.
Perché allora i russi accettano “passivamente” una simile rilettura? Una parziale risposta risiede nel ricordo del “decennio nero” degli anni Novanta, un’epoca “buia” e di transizione tra il crollo dell’impero sovietico e la fase di crescita economica e di diffuso benessere che ha caratterizzato il primo decennio del Duemila, rivendicata da Putin in più occasioni. Gli anni Novanta sono invece associati nell’immaginario comune all’ascesa degli oligarchi, al potere delle mafie, all’inefficienza del governo di Eltsin, alla corruzione e alla povertà diffuse, alle sperequazioni sociali che hanno dato un colpo ulteriore alla Russia, costretta a fare i conti con i traumi e le conseguenze della fine del regime sovietico.
“In realtà – sottolinea Bottoni – si tratta di una situazione comune a tanti Paesi dell’ ex blocco sovietico, che nei primi anni Novanta hanno dovuto affrontare pesanti e difficili sfide, vedendo in alcuni casi un crollo del PIL e una gravissima crisi economica e sociale”. Da qui l’apprezzamento e il consenso per alcuni innegabili risultati raggiunti dal governo putiniano e la paura dei russi per un “regime change”, avvertito come un “salto nel buio”, con il possibile ritorno a una fase di anarchia e di debolezza interna; a ciò si lega il consenso e il sostegno della popolazione, per la verità più passivo che attivo, nei confronti di Vladimir Putin, visto come il solo “uomo forte” in grado di guidare il Paese e tenere a freno le spinte disgregatrici e centrifughe che metterebbero in serio pericolo l’esistenza stessa della Russia.
Si può quindi parlare di nazionalismo russo? Secondo Borelli questa definizione non è corretta, “c’è piuttosto un’idea di tipo imperiale che nasce dal carattere multinazionale e multiculturale della Federazione russa, che nel suo stesso assetto amministrativo intende sottolineare questa sua eterogeneità etnica, religiosa e culturale. Putin reclama questo spazio russo che va oltre i confini politici del Paese, rivendicando una sorta di riunificazione dei popoli sovietici sotto una stessa bandiera. La sua retorica si nutre di questo mito imperiale, unita alla convinzione di essere pienamente una realtà europea dal punto di vista storico e culturale, anzi di rappresentare la vera Europa contro quella moralmente corrotta e schiava degli Usa in cui noi viviamo. Putin è stato abile a strumentalizzare e utilizzare a proprio vantaggio questi sentimenti diffusi presso larghi strati della popolazione russa, creando una base di consenso che gli ha permesso di restare alla guida del Paese ormai da un quarto di secolo”.
La lettura del saggio di Andrea Borelli intende stimolare queste e altre riflessioni in merito alla realtà attuale della Russia di Putin, ma ribadisce altresì il ruolo fondamentale degli storici, chiamati a “depurare” la storia da forzature, negazionismi, storture e mistificazioni varie, spesso mosse per ragioni di interesse da politici o da “esperti” autoproclamatisi tali. Una “missione”, quella dei ricercatori storici, che oggi più che mai appare di urgente e cruciale importanza.









