lunedì, Ottobre 26, 2026

Fra piazza e giardino: due piccoli casi pistoiesi

di Marco Cei

PISTOIA – Circa quarant’anni fa, nei mitici anni ’80 in cui l’Italia era “da bere” e pensava solo a come uscire dagli anni di piombo, altrove si impegnavano in riforme e investimenti.

Per diversi paesi europei gli ultimi due decenni del secolo sono stati infatti anni di grandi realizzazioni architettoniche, urbanistiche e ambientali, a Parigi come a Lione, a Barcellona come a Berlino. I nostri (pochissimi) paesaggisti dovevano guardare fuori dai confini per riuscire a trovare pane per i loro denti e terra per i loro giardini.

Uno dei più noti e acuti, Ippolito Pizzetti, autore anche di pregiate pubblicazioni botaniche nonché curatore di collane, in occasione del grande concorso internazionale Parc de La Villette a Parigi come manifesto di “Un parco del XX secolo”, scriveva un memorabile articolo: “Un parco è un parco, è un parco …”. (Spazio e Società n.30 – 1985, pp. 34-44), riprendendo un celebre verso di Gertrud Stein (“Una rosa è una rosa, è una rosa, è una rosa – Sacred Emily” 1913).

Pizzetti andava al cuore del problema, cioè della diffusa incapacità (perlomeno nei progetti in concorso) di mettere la natura al centro della scena: «Qui invece a La Villette …. la presenza della natura come emozione, la sua presenza sentimentale, manca totalmente … Io non direi che nella nostra civiltà l’emozione della natura è assente. Se mai è assente la natura stessa, ma continua ad esistere come sentimento di una assenza». La conclusione a cui arriva nella sua disamina è che i progetti non raggiungono l’ambizioso scopo di creare un nuovo tipo di giardino o di parco, ma «non sono altro che l’esplosione di una piazza, una piazza ideale che si trasforma in megapiazza».

Altro punto fermo che può esserci utile nella valutazione di cosa è giardino e cosa non lo è può scaturire dalle parole di Pierre Grimal, grande storico delle civiltà antiche, compresi i loro giardini, da lui definiti “il recinto meraviglioso in cui si impara a barare con le leggi della natura” (L’arte dei giardini, Roma 1987).

Per ambedue, la discriminante è essenzialmente qualitativa, non importano le quantità; ci possono essere meravigliosi giardini di pochi metri quadri e altri di ettari e con centinaia di piante che non ci riescono assolutamente.

Due piccoli casi pistoiesi

Pistoia purtroppo non è particolarmente ricca di parchi e giardini, nonostante il suo continuo proclamarsi città delle piante e, anche per questo motivo, non può permettersi di sprecare le poche occasioni che si presentano. Vorrei parlare di due casi che, per molti versi, si possono leggere come speculari ed esemplari nella attuale questione paesaggistica.

Piazza Giuseppe Civinini

Il primo è costituito da una piazzetta (Giuseppe Civinini) che, piano piano, si è trasformata in un piccolo e intimo giardino: lo slargo lungo il Corso, davanti al Teatro Manzoni, negli anni ’90 del Novecento fu ripavimentato e sistemato su progetto di due architetti pistoiesi e il contributo di privati con alcune piante. All’epoca rimasi molto perplesso, se non apertamente critico, per la esiguità della componente vegetale, ritenendo che lo spazio potesse essere impostato più a giardino e meno a piazza, nella quale la parte lapidea minerale la faceva da padrona; le piante, infatti, erano solo due, un piccolo albero di canforo (Cinnamomum camphora) e una pergola metallica coperta da glicine (Wisteria sinensis). Un po’ alla volta, con il concorso di tutti – le piante che crescono e si sviluppano bene, i residenti e gli esercizi commerciali che trattano con amore il luogo, i servizi pubblici che lo mantengono con costanza – piazzetta Civinini si può oggi apprezzare come una piccola oasi dove la natura ha la sua (importante) presenza, tanto da confrontarsi bene anche con i volumi del prospiciente teatro.

La corte di Palazzo Fabroni

Al suo opposto possiamo prendere la vicenda della corte posteriore di Palazzo Fabroni, spazio chiuso che si apre su via Santa. È una realizzazione recente, scaturita da un concorso del 2015 che vide la vittoria di un gruppo di giovani pistoiesi, il cui progetto e rendering erano indubbiamente accattivanti.

La precedente sistemazione derivava da più interventi succedutisi nel tempo, gli ultimi dei quali suggeriti in persona da Roberto Burle Marx (grandissimo paesaggista brasiliano, ospitato e premiato a Pistoia in occasione di una sua mostra del 1992) e realizzati dalla ditta Mati per la scelta di piante e varietà di rose. Dopo venti anni di trascurata manutenzione, era comunque condivisibile la decisione di mettere mano alla nuova sistemazione degli spazi esterni, presa nel 2014 dall’Amministrazione comunale. Fra i quesiti del bando c’era la verifica della vegetazione esistente, che non era modesta, soprattutto in alcuni esemplari arborei che avrebbero potuto essere mantenuti. Le scelte del progetto vincitore, invece, non hanno previsto nessuna conservazione e soprattutto hanno limitato le nuove presenze arboree a tipologie di III grandezza (Cercis siliquastrum che a maturità forse arriveranno a 6-7 metri di altezza), con la perdita quasi completa della dimensione verticale, di fronte ad altezze e volumi architettonici invece molto imponenti. Ma la perdita più forte e, soprattutto, quasi irreparabile, è stata quella di suolo (pur se compattato dagli usi intensi e carrabili che doveva sopportare), sostituito da una spianata di calcestruzzo, poco comprensibile anche da un punto di vista funzionale. Oggi lo spazio della corte risulta poco vivibile per l’isola di calore che produce, poco attrattivo per una frequentazione umana e di una estrema povertà biologica.

Nei due piccoli esempi pistoiesi presi in esame, con il “metro” di giudizio fornitoci da Ippolito Pizzetti, potremmo definire il primo caso urbano (Civinini), una piazza che nel tempo è riuscita a trasformarsi in un giardino e il secondo (Fabroni) un giardino trasformato in una piazza-memoriale, dove la natura è solo evocata, ma che purtroppo non c’è. La cartina di tornasole se queste valutazioni siano reali è costituita da quanto pistoiesi e visitatori “abitino” i due luoghi: nel primo, a qualunque ora si passi, c’è sempre qualcuno per un caffè, con un giornale sulla panchina o a chiacchierare; nel secondo non si vede quasi mai nessuno, se non in occasioni particolari, quali mostre o inaugurazioni, confermando il suo essere intrinsecamente una piazza.

Possiamo anche dire però, con parole del Manzoni, che nella esperienza del concorso di Palazzo Fabroni “del senno di poi son piene le fosse”; infatti, al tempo non ci fu traccia delle molte e giustificate critiche che avremmo potuto e dovuto sollevare. In questi pochi anni si è evoluta una grande sensibilità ambientale e climatica, cresciuta in modo esponenziale tale da far percepire il breve lasso di tempo trascorso come un secolo: oggi, nelle città più evolute si cerca per quanto possibile di contrastare o addirittura invertire i fenomeni di isole di calore, impermeabilizzazioni del suolo, e così drenaggi, boschi urbani, depaving, demineralization, rain gardens, ecc. fanno ormai parte del bagaglio tecnico di progettisti e amministratori.

In questa ottica ambientale, nel prossimo articolo ci occuperemo di una ghiotta occasione paesaggistica per Pistoia, la riqualificazione del comparto di San Lorenzo, che può e deve sfruttare i fondi straordinari provenienti dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza).

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1 commento

  1. Sono anni che manco da Pistoia…sono stata responsabile per la Soprintendeza dall’87 al 2009…ed ho seguito la progettazione e realizzazione di piazza Civinini;vorrei ricordare che esisteva, per Piazza S.Lorenzo, un bellissimo progetto dei coniugi Poirot, offerto dalla fondazione CR….mi piacerebbe sapere qualcosa del nuovo progetto

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