mercoledì, Settembre 9, 2026

A Palazzo Strozzi l’arte “irreale e inverosimile” di Anish Kapoor

FIRENZE – Specchi, colonne, sfere riflettenti, illusioni ottiche, colori, installazioni magnetiche che catturano lo sguardo e stravolgono la nostra percezione della realtà.

L’arte “irreale e inverosimile” di Anish Kapoor sbarca a Palazzo Strozzi con la mostra “Untrue Unreal”, a cura di Arturo Galansino: una retrospettiva sull’opera dell’artista britannico di origine indiana che si inserisce nel percorso ormai intrapreso da anni da Palazzo Strozzi di attenzione all’arte contemporanea attraverso le installazioni dei più significativi artisti viventi.

Il viaggio nel mondo di Kapoor inizia subito “col botto”: la prima sala dell’esposizione è dominata dalla gigantesca installazione “Svayambhu”, termine sanscrito che indica ciò che si è fatto o si è creato da sé, ciò che non è stato realizzato da mano umana, come le immagini sacre acheropite della tradizione cristiana e bizantina in particolare. Il monumentale rettangolo colorato di vernice rossa è un enorme blocco che si muove lentamente avanti e indietro, scorrendo su rotaie lunghe venti metri ed eliminando così ogni intervento diretto dell’artista: è una riflessione sul rapporto tra vuoto e materia e sulle tracce lasciate dal passaggio di ogni entità, poiché nel suo movimento il blocco sembra lasciare in terra e sulle superfici attraversate il segno della cera rossa di cui è ricoperto.

Alcune immagini della mostra “Untrue Unreal” di Anish Kapoor a Palazzo Strozzi: l’installazione “Svayambhu” (fotografie di Giovanni Fedi)

Nella seconda sala è presente uno dei primi, fondamentali lavori con i colori che hanno consacrato Kapoor quale voce originale nel panorama dell’arte contemporanea. L’opera è una composizione di cinque oggetti di colore giallo e rosso, di diverse dimensioni e superfici, che emergono dal pavimento e dialogano con gli spazi interni del palazzo, riverberando il proprio colore sulle pareti e immergendo l’osservatore in un ambiente inconsueto.

Il tema del colore rosso, ricorrente nell’opera di Kapoor, caratterizza anche la sala successiva, dominata dalla “Endless Column”, la colonna “senza fine” che attraversa lo spazio dal basso verso l’alto: ma non è realizzata per sorreggere o sostenere qualcosa, bensì per dare l’impressione di un corpo che penetra il pavimento e sfonda il soffitto, infrangendo i confini della sala ed espandendone i limiti a dismisura. Con questa installazione l’artista ci fa riflettere sul legame fra terra e cosmo, e su come sia possibile proiettare un oggetto in una dimensione diversa e nuova, trasformandolo in un “ponte” verso l’infinito.

Si passa poi alla serie delle “black works” o “opere nere”, sfere e circonferenze di colore nero capaci di assorbire la luce e di rendere invisibili i contorni di un oggetto. Il risultato è la scomparsa della terza dimensione, che permette a Kapoor di mettere in discussione l’idea stessa dell’oggetto fiducia e di presentare forme che si dissolvono davanti ai nostri occhi.

Una delle circonferenze della serie “Black Works”

La sesta sala, molto impressionante, contiene alcuni lavori in silicone, resina e vernice realizzati dall’artista nei primi anni Duemila, sulla scia di un forte interesse per il tema del sangue, della carne e della corporeità, sempre nella duplice accezione di richiamo alla vita e alla morte. Ne scaturiscono opere di forte impatto visivo, talvolta disturbanti, che riproducono corpi “sventrati” e devastati, forme fluide e viscerali che paiono pulsare di vita propria.

Un’opera della serie dei “corpi sventrati”

La sala successiva, con “Vertigo”, “Mirror” e “Newborn”, presenta tre specchi e sfere riflettenti che deformano le immagini riflesse, creando illusioni ottiche e dando ai visitatori l’idea di uno spazio che muta la propria dimensione e i propri confini. Di fronte a queste sculture specchianti, ciascun osservatore prova curiosità ma allo stesso tempo si sente destabilizzato, dal momento che gli specchi di Kapoor stravolgono le normali leggi della fisica e cambiano radicalmente la percezione di noi stessi e dell’ambiente circostante.

“Mirror”

Il percorso espositivo si conclude con “Angel”, otto pietre di ardesia di varie dimensioni ricoperte di pigmenti blu, che conferiscono ai massi un senso di leggerezza, quasi di incorporeità; è proprio su questa apparente contraddizione che l’artista invita a riflettere, introducendo un senso di mistero sottolineato dal titolo dell’installazione, quasi che tali pietre siano “pezzi di cielo” caduti sul pavimento.

“Angel”

Al centro del cortile di palazzo Strozzi, infine, si erge un grande padiglione quadrato che si pone allo stesso tempo come punto di partenza e di approdo nel dialogo tra l’arte di Kapoor e le architetture rinascimentali del palazzo. Entrando, i visitatori si trovano di fronte a tre forme rettangolari vuote in cui lo sguardo è invitato a immergersi, in un’esperienza meditativa su spazio, prospettiva e tempo. Kapoor sembra sempre “giocare” a mettere in crisi le nostre certezze sulla realtà, “divertendosi” a modificarla, distorcerla, sezionarla, per dare vita a un mondo illusorio che ci fa interrogare sulla nostra interiorità, su ciò che è reale o irreale, verosimile o inverosimile.

L’esposizione resterà visibile al pubblico fino al prossimo 4 febbraio.

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