PISTOIA – Parte sabato prossimo, 20 gennaio alle 20.45, al Saloncino della Musica di Palazzo de’ Rossi, la II edizione de Le Parole di Hurbinek, il progetto ideato da Massimo Bucciantini dedicato al Giorno della Memoria.
La parola chiave del 2024, quella che idealmente la rassegna fa pronunciare a Hurbinek, bambino simbolo della Shoah, nato e morto a circa tre anni ad Auschwitz, che voce non ha mai avuto, è “Ghetto”.

Nata in Italia, e precisamente a Venezia, la parola, usata per indicare l’area chiusa da muri e cancelli in cui gli ebrei erano costretti a rientrare la sera, non aveva inizialmente nessun nesso con l’ebraismo. Essa si è estesa successivamente nel resto del Nord Italia e nei domini papali, con significative differenze.
Ed è per esplorare tra parole e musica il diverso uso di “Ghetto” che la lezione – concerto Ghetto Music è stata immaginata come anteprima ideale di un intenso programma di spettacoli, lezioni civili, laboratori, che dal 23 al 28 gennaio si interrogherà su quale valore dare alla Memoria e sul rapporto problematico tra passato e presente. Sul palco Francesco Martinelli, storico della musica, e Gabriele Coen (clarinetto e sax), Alessandro Gwis (pianoforte e tastiere), Riccardo Gola (contrabbasso) cureranno un racconto musicale per risalire la storia e la geografia di una parola.
Dal Ghetto di Mantova arriva un compositore fondamentale, Salamone Rossi, uno dei primi compositori di tradizione ebraica, la cui musica segna il passaggio, alla fine del Cinquecento, dalla polifonia alla melodia.
La parola ghetto è stata poi usata per i quartieri ebrei degli Stati Uniti, anche se mancavano alcune connotazioni (il Lower East Side era “il ghetto di Manhattan”) e da lì è emersa l’associazione a ghetti diversi, più precisamente alle enclave etniche, come alcuni quartieri afroamericani o latino-americani delle metropoli USA (Bed-Stuy, Bronx, Spanish Harlem), sempre con una accezione che ne sottolineasse la percepita pericolosità e, come nel caso di quelli ebraici, ne cancellasse il senso di comunità, spersonalizzando gli abitanti. In Europa, i quartieri ebraici delle città furono trasformati in ghetti dal nazismo come strumento di controllo e di sterminio, e la resistenza eroica di quelli di Vilnius e Varsavia fu accompagnata anche dalle sue canzoni.
Ci sono poi altri ghetti storici: in Marocco, per la prima volta a Fez nel XV secolo, la comunità ebraica deve abitare nella mellah che viene chiusa la sera; in Sudafrica le township funzionano nello stesso modo. Nella diaspora ebraica il ghetto europeo è diventato un elemento centrale dell’identità culturale e in quella africana è stato associato spesso a simboli come il ghetto blaster, l’apparecchio combinato per l’ascolto di musica da radio e cassetta per strada/on the corner.
“Per il concerto Ghetto Music è stata simbolicamente scelta una figura musicale rappresentativa di una città, Sarajevo, che non ha avuto il ghetto e in cui le comunità cristiana ortodossa, sefardita, askenazita e musulmana si sono intrecciate e mescolate nel corso dei secoli, e che ancor oggi è una città che difende orgogliosamente il suo pluralismo culturale”, racconta Francesco Martinelli insieme a Gabriele Coen, che aggiunge, sul senso del progetto: “Gettare ponti di pace e conoscenza! L’unicità della Shoah deve rappresentare un’occasione, e non un limite, per ragionare sul concetto del male affinché il presente e la storia non conoscano più genocidi: è questo il senso profondo della memoria, la sua portata universale che dalla specificità ebraica deve portare a un monito di valore universale”.
Il concerto è a ingresso libero.









