mercoledì, Settembre 9, 2026

La musica come emozione e condivisione: intervista a Maria Antonietta

PISA – Al Lumiere di Pisa è andato in scena il concerto di Maria Antonietta nell’ambito del suo “La tigre assenza club tour” per il lancio dell’ultimo album in studio, pubblicato lo scorso mese di maggio.

Maria Antonietta, nome d’arte della cantautrice pesarese Letizia Cesarini, inizia la sua carriera artistica nel 2007 come voce e chitarra del duo Young Wrists, caratterizzato da sonorità marcatamente punk. In seguito intraprende un’esperienza solista e nel 2012 esordisce con la pubblicazione del suo primo album, prodotto da Brunori Sas e contrassegnato da influenze artistiche che rimandano a grandi figure femminili del cantautorato italiano come Nada, Camen Consoli e Cristina Donà, ma senza dimenticare l’anima punk e rock e strizzando l’occhio alla musica di artiste internazionali come PJ Harvey e Courtney Love.

La cantautrice Maria Antonietta in concerto al Lumiere di Pisa (foto di Simone Chelucci)

Negli anni successivi Maria Antonietta si avvicina sempre più all’indie rock e avvia collaborazioni con Afterhours, Chewingum, Tre Allegri Ragazzi Morti, Francesco Bianconi, Colombre e Levante, calcando anche il palco del Festival di Sanremo nel 2020 nella serata delle cover (in duetto con Levante) e, più di recente, aprendo l’attesissimo concerto di Lana Del Rey a Lido di Camaiore lo scorso mese di giugno.

La sua è una musica particolare, che mescola sacro e profano, con testi che non di rado contengono riferimenti religiosi o richiami a grandi figure femminili del presente e del passato, con particolare attenzione alle biografie di artiste, poetesse, scrittrici; è inoltre sempre presente un amore e una passione per l’arte che Letizia ha maturato fin da adolescente, in parte ereditata dal padre pittore di icone sacre, e poi sviluppata negli studi universitari in storia dell’arte medievale.

A margine del concerto al Lumiere abbiamo avuto l’occasione di intervistare in esclusiva Maria Antonietta e di approfondire alcuni aspetti legati alla sua musica.

Partiamo dal tuo ultimo lavoro “La tigre assenza” e dal tuo tour di cui questo concerto ha rappresentato la penultima data.

L’album è uscito a fine maggio, sono passati solo sette mesi ma mi sembra che sia trascorso molto più tempo, è stato un periodo intenso con un tour club di tutta Italia che sta per volgere al termine. Il disco è stato pubblicato a cinque anni di distanza dal precedente, nel frattempo mi sono dedicata anche ad altro al di fuori della musica, in particolare nel periodo della pandemia ho fatto reading di poesia, altra mia grande passione.

Questo tempo di “stacco” secondo me è servito perché mi ha fatto riflettere e pensare, talvolta noi cantautori, spinti anche dai ritmi e dalle esigenze del mercato discografico, siamo portati a scrivere musica “per inerzia”; invece questo temporaneo allontanamento mi ha fatto capire che scrivere musica è proprio quello che sento di voler fare, perché mi rende felice e mi mette in connessione con il mondo che “sento” interiormente.

E poi c’è l’aspetto della condivisione.

Dal lavoro personale e “in solitaria” di scrittura si passa a una dimensione di lavoro di squadra che mi piace moltissimo, è un quotidiano confronto e scambio di esperienze con il mio gruppo di musicisti.

Tra revisione dei testi, studio degli arrangiamenti, prove, allestimento dei concerti, organizzazione del tour, c’è un rapporto diretto di collaborazione che per me è molto stimolante: in un certo senso significa portare alla luce e condividere con altri quel mondo “nascosto” e interiore che mi sono tenuta dentro per mesi o per anni, tirando fuori emozioni e sensazioni. Questo processo di lavoro di gruppo e di condivisione mi dà una grande soddisfazione, è una delle ragioni principali del mio fare musica.

Ti senti più Letizia o Maria Antonietta? E che differenza c’è per te tra le due?

Ho cominciato a scrivere i primi brani quando ero adolescente e frequentavo la scuola superiore, all’inizio era un fatto privato e personale; però mi sono scelta da subito un “alter ego” che fosse tutto quello che io non riuscivo ad essere nella mia vita, sostanzialmente per un fatto di timidezza.

E allora ho scelto il nome di una figura storica come Maria Antonietta, regina potente e antipatica: una donna che nell’immaginario comune faceva quello che voleva, usava il proprio potere in maniera dispotica, non aveva pudore e non si faceva scrupolo di trattare i sudditi con disprezzo. Una figura negativa ma allo stesso tempo affascinante, che ha esercitato un’attrazione irresistibile su una sedicenne timida e riservata come ero io, che avevo tutto un mondo interiore da “buttare fuori” ma mi facevo mille problemi e questioni mettendo continuamente in dubbio e in discussione le mie capacità.

In questo senso Maria Antonietta è arrivata per “salvare” Letizia dai suoi dubbi e timori e per darle la possibilità di esprimere quello che teneva nascosto, facendola diventare più “spavalda”. Crescendo mi sono resa conto che è stata una forma di “esercizio di libertà”, che mi è servito per maturare e avere una migliore consapevolezza di me stessa. Oggi Maria Antonietta e Letizia si sono quasi unite, sono molto più coincidenti di un tempo.

Una spavalderia e una libertà che si ritrovano nei tuoi modelli rock e punk.

Sì, le mie “eroine” dell’adolescenza nonché modelli femminili di riferimento erano le grandi interpreti del punk rock americano come Courtney Love, Kat Bjelland, Kathleen Hanna delle Bikini Kill: erano tutte ragazze spavalde e molto libere, ed era quel tipo di libertà che mi attraeva.

Nel corso del tuo concerto c’è stata anche una parentesi molto “personale”, quando dal palco hai parlato del tuo compagno e hai raccontato i tuoi primi momenti con lui.

Sì, è un rapporto di amore e condivisione, due valori che secondo me non si possono slegare. Entrambi lavoriamo anche insieme, questo per chi ci vede da fuori può apparire un limite, ma in realtà per me è molto più facile che se dovessi condividere la mia vita con qualcuno che fa una cosa totalmente diversa: sia perchè ci comprendiamo meglio, sia perchè ho trovato una grande solidarietà e una grande voglia di collaborare insieme.

E soprattutto la mancanza di invidia: ognuno è felice per i successi dell’altro, e non c’è questa “competizione” che ti fa storcere il naso e ti porta a voler “ridimensionare” l’altro, rovinando poi il rapporto. È la paura di sentirsi messi da parte, di finire in secondo piano; invece nel rapporto che io e il mio compagno abbiamo costruito c’è soddisfazione e felicità quando l’altro riesce a prendersi degli spazi e a realizzare cose belle.

Progetti in corso o programmi per i prossimi mesi?

Con la fine di questo tour, a febbraio mi prenderò un po’ di tempo di riposo dedicandomi alla scrittura. Sto scrivendo un nuovo disco e un nuovo libro: sono abbastanza assorbita da questa attività, ci sono tante idee in testa che spero possano diventare concrete nei prossimi mesi. Io “devo” scrivere, è un imperativo che tendo ad impormi perché in fondo il verbo “devo” appartiene a chi fa arte, è l’esigenza e il bisogno irrefrenabile di far uscire qualcosa.

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