mercoledì, Settembre 9, 2026

Ricostruire  la verità storica sul confine nord-orientale contro le strumentalizzazioni

di Mauro Matteucci*

PISTOIA – Sento l’esigenza di intervenire a proposito della Giornata del Ricordo 2024 come educatore e come insegnante, che ha lavorato per molti anni con gli studenti sulle questioni del confine nord-orientale perché ancora una volta le strumentalizzazioni politiche prevalgono sulla corretta verità storica. Proprio per consentire ai giovani una corretta e approfondita conoscenza storica, ho invitato illustri studiosi e scrittori con testimoni e discendenti di esodati (tutti provenienti da Trieste e dall’Istria), all’interno del progetto Scenari del XX secolo promosso dall’Istituto Statale d’arte “P. Petrocchi” insieme all’Istituto Storico della Resistenza e alla Provincia di Pistoia; senza contare i viaggi e le visite guidate sui luoghi interessati.

Mauro Matteucci

  Gran parte dell’Istria, delle isole del Quarnaro e della costa dalmata presentavano da secoli una situazione molto complessa delle popolazioni insediate. Vi era una differenza  linguistico – culturale tra città e costa (prevalentemente romanzo-italiche) e le campagne dell’entroterra (in gran parte slave). Durante il regime fascista, ma anche prima – negli anni successivi alla guerra del ’15-’18 – si ebbe una vera e propria opera di italianizzazione forzata: oltre alle continue violenze, alle popolazioni slave fu proibito di parlare la loro lingua, furono tradotti i nomi in italiano, fu proibito di parlare lo slavo (sloveno e croato) e di insegnarlo a scuola. Nel 1941 Mussolini dichiarò guerra alla Jugoslavia: l’esercito italiano, per reprimere la lotta partigiana, commise numerose stragi nei confronti delle popolazioni civili slave. Nel periodo tra l’armistizio dell’8 settembre ’43 e il maggio-giugno 1945, questi territori furono ancora teatro di violenza da parte degli occupanti tedeschi prima e dei partigiani iugoslavi dopo. Durante l’occupazione tedesca si scatenò una durissima persecuzione  di ebrei, antifascisti e democratici (lager della Risiera). Intanto i partigiani italiani, spesso insieme a quelli slavi, combattevano contro i nazifascisti. Dopo la fine della guerra e la sconfitta della Germania, tra il maggio e il giugno 1945, i partigiani slavi occuparono Trieste. Gli alleati anglo-americani, occupata la città, divisero i territori in zona A (Gorizia, Trieste e Pola) e zona B (Istria): la prima, con i Trattati di Parigi del 10 febbraio 1947, ad eccezione di Pola, fu attribuita all’Italia, la seconda alla Jugoslavia. Gli Italiani dei territori iugoslavi potevano fare opzione o per rimanere nel nuovo stato socialista jugoslavo o per andare in Italia. La stragrande maggioranza optò per andare in Italia: si calcola che l’esodo interessò tra il 1948 e il 1955 circa 400mila persone, che a lungo dovettero vivere in condizioni di grande disagio nei  campi profughi.

A proposito delle foibe, diventate oggetto di una vergognosa strumentalizzazione politica – in particolare da parte della destra politica che su quest’argomento non dovrebbe avere parola –  nel linguaggio geologico sono depressioni carsiche a forma di imbuto. La più famosa, legata alle vicende del confine nordorientale, è la cosiddetta foiba di Basovizza, un profondo pozzo minerario, nel territorio della frazione di Basovizza, nel comune di Trieste. Nel maggio 1945 fu utilizzato dai partigiani slavi per un numero imprecisato di cadaveri di italiani e tedeschi durante l’occupazione jugoslava di Trieste. Il momento di esplosione delle due crisi  (la prima nel settembre-ottobre del ’43, la seconda nel maggio-giugno del ’45, colloca il fenomeno della violenza in un contesto preciso, quello del passaggio – dal regime nazi-fascista allo Stato socialista jugoslavo – fra poteri alternativi, che si erano combattuti accanitamente in una guerra totale. Storici attendibili sostengono che sia impossibile calcolare il numero esatto dei corpi infoibati, nonostante,  per propaganda politica,  si siano fatte spesso cifre esagerate. Nel 1992 è stata dichiarata monumento nazionale.

I muri, l’oblio imposti dalle colpe degli Stati alle genti di queste terre, l’impedire che le fratture si ricomponessero gradualmente coinvolgendo in un normale dibattito l’opinione pubblica e la società nel suo insieme, la rimozione forzata della storia del territorio dalla memoria e dalle coscienze collettive (sia in Italia che nell’ex Jugoslavia) hanno creato nuove barriere, hanno congelato la situazione consentendo che il passato consegnasse alla discussione politica strumentalizzazioni e contrapposizioni e a queste nostre delicate aree di confine solo le sue tossine più pericolose: il rancore, la diffidenza, la sfiducia.

 Come educatore impegnato nell’accoglienza dei migranti a Vicofaro, credo che alcuni temi siano di estrema attualità: mobilità, trasferimenti, esodi, peso dei confini effettivi e rappresentati (etnia e religione), processi di accoglienza  e relazione con le terre di origine possono trovare spunto nelle vicende dell’Adriatico orientale quale laboratorio comparativo ad altre situazioni a noi vicine.

*Centro “don Lorenzo Milani” di Pistoia

Related Articles

Rispondi

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

ULTIMI ARTICOLI