giovedì, Settembre 10, 2026

L’attesa, la follia, il senso dell’esistenza: “Aspettando Godot” secondo Terzopoulos

PRATO – Un capolavoro del teatro contemporaneo riletto attraverso i temi della vana attesa, della follia e dell’assenza di un senso ultimo nell’esistenza umana.

Al Teatro Metastasio di Prato va in scena “Aspettando Godot” nella riscrittura e nell’adattamento del regista greco Theodoros Terzopoulos, riconosciuto a livello internazionale come uno dei maestri del teatro del Novecento. Terzopoulos si confronta con il capolavoro di Samuel Beckett, uno dei testi più noti del “teatro dell’assurdo” che ruota attorno a un dialogo sterile tra due personaggi sospesi in una situazione d’attesa, e che nel giro di pochi anni dopo la sua prima rappresentazione nel 1953 a Parigi è diventato uno dei “classici” del teatro contemporaneo, soggetto a numerosi riadattamenti, reinterpretazioni e riletture.

In un prato ai piedi di un salice, in uno spazio senza tempo, stanno distesi due personaggi, Vladimiro ed Estragone: due uomini ormai giunti alle soglie della vecchiaia, dai vestiti laceri e l’aspetto trasandato, che si trascinano, quasi immobili, fra lenti movimenti e dialoghi ripetitivi. Sono lì fermi ad aspettare un terzo personaggio di nome Godot (un amico? un semplice conoscente? l’opera non lo svela, ma in fondo la sua identità è poco rilevante) e ingannano il tempo lamentandosi della loro condizione, inscenando litigi o gare di insulti, dando vita a discorsi sconnessi e grotteschi, fino al proposito di separarsi o peggio ancora di suicidarsi impiccandosi ai rami del salice. In realtà ragionano a vuoto e le loro parole se le porta via il vento, rivelandosi incapaci, per una sorta di intrinseca inettitudine, a compiere qualsiasi gesto rilevante: figuriamoci quello più estremo!

Alcune scene dello spettacolo “Aspettando Godot” (foto di Johanna Weber)

Fin dalle prime battute domina la scena un senso di crescente inquietudine, di attesa che da spasmodica si fa sempre più inutile e vana per un evento che si dovrebbe manifestare da un momento all’altro, ma che con il procedere del tempo appare sempre più flebile e lontano. Come il sergente Drogo che nella sua remota fortezza ai confini dell’impero aspetta inutilmente l’arrivo dei Tartari, così Vladimiro ed Estragone nella loro immobilità vivono il dramma dell’attesa per qualcosa a cui, con il passare dei giorni, non riescono nemmeno più a dare un senso.

È questo il cardine del capolavoro beckettiano, reso dal regista greco non solo attraverso le parole, ora banali e superficiali, ora prive di senso logico pronunciate dai protagonisti, ma anche e soprattutto attraverso una gestualità marcata e di fortissimo impatto visivo, nelle azioni irrazionali di chi ha ormai smesso di ricercare un senso per la condizione e l’esistenza umana.

A far crescere l’angoscia dei due protagonisti, è poi l’ingresso in scena di altri due personaggi allucinanti e allucinati: il vecchio Pozzo che tiene legato a una catena il suo servo Lucky, rappresentato ora come un soldato reso pazzo dalla tragica esperienza della guerra, ora come un matto rinchiuso in un manicomio che trascina con sé un mucchio di scarpe.

Il tema della follia si lega in maniera assai stretta a quello dell’insensatezza della vita umana, espandendo e approfondendo dal punto di vista psicologico una riflessione già iniziata con il metateatro di Pirandello, e che Beckett conduce alle sue estreme conseguenze.

L’arrivo di un pastore, servitore e guardiano delle capre di Godot, che preannuncia il sicuro arrivo del suo padrone per il giorno seguente, anziché rassicurare accentua ancora di più questo senso di oppressione e di angoscia che si respira nell’aria. A Vladimiro ed Estragone, rimasti soli, non resta che concludere il dramma con la stessa domanda con la quale si era aperto: “che cosa facciamo? aspettiamo”, certificando così quella ciclicità senza apparente via d’uscita che li ha ormai resi prigionieri.

Lo spettacolo, ricco di suggestioni simboliche e certo di non facile lettura e interpretazione, ha il merito di proporre in una veste più moderna il capolavoro beckettiano rispettando però allo stesso tempo i personaggi e il senso ultimo dell’opera e proponendo agli spettatori un’interessante riflessione sul significato dell’attesa e dello scorrere del tempo in rapporto alla condizione umana.

Alcuni concetti sfuggono alla comprensione reazionale, ma le varie suggestioni che Terzopoulos propone sono evidenziate dallo spazio scenico utilizzato: gran parte dell’azione si svolge su un soppalco che si apre e si chiude, mentre il palcoscenico è vuoto e presenta solo al centro una piantina che richiama l’albero sotto il quale stanno sdraiati i due protagonisti.

Eccellente l’interpretazione del cast dei cinque attori coinvolti (Paolo Musio, Stefano Randisi, Enzo Vetrano, Giulio Germano Cervi e Rocco Ancarola), mentre le musiche originali di Panagiotis Velianitis accompagnano lo spettacolo in maniera efficace e in un climax di inquietudine. In particolare alcune scene sono inframmezzate da suoni che riproducono le sirene degli allarmi aerei, seguite da colpi di cannoni ed esplosioni di bombe: un chiamo richiamo al purtroppo attualissimo tema della guerra, da sempre simbolo di irrazionalità e non senso, così come Beckett chiamava a riflettere sulla vita umana.

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