PRATO – Una camminata attraverso le sale espositive del Museo di Palazzo Pretorio fra opere d’arte, suoni, parole, emozioni.
Un percorso multisensoriale che si avvale di più linguaggi e più canali interpretativi; un modo originale, inconsueto e diverso dal solito per visitare le sale del museo e il suo patrimonio artistico, costituito da affreschi, dipinti e sculture, molti dei quali legati direttamente alla storia di Prato, che abbracciano un arco temporale dall’età medievale al secondo Novecento.

È “Walk in Sound: del tempo e dello spazio” il nuovo progetto artistico e performativo, ideato e realizzato dall’attore pratese Francesco Dendi e curato da Erica Romano, che dal prossimo mese di aprile consentirà ai visitatori del Museo di Palazzo Pretorio di poter compiere un’esperienza immersiva e coinvolgente all’interno degli spazi museali. Il progetto, che è stato presentato attraverso una serie di visite in anteprima, nasce dall’idea di realizzare una vera e propria “mappatura di un luogo”, in questo caso le sale del palazzo, attraverso la costruzione di un “percorso sonoro” composto da musiche, suoni, rumori e parole, in grado di evocare emozioni e sensazioni e mettere il visitatore in rapporto diretto e in dialogo con lo spazio in cui si trova e gli oggetti in esso contenuti.
Come ha spiegato lo stesso Dendi, “l’idea è scaturita dalla lettura di alcuni libri, in particolare un saggio di carattere antropologico ed etnografico sulle consuetudini degli Aborigeni australiani di mappare i loro percorsi rituali attraverso canti e suoni. Da queste suggestioni è venuta fuori la possibilità di realizzare delle passeggiate sonore secondo un modello che può essere applicato in tutti i luoghi: basta trovare una possibile chiave di lettura per ciascuno di essi”.

Per il Museo di Palazzo Pretorio, dopo un’attenta riflessione, Dendi ha scelto come fondamenti per la costruzione del percorso sonoro le due coordinate di spazio e tempo, riflettendo e facendoci riflettere, in ogni sala del museo, sulle molteplici e variegate relazioni che si possono intrecciare fra questi due elementi. C’è lo spazio aperto della città con i suoi rumori della vita quotidiana delle persone contrapposto allo spazio chiuso del museo, dove a prevalere sono silenzio e quiete; ci sono l’interno e l’esterno, il dentro e il fuori, spazi diversi e in continuo dialogo che fanno apparire il palazzo come una “nave” le cui finestre costituiscono degli “oblò” attraverso i quali chi è dentro può lanciare uno sguardo sulla città, e la città, viceversa, può “sbirciare dentro” per rivedere la propria storia.
E poi c’è il tempo, ora ciclico e ora lineare, che non procede quasi mai alla stessa velocità: oltre alla contrapposizione fra il “tempo della città” e le sale del museo dove il tempo sembra essersi fermato e dove gli oggetti ci fissano nella loro eterna immobilità, Dendi ci fa riflettere sul continuo dialogo fra epoche diverse, suggerendo collegamenti e correlazioni fra oggetti esposti di secoli molto lontani, a testimonianza che l’ordine cronologico può essere facilmente mutato e che il tempo procede sovente attraverso strappi, ellissi, accelerazioni e brusche frenate.
E noi visitatori, “armati” di cuffie collegate a un lettore mp3 che sembra in tutto simile a un’audioguida, ascoltiamo sala dopo sala la registrazione di Dendi, in un succedersi di suoni, rumori, parole e musiche che hanno il potere di farci evocare immagini, analogie, suggestioni, riflessioni. Suoni che richiamano alla mente antichi mestieri, canti gregoriani e musiche d’organo che ci aprono al mondo spirituale e divino mentre i nostri occhi ammirano polittici e pale d’altare su fondo oro del Trecento, citazioni che richiamano alla filosofia di Bergson, considerazioni sul valore del museo come “forziere” o “scrigno” capace di contenere tesori da scoprire non soltanto attraverso gli studi e i libri di storia dell’arte, ma lasciandoci anche trasportare – perchè no? – dal potere dell’immaginazione e della sensazione.

Realizzare un progetto del genere è stato tutt’altro che semplice e banale. “C’è voluto un mese e mezzo di lavoro intensivo – ha spiegato Dendi – non solo per visionare le sale del museo, raccogliere le idee, sviluppare associazioni testuali e sonore, prendere appunti, cominciare a buttar giù una possibile traccia, ma soprattutto nella lunga fase di registrazione, campionamento, mixaggio dei suoni, che devono rispettare con estrema precisione i tempi della visita. Oltre a questo, c’è stato tutto il lavoro di ricerca critica nei campi della storia, della letteratura, della storia dell’arte, dell’architettura e della filosofia, per il quale Erica Romano mi è stata di grandissimo aiuto.
L’auspicio è che questo progetto possa rappresentare non un’alternativa alla classica visita guidata del museo, ma un’iniziativa complementare, un modo nuovo e diverso di leggere il percorso museale e le opere esposte, pensato per tutti i visitatori ma in particolare per i più giovani e per coloro che per la prima volta si approcciano a un museo.
Come spiego all’inizio del percorso sonoro, riflettendo sul significato della parola museo e sull’accezione spesso negativa che esso assume, in quanto associato a qualcosa di antico, vecchio e superato, ecco allora che questa camminata fatta di suoni e voci diventa uno strumento per superare questo pregiudizio, senza alcuna pretesa di spiegare e descrivere le opere esposte, ma di darne una lettura secondo un criterio evocativo ed emozionale”.
Per Francesco Dendi è la seconda esperienza di “Walk in Sound” dopo un progetto analogo realizzato lo scorso anno presso la Fortezza medicea di Portoferraio, e bisogna dare merito al Museo di Palazzo Pretorio che ha voluto fortemente la realizzazione di questa iniziativa. Un “esperimento” che dopo una fase di “rodaggio” per mettere a punto gli ultimi dettagli entrerà a far parte dell’offerta museale e potrà essere fruito dai suoi visitatori, per un Museo che si dimostra molto attento alle sollecitazioni artistiche provenienti dal territorio e sensibile all’apertura verso nuove forme di fruizione del patrimonio museale.
Un bel progetto, in conclusione, per permettere a tutti i visitatori di “leggere l’arte attraverso l’arte”.



