PISTOIA – Quest’anno ricorre il ventennale dalla scomparsa di Massimo Freccia, un “pistoiese illustre” colpevolmente poco menzionato e ricordato dalla sua città natale, che nel corso di una lunghissima carriera ha diretto alcune tra le più note orchestre sinfoniche e filarmoniche del mondo, venendo acclamato come uno dei più importanti direttori d’orchestra italiani del secolo scorso.
Una figura che a Pistoia ha lasciato forse poche tracce, rispetto al suo valore e ai riconoscimenti che ha ottenuto a livello internazionale: in effetti Freccia, la cui famiglia paterna era di origine fiorentina, ha trascorso in città solo il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza, prima di “spiccare il volo” verso l’Europa, gli Stati Uniti e il mondo. Un “viaggio” nel segno della sua passione per i grandi compositori del presente e del passato e per la musica sinfonica: una scelta per certi aspetti inconsueta, che andava contro la tradizione italiana più propensa verso la musica da camera, ma che alla lunga si rivelò foriera di successi e di soddisfazioni professionali, dando luogo anche ad interessanti e gustosi aneddoti di carattere privato che il maestro ci racconta nel suo libro di memorie.
Massimo Freccia, battezzato come Massimo Filippo Antongiulio Maria Freccia, nasce il 19 settembre 1906 nella località di Valdibrana, a pochi chilometri da Pistoia, luogo in cui la famiglia possedeva una villa di campagna. Come lo stesso Freccia annota nel suo libro di memorie, fin dall’infanzia cresce in un ambiente benestante e molto aperto e vivace dal punto di vista artistico: il padre, procuratore legale e proprietario terriero, aveva accumulato una discreta fortuna nel corso degli anni, e oltre all’attività di avvocato non disdegnava di dedicarsi con buoni risultati alla pittura con acquerelli; la madre, Porzia de’ Rossi, aristocratica appartenente a uno dei casati più antichi e illustri della città, era una brava pianista dilettante, dall’educazione cosmopolita e raffinata, e incoraggiò il crescente interesse del figlio per la musica, che egli manifestò fin dalla più tenera età.

“Avrò avuto sei o sette anni quando mia madre rientrò in casa una sera accompagnata da un signore pallido, dai lunghi capelli bianchi, che indossava una lucida marsina e portava una custodia di legno nero”: così Massimo ricorda il suo incontro da bambino con “il professore”, il suo primo insegnante di violino, che ebbe un ruolo certo non secondario nell’avviare il giovane alla pratica musicale e all’esecuzione delle composizioni di violinisti italiani dell’età barocca come Vivaldi e Corelli.
Funzione altrettanto importante nella formazione musicale del giovane Massimo ebbe sua prozia, di origine russa, che si trasferì a vivere con la loro famiglia allo scoppio della Grande Guerra: L’autore la ricorda come una donna “dalla personalità dominante, originale, eccentrica, spiritosa, fuori dal comune”. La prozia porta un’autentica “ventata” di novità e amplia notevolmente gli orizzonti musicali del ragazzo, Suonando per ore e ore al pianoforte insieme a lui composizioni di grandi autori ottocenteschi, molto in voga nella Russia zarista, come Tchaikovsky, Rubinstejn, Schumann e Wagner.
Nel 1923 il giovane matura il fermo proposito di diventare musicista e di iscriversi al Conservatorio di Musica di Firenze: nonostante il padre ritenga questa decisione “dissennata” e bolli come assurda “l’idea di un giovane di buona famiglia di scegliere la musica come professione”, alla fine non si oppone e Massimo entra in Conservatorio, stringendo fin da subito uno stretto rapporto d’amicizia con il compositore Luigi Dallapiccola.
Se da un lato trova alcuni corsi “noiosi e privi di interesse”, dall’altro si concentra sugli studi di violino e sulla musica sinfonica, guardando con crescente interesse e ammirazione l’attività di un maestro riconosciuto come Arturo Toscanini, che diventerà negli anni il suo modello di riferimento. Desideroso di superare le rigide e antiquate impostazioni del Conservatorio, insieme a un gruppo di altri studenti e musicisti dilettanti accomunati dal desiderio di suonare musica d’insieme, dà vita a una piccola orchestra di cui assume la direzione. La sua formazione iniziale come direttore d’orchestra avviene quindi da autodidatta, e i primi incarichi che riceve nell’ambiente fiorentino fanno crescere in Massimo la consapevolezza verso questa nuova strada professionale.

L’amicizia e la stima di Alfredo Casella, uno dei più noti compositori italiani contemporanei, apre al giovane e talentuoso Massimo le porte dei grandi teatri internazionali: la sua prima esperienza è a Vienna, una della capitali europee della musica sinfonica e dell’opera lirica, dove ascolta le opere di Strauss, le messe di Mozart nelle chiese e le sinfonie di Bruckner e Mahler nelle sale da concerto.
È poi a Parigi, dove alla fine degli anni Venti è in corso l’ultima fase delle Avanguardie, e nella capitale francese incontra maestri della musica e dell’arte come Stravinskij, Picasso, Cocteau e Ravel.
Gli anni Trenta segnano per Freccia l’inizio di una lunga carriera che sarà costellata da successi e da incarichi prestigiosi: dopo una breve esperienza come assistente direttore di una compagnia di balletti parigini, è chiamato a dirigere l’Orchestra Sinfonica prima di Vienna e poi di Budapest, con la quale dà vita al suo primo tour europeo.
La sua fama si sparge anche oltreoceano e nel 1937 è per la prima volta a New York, su invito del maestro e amico Toscanini, che lo introduce al vivace mondo delle filarmoniche americane. Complice lo scoppio della seconda guerra mondiale, Massimo si procura un visto permanente per poter soggiornare negli Stati Uniti (in seguito acquisirà anche la cittadinanza statunitense) e visita più volte Cuba, dove stringe amicizia con Gershwin e conosce la sua futura moglie Maria Luisa Azpiazu, detta Nena, sposata all’Avana nel 1945.

Gli anni del dopoguerra vedono Freccia impegnato come direttore d’orchestra praticamente in tutto il mondo: dirige orchestre sinfoniche a New Orleans, Baltimora, New York, Londra, Montecarlo, con tournèe in Australia e Giappone nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta.
Nello stesso periodo per sei anni torna stabilmente in Italia dove dirige l’orchestra della RAI: a questa fase della carriera è legato l’indelebile ricordo dei due concerti che il maestro dirige nella Basilica di San Pietro in Vaticano alla presenza di Papa Giovanni XXIII e del suo seguito di cardinali e alti prelati. Uno dei due concerti è ricordato da Freccia con parole che da un lato descrivono la sua grande emozione, da uomo religioso e “profondamente cattolico” quale egli si è sempre professato, dall’altro non nascondono la forte tensione che precedette l’esecuzione delle musiche in scaletta: “quattro interminabili minuti” di ritardo rispetto all’orario fissato a causa del lavoro dei tecnici, che stavano mettendo a punto il collegamento televisivo dell’evento.
E poi ancora New York, Vienna, Londra: la sua ultima apparizione nella capitale britannica coincide con un memorabile concerto il 15 giugno 1987 alla Royal Albert Hall, dove esegue la Messa da Requiem di Verdi in occasione del trentesimo anniversario della morte di Toscanini, alla presenza della principessa Diana. Un altro successo particolarmente sentito da Freccia, che lo ricorda con estremo piacere come un doveroso tributo alla figura del suo maestro e un progetto benefico nato l’anno precedente a seguito di un incontro con Wanda, figlia terzogenita di Toscanini.

Protagonista di una carriera musicale longeva e duratura, Massimo Freccia dirige concerti e orchestre sinfoniche fino a un’età avanzata e invidiabile, ritirandosi negli ultimi anni di vita nella dimora di Ladispoli sul litorale romano. Qui si spegne il 16 novembre 2004, alla veneranda età di 98 anni, e viene sepolto nel cimitero delle Porte Sante di San Miniato al Monte a Firenze, città di origine della sua famiglia per parte paterna.
Ma la sua eredità musicale non è andata perduta: subito dopo la sua morte, grazie soprattutto all’impegno della vedova “Nena” Azpiazu, si è costituita a Ladispoli una Fondazione che porta il suo nome e che è presente ancora oggi, evolvendosi e strutturandosi negli anni come un importante strumento di promozione dell’attività e della cultura musicale e di valorizzazione e salvaguardia del materiale e del patrimonio artistico lasciato da questo maestro, che nella sua lunghissima biografia ha attraversato l’intero Novecento diventandone uno dei principali protagonisti a livello musicale.
La Fondazione, oggi divenuta Associazione “Massimo Freccia”, ha inoltre costituito un’orchestra giovanile e, oltre a diffondere la pratica e la cultura musicale tra i giovani attraverso la creazione di manifestazioni di alto livello, mira a fornire un’adeguata formazione didattica, orchestrale e solistica ai giovani musicisti, fornendo un valido sostegno alla loro crescita culturale e professionale.
Un “lascito” alle nuove generazioni di aspiranti musicisti che testimonia la passione di Massimo per la musica e l’impegno che Nena ha profuso fino alla sua scomparsa nel 2014 per la promozione di educazione e cultura musicale in un Paese, come l’Italia, da sempre “culla” di musicisti e compositori ma carente rispetto ad altre realtà di “cultura diffusa” a livello musicale. L’Associazione ha inoltre il merito di tenere vivo il ricordo del nome del maestro, che ci auguriamo possa essere riscoperto e valorizzato anche a Pistoia, sua città natale e punto d’inizio del suo straordinario “giro del mondo” nel segno della musica sinfonica.










