giovedì, Settembre 10, 2026

Cesarini, Sivori, Maradona: gli “artisti del futbol” raccontati da Federico Buffa

PISTOIA – Tre indimenticati campioni argentini che hanno segnato la loro epoca, tre “artisti del pallone” capaci di “danzare” sul rettangolo di gioco come se stessero ballando una milonga, tradizionale danza popolare della regione del Rio de la Plata.

Il giornalista, cronista sportivo e scrittore Federico Buffa, affermato narratore di storie di sport, in particolare sui campionati mondiali e sul calcio sudamericano, arriva al Manzoni per l’evento speciale “La milonga del futbol”: un affascinante viaggio in un caleidoscopio di personaggi, aneddoti, citazioni, situazioni e fatti poco noti, in cui la grande storia del Novecento si intreccia con le storie e le biografie di questi tre fenomeni assoluti del calcio argentino e mondiale.

Alcune immagini della serata al Manzoni con protagonista Federico Buffa (fotografie di Stefano Di Cecio)

È un percorso che procede in maniera lineare seguendo un ordine cronologico, ma che talvolta presenta degli “strappi” e apre delle interessanti “finestre” sui cambiamenti storici, politici e sociali che sono avvenuti durante la vita di tali campioni. Soprattutto, cerca per quanto possibile di indagare e di scavare a fondo alla ricerca dell’identità argentina, del suo sentirsi nazione, dell’anima di un Paese nato a seguito di ondate migratorie che è stato unito anche grazie al pallone, o, per essere corretti, dall’amore per il “futbol”.

In un teatro gremito in cui si segnala la presenza di un pubblico giovane, e accompagnato dalla voce lirica di Mascia Foschi e dal pianoforte di Alessandro Nidi, Federico Buffa esordisce ripercorrendo la storia dell’Argentina fin dalla nascita di Buenos Aires, fondata nel Cinquecento dal capitano spagnolo Pedro de Mendoza che per ordine diretto dell’imperatore Carlo V le diede questo nome in onore della Madonna già venerata a Cagliari nel santuario di Bonaria.

Un evento che sottolinea gli strettissimi legami intercorsi nei secoli tra la colonia argentina e l’Italia, in particolare tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento in corrispondenza della grande emigrazione italiana nelle Americhe, quando centinaia di migliaia di italiani abbandonarono il nostro Paese per cercare occupazione e fortuna a Buenos Aires e nella sterminata pampa, quando agli occhi degli europei l’Argentina rappresentava un Paese ricco di risorse di nuove opportunità, tutto da esplorare e da popolare. Fu così che italiani e spagnoli, ma anche polacchi e tedeschi, emigrarono in Argentina e qui portarono costumi e tradizioni, qui adottarono una lingua comune, qui diedero vita a nuove comunità che ben presto si fusero in un contesto di grande apertura e vivacità culturale.

Nel porto di Buenos Aires, città cosmopolita, approdano in questi anni i mercantili inglesi, i quali intravedono molte occasioni commerciali in Argentina per gli appalti sulla costruzione delle ferrovie e l’esportazione delle materie prime: e sono proprio loro i primi a portare in questo Paese un gioco dal loro inventato, il “football”, e a fondare i primi club e i primi tornei di calcio in Argentina. Ma come affermano gli argentini con orgoglio (e con un pizzico di superiorità verso gli inglesi, in seguito detestati per la spinosa vicenda politica delle isole Falkland), se i britannici hanno inventato le regole del calcio, loro hanno inventato e diffuso l’idea del “fare l’amore” con la “pelota”, rendendo nel giro di pochi anni il calcio lo sport più diffuso e popolare nel Paese, praticato da persone di ogni ceto ed estrazione sociale.

Storie dunque di emigrazione e pallone come quella di Renato Cesarini, figlio di emigrati marchigiani che si trasferirono in un sobborgo di Buenos Aires quando il piccolo Renato aveva solo due anni, seguendo un itinerario e un percorso assai simile a quello di migliaia di altre famiglie italiane dell’epoca.

Ma Cesarini rivela ben presto tutto il suo talento con il pallone e dopo gli esordi in patria con il Chacarita, nel 1929 viene acquistato dalla Juventus con un contratto faraonico per quei tempi e torna così in Italia, dove vincerà cinque scudetti consecutivi con i bianconeri, diventando idolo dei tifosi e punto di riferimento della squadra. Talento innato, superiorità tecnica a tratti imbarazzante rispetto agli avversari, spirito ribelle amante della mondanità e della bella vita: questo era il carattere di Renato Cesarini, calciatore per molti aspetti assai “moderno”, lontano da quella austerità d’impronta sabauda che si respirava nella Torino degli anni Trenta.

Un personaggio assolutamente fuori dagli schemi, capace di divertirsi per tutta la notte prima della partita e poi scendere in campo e segnare una tripletta, entrato nell’immaginario collettivo per una rete segnata all’ultimo minuto di gioco durante un incontro fra Italia e Ungheria, goal che si rivela decisivo per le sorti della gara perché assegna la vittoria agli azzurri e non dà tempo ai magiari di poter recuperare il punteggio. Nasce così, con Renato protagonista inconsapevole, la “zona Cesarini”, locuzione poi fuoriuscita dall’ambito prettamente calcistico per indicare fatti o situazioni che si sono decise o alle quali si è posto rimedio in extremis.

Cesarini divenne in seguito allenatore e qui la sua storia si intreccia con quella del calciatore forse più forte al mondo tra anni Cinquanta e Sessanta, argentino e con nonni di origini italiane: Omar Sivori, centravanti devastante e prolifico che dopo gli esordi nel River Plate fu anch’egli acquistato dalla Juventus diventando pupillo dell’avvocato Gianni Agnelli e formando uno dei terzetti d’attacco più forti della storia bianconera con i compagni di reparto Charles e Boniperti. Buffa racconta numerosi aneddoti sulla militanza di Sivori in bianconero e poi a Napoli negli ultimi anni di carriera: proprio la città partenopea rappresenta il punto di unione tra i due più grandi “numeri dieci” dell’Argentina, Sivori e Maradona, che proprio a Napoli ha lasciato un ricordo eterno e indelebile.

Che dire dunque di Diego Armando Maradona? Di fronte a lui le parole tacciono e lasciano il posto allo scorrere delle immagini più iconiche che hanno caratterizzato la sua carriera sportiva e la sua vicenda umana, per un personaggio che è stato un gigante nel bene e nel male, dentro e soprattutto fuori il rettangolo di gioco, e che alla sua prematura scomparsa ha fatto titolare alcuni giornali con la frase lapidaria “Dio è morto”.

E Maradona in effetti era questo, un Dio fragile vittima delle sue debolezze e mal consigliato da cattive amicizie, ma capace allo stesso tempo di gesti di straordinaria generosità e di una disponibilità disarmante, quasi impensabile nel calcio di oggi: Buffa riferisce aneddoti poco conosciuti del Maradona pronto ad aiutare gli altri, che fossero colleghi, tifosi o persone in difficoltà, come quando riparò il televisore in camera del compagno di squadra Pecci o costrinse il presidente Ferlaino ad assegnare il premio partita alla squadra Primavera o dedicò una sua rete contro la Juventus alle tifose del Napoli.

Tre miti intramontabili, tre calciatori fuori dagli schemi, ognuno a proprio modo rappresentante di un pezzo di storia e di anima dell’Argentina.

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