mercoledì, Settembre 9, 2026

Arte contemporanea in dialogo con la natura: il Parco delle Sculture del Chianti

CASTELNUOVO BERARDENGA – Nel cuore del Chianti senese, in un’area boschiva tra colline di vigneti e oliveti, un parco di arte ambientale in cui le installazioni di artisti contemporanei si immergono nel “verde” e dialogano con la natura, facendo riflettere il visitatore sui molteplici aspetti legati al rapporto tra uomo, natura e modernità.

È il Parco delle Sculture del Chianti, mostra permanente di installazioni e sculture contemporanee, posta in località Pievasciata nel comune di Castelnuovo Berardenga, e distante una ventina di chilometri da Siena. Un esempio di perfetta integrazione fra arte e natura, dove le circa trenta opere della collezione permanente si inseriscono nel bosco di querce e lecci con installazioni site specific, dando così luogo a un connubio perfetto di luci, suoni e colori.

Tutte le opere esposte sono infatti state “pensate” e realizzate dagli artisti proprio per essere inserite nel parco e in un preciso punto di esso, attraverso una serie di progetti che hanno iniziato ad animare quest’area nei primi anni Duemila, in particolare tra il 2000 e il 2004, anno in cui il Parco delle Sculture ha aperto i battenti ai visitatori.

Il “Labirinto” di Saward, una delle installazioni più significative e appariscenti del Parco delle Sculture del Chianti (fotografie di Andrea Capecchi)

Negli anni successivi altre opere hanno costantemente arricchito la collezione, che presenta anche un’area dedicata a installazioni e mostre temporanee, e che oggi, grazie anche alle condivisioni e alla visibilità sui canali social, è diventata un luogo sempre più conosciuto non solo fra gli appassionati di arte contemporanea, ma anche tra i semplici curiosi che desiderano trascorrere una o due ore immersi nella tranquillità, nella pace e nel silenzio della natura, ammirando e “vivendo” le installazioni presenti.

Artisti provenienti da tutto il mondo hanno scelto questo parco per esprimere attraverso le loro opere il delicato e complesso rapporto fra uomo e natura: una natura che le installazioni vogliono preservare e celebrare “fondendosi” con essa , ma allo stesso tempo denunciandone la fragilità di fronte all’intervento umano.

Il risultato finale è un parco eclettico ma coerente, in cui ogni opera mantiene la propria autonomia ma si integra al contempo con le altre e con il contesto naturale che le accoglie.

La visita completa del parco, della durata di circa un’ora e mezzo, avviene attraverso un percorso ad anello accuratamente segnalato e in cui ogni installazione è preceduta e introdotta da un pannello informativo. Di seguito citiamo una breve rassegna di una selezione delle opere più significative esposte nel parco, per una piccola guida che ovviamente non ha la pretesa di risultare esaustiva, ma di fornire al visitatore un’idea generale delle installazioni cui esposte.

Subito dopo l’ingresso, sulla sinistra ci accoglie “The Blue Bridge” della danese Ursula Reuter Christiansen, omaggio dell’artista a Venezia e al suo mondo attraverso una lunga installazione costituita da tessere di vetro blu, colore simbolo della spiritualità ma che si riconnette anche ai dipinti di artisti veneziani come Tiziano, Tintoretto, Bellini e Veronese. Sulla destra invece, al centro di un prato, il nostro sguardo è catturato da una “strana mandria” di mucche colorate: è “The Milk Factory” di Vincent Leow, che con questa riproduzione in serie di mucche in ferro sagomato ci invita a riflettere sui temi legati alla clonazione, alla produzione di massa, agli allevamenti intensivi e all’urbanizzazione.

“The Milk Factory” di Leow

Più avanti notiamo uno “strano” albero, che scopriamo essere costituito da lastre di vetro in grado di cambiare di lucentezza, intensità e colore a seconda della posizione del sole: una scultura monumentale, dal titolo “Energy” e opera del greco Kostas Varotsos, che con il suo vortice ci ricorda il mistero, la bellezza e il dinamismo delle forze naturali che sono esistite fin dall’inizio del tempo e che continueranno a essere la condizione fondamentale della nostra esistenza.

La ricerca dell’armonia e dell’equilibrio tra uomo e natura, tra mondo artificiale e mondo naturale, emerge con forza anche dalla scultura “Balance” del tedesco Christoph Spath, in cui la densità e il peso del granito africano sono contrapposti alla leggerezza e alla trasparenza del vetro. Poco lontano, la svizzera Jaya Schurch con la sua scultura in granito e acciaio “Harmonic Divergence” ci invita a riflettere sulle diversità e le divergenze che possono però essere tenute insieme e connesse, fino a ricreare un’unità inizialmente smarrita.

Molto curiosa anche l’installazione “Limes” del tedesco Johannes Pfeiffer: ricollegandosi alla parola latina che anticamente indicava la frontiera tra l’impero romano e le regioni esterne occupate dalle popolazioni “barbare”, l’artista immagina un confine per il Parco, tracciato con una serie di 47 aste di acciaio inossidabile sormontate da una pietra in marmo bianco di Carrara, che corrono lungo il lato sinistro del sentiero. Quello di Pfeiffer non è però un confine “chiuso”, nè un confine “fisico” come il muro che per anni divise la città di Berlino, ma al contrario è un confine “aperto”, che intende delimitare il bosco situato all’interno del Parco delle Sculture da quello al di fuori di esso, lasciato incontaminato e non curato dall’uomo.

La frontiera che in tempi antichi delimitava il mondo civilizzato da quello “barbarico” assume quindi un nuovo significato di delimitazione dello spazio antropizzato rispetto a quello naturale, con le pietre bianche che danno quasi l’impressione di fluttuare nel vuoto, quasi fossero piccole nuvolette o sbuffi di vapore integrati nel verde.

Al centro del Parco, attrae e sorprende il visitatore la monumentale scultura “The Keel” del turco Kemal Tufan, che a prima vista può sembrare lo scheletro carbonizzato di un enorme dinosauro, ma a uno sguardo più attento si rivela come i resti di una grande nave. Realizzata con lava vulcanica, l’opera evoca l’idea dei cicli naturali di decadenza, trasformazione e rinascita, ricorda il potere distruttivo dei mari e dei vulcani, e si connette al tema dei viaggi per nave nella mitologia antica, dall’Arca di Noè alle avventure per mare di Ulisse, fino alla barca infernale di Caronte che attraversa il fiume Stige.

“Costruccion para atapar el tiempo” di Mendez

Altra installazione molto interessante è la “Costruccion para atrapar el tiempo” dell’artista colombiana Pilar Aldana Mendez: una scultura rettangolare in granito nero con una fenditura a forma di triangolo rovesciato sul muro centrale, e ingresso sul retro, che invita il visitatore a “scalare” la collina per “entrare dentro l’opera”, e osservare così il “frammento di bosco” che si può intravedere attraverso la feritoia. Il risultato è un’esperienza contemplativa dei silenzio e della tranquillità del luogo, che infonde serenità al visitatore e in un certo senso contribuisce a “fermare il tempo” in un istante di pace, come vuole appunto suggerire il titolo dell’installazione.

Altra installazione tutta da “vivere” è il bellissimo “Labirinto” progettato e realizzato dall’inglese Jeff Saward, di forma ottagonale e composto da tessere di vetro colorato che riflettono la luce solare: il visitatore è invitato a compiere il percorso all’interno di esso, tra il divertimento dei più piccoli, ma nella consapevolezza dei profondi significati simbolici e allegorici che il labirinto racchiude da millenni presso le varie civiltà umane. Presente in numerose culture, il labirinto è da sempre interpretato come il percorso che ciascun uomo è chiamato a compiere per raggiungere la salvezza o il perfezionamento morale o per la ricerca di se stesso, attraverso gli ostacoli, le difficoltà e le insidie del mondo.

In “Rainbow Crash” di Federica Marangoni ritorna prepotentemente il tema del difficile incontro tra natura e artificio, attraverso un arcobaleno di vetro “spezzato” e “frantumato” che suggerisce l’idea di una natura estremamente fragile, troppo spesso distrutta in nome del progresso tecnologico e del consumismo.

“Rainbow Crash” di Marangoni

Poco lontano l’inglese William Furlong ci stupisce con “Off the Beaten Track”, un sentiero parallelo all’itinerario principale lungo il quale l’artista ha posizionato 16 “misteriosi” cubi di acciaio: camminando tra essi il visitatore ascolta una grande varietà di suoni e rumori che si sprigionano da casse acustiche posizionate all’interno di tali blocchi, risultato di un progetto di ricerca artistica. Furlong ha registrato e in seguito campionato e sintetizzato una traccia sonora registrata durante una sua passeggiata per le strade del centro storico di Siena, e nella quale è possibile udire i rumori tipici della città come il chiacchierare delle persone, la sirena di un’ambulanza, il suono delle campane delle chiese.

Chiudiamo la nostra rassegna con “Twist and Shout” dello statunitense Neal Barab, una scultura che va letta in maniera unitaria ma costituita da due parti distinte, due colonne ondulanti, una in marmo rosa portoghese e l’altra in marmo policromo turco. Il contrasto tra le due colonne e la natura circostante viene evidenziato anche in questo caso dalle variazioni di luci e colori delle opere in base alla posizione del sole, facendo sembrare le colonne due figure danzanti che ballano al ritmo dell’omonima canzone dei Beatles, da cui l’installazione prende il titolo.

Nel 2014 il Parco delle Sculture del Chianti è stato votato dalla prestigiosa rivista National Geographic come uno dei dieci parchi più belli del mondo, e oggi, a venti anni dalla sua inaugurazione, rappresenta un’oasi di pace e silenzio capace però di regalare al visitatore sorprese inaspettate a ogni passo. Un patrimonio di arte ambientale tutto da scoprire, che vale la piccola fatica di un viaggio (meglio ancora in bici, sulle strade dell’Eroica) in una delle aree più belle della Toscana dal punto di vista paesaggistico.

Tutte le informazioni dettagliate sulla visita, il catalogo degli artisti e delle opere esposte sono disponibili sul sito del Parco.

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