mercoledì, Settembre 9, 2026

“Sbucci”: esplorando il mondo dei bambini tra disagio, fragilità e speranza

PRATO – La prima rappresentazione di “Sbucci” di Francesco Rotelli, Luca e Giulia Zacchini, in arte “Gli Omini”, è andata in scena al Teatro Metastasio di Prato con uno spettacolo rivolto sia ai bambini che ai loro genitori.

Dalle ricerche antropologiche svolte in anni di attività, dagli “abitanti” delle stazioni ferroviarie alle più disparate e disperate solitudini della nostra comunità, Gli Omini questa volta sono andati a ritroso, indagando sulle origini di quelli che diventeranno adulti, i bambini.

Alcune scene dello spettacolo “Sbucci” con Gli Omini andato in scena al Teatro Metastasio di Prato (foto di Stefano Di Cecio)

Una ricerca fatta in nove scuole del nostro territorio, 297 bambini nella fascia di età che va dalla prima alla quinta elementare.

Hanno iniziato a parlare degli “sbucci” fisici delle ginocchia, dei gomiti martoriati, delle varie cadute che hanno fatto e da lì sono arrivati a far parlare i bambini degli sbucci più interni, della loro fragilità, delle ferite che riportano al cuore ed all’anima, del loro essere vittime e carnefici allo stesso tempo.

Conversazioni anche molto profonde in cui i bambini hanno tirato fuori di tutto. Sono tornati due volte in ogni classe e la seconda volta hanno fatto interviste singole ai bambini che li avevano particolarmente colpiti o che comunque avevano detto delle cose che volevano approfondire.

Abbiamo chiesto a Giulia Zacchini alcuni dettagli sull’idea alla base del nuovo spettacolo.

Emerge molto il disagio di questi 297 bambini, avevano paura a relazionarsi?

Quello che accomuna tutti è la scarsissima abitudine a parlare di se stessi, noi li abbiamo sollecitati a farlo. Anche le maestre ci hanno confermato che stanno continuando a lavorare con quello che abbiamo lasciato perché sono venute fuori cose che non sapevano nemmeno loro. Perché loro ovviamente vanno avanti coi programmi e invece ci sarebbe tanto bisogno di educare all’ascolto e al parlare anche di se stessi.

Una delle cose che è emerge di più è la rabbia.

Eh sì, ci sono bambini che si arrabbiano con i genitori che giocano con il tablet e non con loro, ce ne sono tanti. A me sembra una cosa un po’ raccapricciante, perché una volta erano impegnati per il lavoro ma ora giocano, meglio giocare col figlio, no?

Nello spettacolo è determinante l’onnipresenza della macchina elettronica Bobby, chi è in verità?

In ogni scuola che abbiamo visitato, oltre alle domande che facevamo oralmente, portavamo una scatola esattamente come Bobby in cui poi i bambini potevano lasciare dei messaggi scritti. Si sono tutti affezionati molto a questo personaggio, sono stati loro a chiamare questa scatola Bobby. Ci ha sorpreso molto che tutti lo chiamassero Bobby, senza che nessuno sapesse che anche gli altri l’avevano chiamato così. Quindi abbiamo detto facciamolo diventare protagonista e facciamo in modo che sia lui il capo.

Fragilità, rabbia, disagio, crisi: avete intravisto uno spiraglio di speranza?

Sì, molto di più che parlando con gli adulti in realtà, i bambini posseggono tanta saggezza e molte sono le cose che hanno da insegnarci. Il problema nasce durante il passaggio all’adolescenza. Bisognerebbe stargli un pochino più vicino. La speranza ce la danno loro perché sono delle persone molto più mature e belle di noi adulti.

E’ uno spettacolo per i bambini, o rivolto anche agli adulti che ce li portano?

A me piacerebbe molto lo vedessero soprattutto gli adulti.

Al termine dello spettacolo si riflette molto: è un mondo che, nonostante rappresenti il futuro, appare spesso lontano ed affamato di relazioni, affetto, comprensione. Anche Bobby piange lacrime di carta, stampate, pesanti come macigni.

Non resta allora che cantare “Non voglio crescere mai” di Bobo Rondelli. 

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