mercoledì, Settembre 9, 2026

Dialoghi, Massimo Montanari: l’uomo e la dieta vegetariana nel corso dei secoli

PISTOIA – Nel corso della sua storia l’uomo ha imparato a essere anche vegetariano. Ma come è avvenuto tale cambiamento? E quali sono le sue motivazioni, assai diverse a seconda del contesto storico e culturale?

La risposta è affidata allo storico Massimo Montanari, professore emerito dell’Università di Bologna, autore di numerosi saggi di rilievo internazionale sulla storia e la cultura dell’alimentazione, che in un Teatro Manzoni gremito ha compiuto un interessante e ben documentato percorso storico per far comprendere le varie ragioni e le diverse motivazioni che hanno spinto gli uomini, nel corso dei secoli, a diventare “anche” vegetariani.

Massimo Montanari al Teatro Bolognini (foto Dialoghi di Pistoia)

La riflessione di Montanari prende avvio dal cosiddetto “paradosso dell’onnivoro”, che consente all’uomo, in condizioni normali e non di carestia o emergenza, di poter “scegliere” di che cosa nutrirsi. Nella preistoria l’homo sapiens basa la propria sopravvivenza su caccia e raccolta, quindi un’alimentazione mista di carne e vegetali, in quella che gli antropologi definiscono una “dieta opportunistica” perché derivante dalle opportunità offerte dall’ambiente naturale circostante.

Con la rivoluzione agricola di dodicimila anni fa l’uomo diventa agricoltore e inizia a pensare all’idea di nutrirsi di soli vegetali, visto che grazie all’aratura e alla semina può raccogliere ciò di cui ha bisogno senza doversi spostare alla ricerca delle risorse e senza la necessità impellente di procurarsi carne.

Montanari prende spunto dai miti biblici per spiegare l’origine del sacrificio rituale e la “sacralizzazione” dell’uccisione degli animali per il consumo di carne, dal momento che vi era la necessità di “giustificare” la violenza e il sangue necessari per mangiare gli animali, in un ambiente in cui l’uomo continua ad essere prevalentemente carnivoro. Un elemento diventato poi comune alle grandi religioni monoteiste e alle civiltà antiche, come quella greca o quella romana.

Si affacciano tuttavia tentativi minoritari di affermare un modello diverso e alternativo di alimentazione, con una scelta vegetariana vista come la dieta perfetta da alcune religioni e comunità orientali. È in particolare nel mondo indiano che a partire dallo jainismo si afferma un’identità culturale basata sul rifiuto dell’uccisione degli animali, anche a causa della dottrina religiosa della reincarnazione delle anime. Principi poi ripresi dall’induismo, che afferma l’idea di una vicinanza o “prossimità” degli animali rispetto agli esseri umani, idea rafforzata dalla credenza nella metempsicosi e nella comune appartenenza di uomini e animali al medesimo ciclo biologico.

E in Occidente? In un contesto culturale e religioso in cui gli animali vengono visti come esseri inferiori rispetto agli uomini e quindi al loro “servizio”, non mancano tuttavia figure di filosofi e pensatori che sviluppano una dottrina “animalista” su basi etiche, come Pitagora, Platone o Plotino.

Con la definitiva affermazione del cristianesimo si ha una divaricazione tra un pensiero dominante che giustificava il consumo di carne (per esempio in Agostino) e un principio minoritario, fatto proprio da alcuni ambienti monastici e da alcune comunità spesso in odore di eresia, che adottano una dieta di tipo vegetariano, non basata però sul semplice rispetto degli animali. Spesso infatti c’è in essi una forte vena polemica e di contestazione contro la corruzione della Chiesa e il lusso delle alte gerarchie ecclesiastiche: un “benessere” simboleggiato dal consumo di carne, in opposizione alla dieta “povera” di ortaggi e legumi, più vicina agli ideali di frugalità, umiltà e povertà contenuti nel messaggio evangelico.

Nella stessa ideologia cristiana la dieta vegetariana viene più che altro collegata a forme di digiuno e di astinenza dalle carni che non hanno nulla a che vedere con una qualche forma di animalismo, ma sono una pratica di penitenza e di mortificazione per espiare i propri peccati attraverso la rinuncia al “piacere” del mangiare carne.

Nell’età moderna si comincia ad affermare invece un principio salutista, con i medici e gli scienziati che iniziano a mettere in guardia sui rischi e i pericoli di una dieta carnivora, con riferimento all’aristocrazia del tempo che spesso soffriva di gotta proprio a causa dell’eccessivo consumo di carne, in una vera e propria “malattia di classe” legata al nutrirsi di cacciagione come segno di lusso e ricchezza.

Vi è infatti anche una polemica di carattere politico e sociale mossa da alcuni autori, soprattutto in ambiente anglosassone, che mettono in parallelo l’uccisione e lo sfruttamento degli animali con l’oppressione sociale delle classi dominanti, laddove la scelta vegetariana, oltre che più salutare, è da considerarsi quasi come una forma di “lotta” sociale.

Dalla metà dell’Ottocento nascono in vari Paesi società vegetariane che uniscono igienismo, animalismo e ideali di “rivoluzione sociale” per un cambiamento anche a livello politico, in particolare nella lotta contro il colonialismo “carnivoro” fatta propria da Gandhi con un vegetarianesimo pacifista e simbolo della non violenza. Anche nel mondo cattolico le cose cambiano rispetto al paradigma medievale e sempre più individui e associazioni intraprendono una dieta vegetariana, vista adesso come simbolo di rinnovamento e di “modernismo” in polemica contro le idee più conservatrici ai vertici della Chiesa.

In tempi più recenti, a partire dagli anni Settanta si afferma il paradigma ambientalista come principale motivazione per l’animalismo e la dieta vegetariana, con le prime denunce contro il regime di violenza e di sfruttamento degli animali negli allevamenti intensivi e con la vivisezione, e per una tutela del mondo animale in chiave etica e laica.

“Abbiamo quindi motivazioni di carattere religioso, filosofico, salutare, etico, penitenziale e ambientale a sostegno della dieta vegetariana, che si sono alternate e succedute nel corso dei millenni della storia umana – afferma Montanari al termine del suo excursus storico – ma c’è un’ultima motivazione, tipicamente italiana e di carattere squisitamente gastronomico: è il mangiare vegetali e non carne per una questione di gusto, perché c’è la possibilità di dare vita a una cucina che non sia insapore o simile a una qualche forma di privazione e di penitenza, ma capace di regalare un piacere per il palato”.

Rispetto ad altre specie animali, l’uomo ha la possibilità di scegliere se nutrirsi di carne o vegetali: una scelta che dev’essere libera, ma allo stesso tempo responsabile e consapevole dell’impatto e delle conseguenze che essa può avere oggi sul nostro pianeta.

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