di Alessandro Giovannelli
PISTOIA – Come al solito, sempre più o meno di questi tempi, torna alla ribalta la questione Pistoia Blues. A cose normali, parlarne sarebbe un fatto positivo. Il problema, nel caso specifico, è che si tratta di un dibattito viziato dalle posizioni di partenza di coloro che vi partecipano, tutte egualmente dannose, che si possono riassumere come segue:

a) i brutti, ovvero coloro che guardano con malanimo. Gli sfottò di sedicenti appassionati, che commentano il programma di Pistoia Blues in confronto con questo o quell’altro festival, magari in una sorta di toto-artista un tanto al chilo (oltre che CT della Nazionale, siamo tutti, così pare, anche direttori artistici di festival musicali), senza volere (o sapere) prendere in considerazione le molte variabili che è necessario valutare per esprimere opinioni che non siano chiacchiere da bar;
b) gli sporchi, ovvero quelli che infangano. Le posizioni pressapochiste di chi dice la sua, solitamente sui social, senza essere un fruitore della musica dal vivo, e probabilmente non essendolo mai stato (la solita tiritera intorno a quanto sono blues gli artisti in programma, a quanto era bello il mercatino di un tempo, a quanto manchino i venditori di sangria, magari detto dai soliti che non perdevano occasione, allora, di rimarcarne la natura abusiva, le nostalgie per il campeggio e perfino per il “popolo del blues”, quelli cioè che i soliti, un tempo, chiamavano “puciosi”);
c) infine, i cattivi, ovvero i prigionieri (di loro stessi e della loro stessa propaganda). La speculazione politica di amministratori pubblici, vedasi le dichiarazioni dell’assessore Bartolomei, non competente per deleghe e, su questi temi, anche per palese ignoranza. A loro interessa dire soltanto che la destra al governo della città, e i loro amici ad altri livelli istituzionali, sono i primi ad interessarsi alle sorti di Pistoia Blues. Praticamente, una barzelletta, e più avanti vedremo perché.
La novità di quest’anno – positiva, senza se e senza ma – è il riconoscimento, da parte del legislatore, dello status di “manifestazione di assoluto prestigio internazionale” per Pistoia Blues a partire da questo 2024. Lo stesso riconoscimento attribuito, nel 2017, ad Umbria Jazz, il più storico tra i grandi festival italiani interamente dedicati alla musica contemporanea.
Sul piano economico, tale riconoscimento porterà 250 mila euro, da mettere a disposizione dell’organizzazione, nelle casse del Comune di Pistoia. Un importo interessante, certo, ma che deve rappresentare necessariamente un più nel bilancio della manifestazione, rispetto alla condizione previgente. Intanto, per una forma di correttezza e lealtà nei rapporti istituzionali: è del tutto evidente che, se il Comune non compartecipasse in futuro ai costi organizzativi del festival, o anche se lo facesse in misura minore rispetto a quanto fatto fino a quest’anno, tradirebbe le finalità del contributo ministeriale e significherebbe che i 250 mila euro, nei fatti, finirebbero spartiti tra organizzazione del festival e bilancio comunale.
Entriamo più nello specifico della questione economica. Nel 2019, l’anno di mezzo del triennio di assegnazione dell’organizzazione tramite bando al raggruppamento con BluesIn capofila, l’amministrazione comunale contribuiva (da bando) per 200 mila euro all’organizzazione del festival, ogni anno, salvo la detrazione dell’importo di eventuali contributi regionali (praticamente, il gioco delle tre carte; ma questa sarebbe un’altra questione ancora).
Quest’anno, il contributo è di 150 mila euro, come nel 2023. Sia negli anni del bando, sia nell’attuale situazione (di transizione, verso un nuovo bando?), l’amministrazione chiede a BluesIn di coprire i costi per varie voci, tra le quali l’allestimento delle tribune. Incredibile ma vero, anche per la Giostra dell’Orso!
La sostanza è che, dal 2019 ad oggi, il contributo comunale è diminuito, senza altre voci, nel bilancio del festival, che andassero a colmare questa riduzione delle risorse disponibili.
Nel frattempo, cosa è accaduto? Sempre dal 2019 ad oggi, il mercato musicale ha subito una mutazione senza precedenti: in cinque anni i cachet degli artisti, in particolare degli artisti stranieri, sono praticamente duplicati. In alcuni casi sono addirittura triplicati. In cinque anni è accaduto quel che, prima, si era verificato in quasi 25!
Al contempo, si è consolidato l’oligopolio – anzi, potremmo definirlo duopolio – che governa il mercato della musica dal vivo: a spartirsi la torta sono l’americana Live Nation e la tedesca CTS Eventim, proprietaria, tra gli altri, della DI and GI di Mimmo D’Alessandro, organizzatore di Lucca Summer Festival, e perfino del più importante rivenditore di biglietti di concerti sul nostro mercato, TicketOne.
Quindi:
alla categoria dei brutti (la a di cui sopra, i sedicenti appassionati): paragoni e raffronti tra festival sono da farsi solo se si conoscono, e bene, le condizioni in cui ciascun festival viene organizzato; allo stesso modo, il toto-artisti lo si fa quando si conoscono i cachet e, ancora, le disponibilità economiche di ciascun organizzatore. Per capirlo, non serve allontanarsi troppo dal bar, basta aver fatto un po’ di Fantacalcio.
A Bartolomei suggerisco di cercarsi un po’ di dati o, tutt’al più, di rileggere i paragrafi di cui sopra, per capire come, soltanto pochissimi anni fa, il contesto economico del mercato musicale non inducesse nessuno a pensare che sarebbe stato necessario ricercare risorse ulteriori, non tanto per garantire un’offerta di livello, ma addirittura per sopravvivere. All’assessore disinformato ricordo anche che, fino al 2017, nessun beneficiario della legge 238/2012 apparteneva alla categoria dei festival puri di musica contemporanea e pop in senso ampio. Le risorse venivano indirizzate prevalentemente verso i settori della lirica/opera. Poi è accaduto quel che è accaduto e si è aperta la forbice tra festival “ricchi” e tutti gli altri. Quando l’orientamento del legislatore ha colto il cambiamento in atto, il primo soggetto a beneficiarne non poteva che essere Umbria Jazz.
A proposito del festival umbro, quello sì che è un esempio di che cosa significhi puntare su una manifestazione culturale, mettendo insieme tutte le forze in campo. Umbria Jazz riceve un milione di euro, ex lege 238/2012, ma i contributi pubblici, nel 2023, ammontavano a ben tre milioni di euro! Il Comune di Perugia ci ha messo circa 445 mila euro. Perfino altri Comuni hanno contribuito: Terni con 180 mila euro ottenuti attraverso la Regione Umbria, e addirittura il Comune di Orvieto, coi suoi neppure 20 mila abitanti, per 118 mila euro.
È vero, qui da noi anche la Regione non fa quanto sarebbe auspicabile, nonostante Pistoia Blues risulti tra i primi tre festival per contribuzione regionale.
Ma il Comune di Pistoia, che nel 2018 ci ha tenuto a riconoscersi una forma di proprietà da esercitare sulla manifestazione attraverso la promulgazione del bando per l’assegnazione triennale dell’organizzazione, quanto crede nel futuro del Pistoia Blues Festival? Quanto, di proprio, è disposto ad investirci?
E i nostri amministratori, quando smetteranno di gloriarsi di essere i più bravi, di essere quelli che in pochi anni sono riusciti laddove la sinistra avrebbe fallito in alcuni decenni, e si metteranno a lavorare? Lavorare per Pistoia Blues vuol dire pensare al futuro della manifestazione, a quale festival vogliamo, a quale festival la città vuole. Perché Pistoia Blues è della città e non di chi la amministra. Ed io credo che possa esserci un futuro, senza chiedere ancora i miracoli a BluesIn, senza rincorrere i grandi nomi, realizzando che non abbiamo i mezzi per sfidare su quel piano realtà come Lucca Summer, ma facendo meglio di Lucca Summer sotto altri punti di vista: nell’attenzione al pubblico, innanzitutto, nell’offrire un’esperienza di ascolto e di fruizione di alto livello, nella capacità e volontà di calmierare i prezzi, in modo tale da dare la possibilità se non a tutti, quantomeno a molti di assistere ai concerti, indipendentemente dal proprio portafoglio. E dando i mezzi alla direzione artistica per ritagliarsi un’identità unica, peculiare. Questo potrebbe essere Pistoia Blues tra cinque, dieci, trent’anni.
Lunga vita a Pistoia Blues!
P.s.: con profonda ammirazione per Ettore Scola, artista e uomo, che amava l’ironia











Per l’appunto avete rammentato il Lucca Summer Festival.
Fino al decennio scorso si parlava prima del Pistoia Blues e dopo del Festival Lucchese.
Ora siamo a parti invertite; motivo?