mercoledì, Settembre 9, 2026

“Yokai”: spiriti e mostri della tradizione giapponese al Museo degli Innocenti

FIRENZE – Un viaggio tra i mostri, gli spiriti e le inquietanti creature che popolano l’antico folklore giapponese, attraverso una selezione di opere del Settecento e dell’Ottocento.

Negli spazi espositivi del Museo degli Innocenti di Firenze apre i battenti “Yokai”, mostra a cura di Eddy Wertheim e Paola Scrolavezza che, dopo le passate edizioni di Monza e Bologna, torna a proporre al pubblico italiano il fantastico mondo dei “mostri” della tradizione nipponica, attraverso più di centocinquanta opere dell’età moderna, tra stampe antiche ancora inedite, xilografie policrome, libri rari, maschere, armi e armature in prestito dal Museo Stibbert.

Alcune immagini delle stampe in mostra al Museo degli Innocenti di Firenze in occasione della mostra “Yokai” (fotografie di Pierluca D’Adamio)

L’origine degli yokai è da ricercare in una fase ben precisa della millenaria storia giapponese: all’inizio del Seicento, dopo lunghe lotte intestine tra i signori locali, l’ascesa politica del clan Tokugawa e l’accentramento dei poteri nella figura del sovrano diedero avvio a quello che viene definito “periodo Edo”, dal nome dell’antica capitale del Giappone, poi divenuta Tokyo alla fine dell’Ottocento.

Una delle caratteristiche principali di questo periodo, destinato a durare circa due secoli e mezzo, fu la politica di isolamento detta “sakoku”, o “paese chiuso”, volta a impedire qualsiasi contatto economico con l’Occidente, ma segnata anche da un rigido controllo politico e sociale e da profondi squilibri economici.

La ritrovata pace dopo le guerre che avevano insanguinato il Giappone per anni determinò anche una fioritura della cultura e delle arti: nella produzione figurativa e letteraria si affermò l’estetica del “crepuscolo”, adatta a dar voce a quest’epoca di trasformazioni. Gli yōkai e gli yūrei, i mostri e gli spiriti che popolano le leggende giapponesi sin dalle origini, quando venivano tramandate oralmente, incarnano alla perfezione sensazioni, inquietudini, paure e desideri di questa nuova epoca.

Ed ecco che gli odokuro, giganteschi scheletri affamati, i bakeneko, gatti mostruosi, i kappa, esseri acquatici che importunano le natanti, le kitsune, avvenenti donne-volpi, iniziano a essere raffigurati da artisti famosi invadendo così le stampe, dove si mescolano alle scene e agli spazi del quotidiano – i vicoli cittadini, le abitazioni dei mercanti, le grandi arterie di comunicazione, i quartieri di piacere, i teatri – per raccontare il riemergere di tutto ciò che si cerca di nascondere, controllare, regolamentare: la paura della notte, con le ombre che si celano nelle strade o nelle campagne dimenticate dal processo di urbanizzazione; le passioni che esplodono incontrollate e sfidano i rigidi codici di comportamento; la minaccia delle creature che si nascondono sul fondo dei fiumi e tornano a reclamare lo spazio e il tempo della natura che l’uomo tenta di governare.

È un viaggio sorprendente attraverso aspetti poco noti della cultura nipponica, come il “rituale delle cento candele” che costituiva una “prova di coraggio” per i samurai, chiamati a turno a raccontare ai compagni una storia con protagonisti gli yokai con l’obiettivo di testare il loro coraggio spaventandoli a morte.

La mostra fiorentina si apre proprio con la rievocazione di questo antico rito: i visitatori entrano in una stanza totalmente buia, illuminata soltanto dalla fioca luce di cento candele che, con un gioco di specchi, sembrano moltiplicarsi e proiettano sui loro volti rosse ombre tremolanti. Le candele si spengono poi una ad una, accompagnate dalla voce roca del fantasma di un vecchio samurai, morto dopo essere impazzito per aver incontrato un mostruoso yōkai nella notte.

Una volta usciti dalla sala delle cento candele, facendosi strada nella fioca luce della mostra, i visitatori incontrano le stampe dei mostri, sorpresi da voci, suoni, rochi racconti improvvisi ed evocazioni che mettono in scena la paura degli antichi samurai.

L’intero percorso espositivo si costruisce dando voce ai luoghi, agli spazi, ai sentimenti e alle sensazioni che gli yōkai incarnano per arrivare al cuore della creazione di un immaginario profondamente radicato nella cultura giapponese e attraverso di esso esplorarne le pieghe più intime, nella quali si nascondono sensazioni, inquietudini, paure e desideri vivi e reali. Tra le opere esposte, si segnala la serie “Le nuove forme dei trentasei fantasmi” di Tsukioka Yoshitoshi, in cui l’artista, considerato l’ultimo grande maestro dell’arte dell’incisione a colori o ukiyoe, illustrò trentasei dei suoi racconti preferiti ispirati alle storie e alle leggende giapponesi, con il suo peculiare stile che rendeva le opere oltremodo terrificanti.

Dalla ricca produzione artistica di Katsushika Hokusai proviene la celebre stampa “Il ghigno della donna demone”, in cui il maestro riprende una antica leggenda buddhista, che racconta di Hariti, una crudele e terrificante orchessa decisa a mangiare tutti i bambini della città di Rajgir, in India; la storia si conclude con la conversione della temibile orchessa in una divinità benevola, protettrice dei bambini, ma Hokusai sceglie di ritrarla nella sua versione più spaventosa, facendone un simbolo del lato oscuro del femminile e della minaccia che esso rappresenta per il potere maschile.

È infatti dal bisogno di arginare questa minaccia che la cultura profondamente patriarcale del Giappone antico ha generato innumerevoli racconti di cui sono protagoniste vecchie streghe che divorano uomini vittime dei loro sapienti inganni, fantasmi vendicativi e demoni crudeli che si nascondono dietro le fattezze di splendide e seducenti fanciulle.

I fantasmi erano molto presenti nelle rappresentazioni del teatro kabuki, e gli artisti delle xilografie si ispirarono proprio ai drammi teatrali per immortalarli in molte delle loro opere. Tra queste meritano una menzione gli splendidi trittici di Toyokuni Utagawa, tratti da alcuni dei più popolari drammi del tempo. Raccontano di lealtà e vendetta le diverse stampe di Kuniyoshi Utagawa presenti in mostra e dedicate alla vicenda storica dei quarantasette ronin (“uomini erranti”, ex samurai decaduti o rimasti senza padrone) di Edo che nel 1703 vendicarono il loro signore per poi infliggersi la morte attraverso il suicidio.

Storie, leggende e miti della tradizione nipponica che guardano anche al mondo contemporaneo: a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso la diffusione dei manga ha visto la riscoperta di numerosi racconti con protagonisti gli yokai, che sono stati alla base, tra anni Ottanta e Novanta, di fortunate serie di anime come One Piece e Dragonball.

Usciti dalle stampe colorate, i mostri giapponesi sono “rientrati” nella cultura televisiva di massa portando usi e costumi della società nipponica all’estero, e ancora oggi continuano a incantare e appassionare le nuove generazione attraverso nuovi canali e media.

La mostra al Museo degli Innocenti resterà aperta al pubblico fino al prossimo 3 novembre.

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