PISTOIA – Venerdì 12 luglio sul palco del Pistoia Blues Festival saranno protagoniste le chitarre di Mark Lettieri, ex degli Snarky Puppy, e di Matteo Mancuso, chitarrista talentuoso e dai vari volti, capace di spaziare da un repertorio classico a uno elettronico con un sound originale e un tocco unico.
Proprio in vista di questa serata particolare dai ritmi blues, jazz e rock abbiamo avuto modo di intervistare Matteo Mancuso, al suo debutto a Pistoia, che nonostante la giovane età può già vantare un’esperienza internazionale con esibizioni dal vivo all’interno di prestigiosi festival europei e statunitensi, anche in collaborazione con artisti di fama mondiale.
Palermitano, classe 1996, Matteo Mancuso ha mosso da giovanissimo i primi passi nel mondo della musica, iniziando a suonare la chitarra all’età di dieci anni con il padre Vincenzo, chitarrista professionista e produttore musicale. Di lì a poco il debutto sul palco, con la partecipazione a festival di musica jazz, in parallelo con una formazione che è avvenuta prima presso il liceo musicale, poi presso il Conservatorio di Musica di Palermo.
Nel 2017 si esibisce all’Umbria Jazz Festival, evento che gli apre le porte per una borsa di studio al Berklee College of Music di Boston e soprattutto di un’esperienza negli Stati Uniti, dove ha occasione di conoscere e di suonare con chitarristi del calibro di Steve Vai, Al Di Meola, Joe Bonamassa, Tosin Abasi e Trevor Rabin, venendo da tutti apprezzato con un “giovane di straordinario talento, tra i migliori della sua generazione”.
Si è esibito più volte in Italia, Europa, Asia e Stati Uniti da solo o nelle sue formazioni, prima con il trio Snips poi con il Matteo Mancuso Trio; nel 2023 ha pubblicato il suo primo album da solista, dal significativo titolo “The Journey”.
Mancuso arriva al Pistoia Blues sulla scia di un breve tour che questo inverno lo ha condotto attraverso cinque concerti negli Stati Uniti, e ha preso parte all’Academy tenuta da Steve Vai a Orlando, in Florida, dove il chitarrista palermitano ha condotto seminari e ha suonato con la sua band.

Tu sei figlio d’arte e hai esordito sul palco giovanissimo, considerato da molti come un vero e proprio “enfant prodige”: una condizione che ti ha messo pressione con alte aspettative oppure l’hai vissuta con naturalezza, e anzi ti ha dato una spinta ulteriore per raggiungere i tuoi obiettivi?
Nella mia famiglia tutti suonano uno strumento, quindi per me è stato un processo naturale prendere in mano la chitarra perché guardavo mio padre suonarla tutti i giorni a casa, il che ha suscitato la mia curiosità e dal quel momento ho voluto iniziare a suonarla anch’io. Mi sento molto fortunato perché nel mio caso non sono mai stato forzato a studiare o a intraprendere questa carriera, è stato piuttosto un processo naturale e in continua evoluzione che ho sempre cercato di vivere al meglio.
Durante le tue esperienze musicali negli Stati Uniti hai avuto modo di suonare insieme al grande chitarrista Steve Vai, che non ha nascosto la sua alta considerazione nei tuoi confronti. Che effetto ti ha fatto ricevere simili apprezzamenti?
È sicuramente meraviglioso poter sentire alcune leggende americane parlare di me! Ricordo ancora l’emozione che ho provato quando Steve Vai ha detto il mio nome per la prima volta, è indescrivibile, ma ovviamente ti senti ancora più responsabilizzato a fare di più. Non nascondo che mi ha messo anche pressione sentire un “gigante” come lui parlare di me, è stata anche una motivazione ulteriore per continuare a studiare tanto e cercare sempre di migliorarmi.
Hai anche suonato con la PFM durante una data del loro tour. Che esperienza è stata quella di collaborare, seppure per poco, con una band dalla carriera musicale così importante e longeva?
Collaborare con la PFM è stata una delle esperienze più emozionanti della mia carriera. Suonare con artisti che hanno segnato la storia della musica italiana e soprattutto registrare con loro un intero album live durante quell’unica data a Lugano è stata un’esperienza magnifica che non dimenticherò mai. Inoltre è stata la mia prima esperienza in cui sul palco ero “il chitarrista di una band” e non il protagonista come nei progetti che porto in tour.

L’anno scorso hai pubblicato “The Journey”, il tuo primo album in studio. Che tipo di “viaggio”, come indica il titolo, hai pensato di proporre ai tuoi ascoltatori?
È un album eclettico, è il sunto del mio “viaggio musicale” e di ciò che mi ha ispirato di più negli ultimi dieci anni. Comprende brani con influenze rock, blues e jazz, oltre a brani fusion.
Il prossimo 12 luglio salirai sul palco del Pistoia Blues Festival: è la tua “prima volta” a Pistoia? Secondo te, vista la tua esperienza internazionale, è opportuno che anche in Italia i festival diano spazio, oltre alle band e ai grandi nomi del cantautorato, ai “musicisti” nel senso stretto della parola?
Sì, sarà la mia “prima volta” a Pistoia. Non togliendo nulla alle band e ai cantautori che hanno lo spazio che meritano, sarebbe certamente giusto dare spazio anche alla musica strumentale nei festival italiani: ci sono grandi musicisti sparsi in giro per l’Italia che meriterebbero di essere conosciuti da un pubblico più vasto.









