di Enrico Rossi

Tutti lo chiamano asse, un patto di ferro tra governo Meloni e Confindustria.
Ieri, la presidente del Consiglio ha raccolto applausi a scena aperta all’assemblea annuale dell’associazione degli industriali italiani. Sono molte le cose che Meloni ha richiamato e che piacciono ai nostri imprenditori e che non ha detto per non dispiacerli.
Prima di tutto il fatto di non parlare di salari, nonostante che in Italia, come dicono i dati, siano cresciuti, e non da ora, meno che in tutto il resto d’Europa. Tessile, abbigliamento e moda, metalmeccanica, logistica, edilizia, quasi cinque milioni di lavoratori attendono di rinnovare i contratti.
Ma Meloni non parla di questo, non invita a tener conto delle loro esigenze e, ovviamente, si dichiara, per l’ennesima volta, contraria al salario minimo. Poi, per compiacere ancor di più la platea, ha criticato l’Europa e la transizione verde perché, secondo lei, danneggerebbe l’economia e deve pertanto essere rinviata. Invece, bisogna riprendere subito la prospettiva del nucleare e accelerarne la realizzazione in Italia.
Ma il colpo di scena finale è quell’idea, di cui evidentemente Meloni è profondamente convinta, che lo Stato debba limitarsi a creare le condizioni favorevoli all’impresa, la quale non deve essere disturbata perché penserà lei allo sviluppo e a tutto il resto. Quindi, tra governo e industriali, occorre un patto di ferro, un “camminare insieme, mano nella mano” per portare la “Nazione” a diventare competitiva e a farsi rincorrere da tutti gli altri nel mondo. Sembra che mai un presidente del Consiglio abbia ricevuto tanta manifestazione di consensi da parte degli imprenditori.
Peccato che Meloni si sia dimentica di due cose.
La prima è il fatto che da diciotto mesi la produzione industriale stia calando come mai si era visto in passato. La seconda, la più grave, è avere escluso dal patto per lo sviluppo i lavoratori e le loro esigenze, di aver ragionato di crescita economica come se loro non esistessero, come se dovessero essere una massa amorfa, senza dignità, che deve solo servire e adattarsi alle decisioni di altri, i quali soli sanno qual è il vero interesse nazionale. Questo modo di ragionare non è solo contro la Costituzione, che parla di partecipazione dei lavoratori alla vita politica economia e sociale, ma è anche contro ogni seria teoria dello sviluppo ed è persino contro il buon senso. Infatti, un tavolino a due gambe, basato su un patto tra governo e imprese, non sta in piedi. Senza la terza gamba, quella dei lavoratori e dei loro diritti non vi sarà né crescita né giustizia.









