FIRENZE – Una retrospettiva dedicata a una delle artiste più rivoluzionarie del Novecento, una panoramica della sua produzione in dialogo con opere di altri nomi noti del medesimo periodo.
La nuova mostra di arte contemporanea a Palazzo Strozzi è dedicata alla “pittura senza regole” di Helen Frankenthaler (1928-2011), artista newyorkese di origine ebraica, tra le più vivaci e innovative animatrici della pittura statunitense nel secondo dopoguerra. Negli anni Cinquanta è tra le principali interpreti dell’espressionismo astratto, mentre nel corso del decennio successivo è stata l’iniziatrice del movimento pittorico “color fields” (“campi di colore”), caratterizzato dall’uso di grandi tele di canapa coperte interamente da estensioni ampie e invariate di colore.

Influenzata dai quadri di autori come Hofmann, Pollock e Greenberg, grazie all’amicizia e alle recensioni positive di quest’ultimo venne introdotta nel fervido ambiente artistico newyorkese di quegli anni, culla e laboratorio di nuove avanguardie, dove si affermò come la principale esponente della generazione dei “color fields painters”. La sua innovativa tecnica del “soak stain”, che consisteva nel versare vernice diluita sulla tela grezza, ha dato vita a campi di colore traslucidi, divenuti poi fonte di ispirazione per gli artisti successivi. Negli anni Novanta e Duemila la sua arte ha iniziato a ricevere importanti riconoscimenti, con mostre retrospettive (la prima nel 1989 al MoMa di New York) e premi come la National Medal of Arts.
Curata da Douglas Dreishpoon, l’esposizione si apre con quattro opere degli anni Settanta: la parete sinistra della prima sala è dominata dal grande dipinto “Moveable Blue”, in cui la tecnica pittorica dei “color fields” appare già giunta alla sua piena maturazione, fra grandi “macchie” di colore che si armonizzano e si sovrappongono con sfumature in una tela di grande formato. Interessante è anche “Matisse Table”, una delle dieci sculture che Frankenthaler realizzò presso lo studio londinese dell’amico scultore Anthony Caro, a testimonianza del carattere versatile della sua arte e del suo interesse per la sperimentazione anche nel linguaggio della scultura.

Si passa poi a tre grandi dipinti degli anni Cinquanta, caratterizzati dalla presenza di macchie e schizzi di colore che li avvicinano alla pittura di Jackson Pollock, uno dei grandi maestri dell’espressionismo astratto e dei principali modelli di Frankenthaler: le tre opere della pittrice sono infatti poste in questa sala in dialogo con il dipinto “Number 14” di Pollock, che con la sua tecnica pittorica rivoluzionaria e l’acceso contrasto tra colori chiari scuri fu fonte di ispirazione per l’artista e per la sua arte di quegli anni.
Vedere poi una scultore in acciaio dipinto di David Smith e una colonna in legno dipinto di Anne Truitt, entrambi degli anni Sessanta, nella stessa sala insieme a quattro tele di Frankenthaler del medesimo periodo permette di capire perché la pittrice abbia sviluppato una stretta amicizia con i due scultori. Essi erano infatti animati dall’idea di fare arte “senza regole”, senza cioè imporsi dei vincoli o dei limiti a livello artistico nell’utilizzo dei colori o dei materiali. Uno spirito che la pittrice newyorkese condivide nel realizzare i suoi grandi dipinti astratti, dando libero sfogo al processo creativo: in “Tutti Frutti” le nuvole di colore sembrano rimanere sospese nella loro eterea leggerezza, mentre in “The Human Edge” il colore scende dall’alto verso il basso in blocchi rettangolari che sembrano pesanti come monoliti.
Molto particolare anche il dipinto “Alassio”, il cui nome richiama la cittadina ligure dove la pittrice soggiornò durante l’estate del 1960, in cui gli schizzi e le macchie di colore giallo, rosso, blu e nero su sfondo chiaro richiamano in un certo senso alcuni capolavori di Kandinsky.
Nelle due sale successive sono esposte opere di altri artisti, molti dei quali amici di Frankenthaler, che la pittrice ricevette in dono o acquistò nel corso degli anni e che testimoniano la vivacità e la vitalità di questo “circolo artistico” di pittura astratta. “Summertime in Italy” di Motherwell e “Untitled” di Rothko mostrano le progressive evoluzioni di questa pittura, verso nuovi linguaggi cromatici e rappresentazioni delle forme geometriche.

Si passa poi alle opere degli anni Ottanta, decennio in cui Frankenthaler rinnova in parte la propria pittura ispirandosi nei dipinti di grandi maestri del passato come Tiziano, Velasquez, Manet e Rembrandt, e riprendendo da queste opere un’attenta e accurata analisi dei dettagli astratti. Ciò permette alla pittrice di raggiungere un nuovo livello tecnico entrando in un mondo fatto di fondi colorati, sfumature delicate, trasparenze e chiaroscuri, come nella trasposizione di un cielo stellato in “Star Gazing” o negli spazi immaginari di “Ascending the stairs”.

La retrospettiva si conclude con le opere dell’ultimo periodo, risalenti agli anni Novanta e ai primi anni Duemila, in cui l’artista sviluppa un’arte dal significato più “filosofico”, che indaga temi come la ricerca della bellezza e la fugacità del tempo. Lo si vede in dipinti come “Borrowed dream”, un “sogno in prestito” in cui la compenetrazione tra l’azzurro chiaro e il rosso scuro sembra aprirci le porte verso una dimensione onirica; oppure in “Driving East”, dove la sottile linea dell’orizzonte con una luce tremolante separa lo scuro della terra da quello del cielo notturno, facendoci intravedere la fine oppure proponendoci un salto verso l’infinito?
La mostra di Palazzo Strozzi resterà aperta al pubblico fino al prossimo 26 gennaio.









