di Susanna Daniele
PISTOIA – “Cose che so essere vere”, testo teatrale dello scrittore e sceneggiatore australiano Andrew Bovell, giunge sul palcoscenico di Pistoia per la regia di Valerio Binasco.
Nel cast Binasco stesso, Giuliana De Sio e quattro giovani attori che promettono bene: Fabrizio Costella, Giovanni Drago, Giordana Faggiano e Stefania Medri.

La pièce è ambientata in Australia ma potrebbe svolgersi ovunque perché il tema delle relazioni all’interno della famiglia è da sempre universale. Fran e Bob, genitori di mezz’età con figli grandi che stanno cercando la loro strada nella vita adulta. La più piccola, Rosie, è appena tornata dal suo grand tour in Europa prima del tempo, perché è stata derubata da un ragazzo di cui si era invaghita.
Sulla scena si alternano gli altri figli della coppia: Ben che sogna una vita facile, ben al di sopra delle sue possibilità, Pip che non ama più il marito da cui ha avuto due bambine e vuol trasferirsi all’estero da sola, Mark che confessa di voler cambiare sesso e per questo comunica che si trasferirà. La madre intuisce i problemi dei figli e cerca in ogni modo di risolverli ma la decisione di Mark la fiacca. Il padre è un buon uomo che non immagina minimamente cosa sta succedendo nella sua famiglia: gli basta sentire di essere stato un buon padre.
In un crescendo drammatico, Fran gli confessa di aver smesso di amarlo molto tempo prima e di non essere andata via con un altro uomo soltanto per stare con i figli. Il dramma si compirà di lì a poco e a quel punto tutti i figli torneranno, ma soltanto per ripartire verso le loro vite.
Sul fondo della scena filamenti su cui vengono proiettate macchie di colore e parole che suggeriscono l’avvicendarsi delle stagioni. In scena piante che vorrebbero rappresentare il giardino intorno alla casa e la passione di Bob per il giardinaggio.
Attori molto applauditi, sebbene la recitazione di Giuliana De Sio sia parsa un po’ troppo “urlata” e quindi non sempre chiara. Circa il testo, quello che non convince, e purtroppo è molto comune nelle trasposizioni e nei testi teatrali contemporanei, è l’uso frequente e spesso inutile del turpiloquio, forse allo scopo di rendere più “vive” alcune scene e strappare così una risata gratuita al pubblico. Se decenni fa poteva essere un segno di “rottura” con il teatro classico, oggi l’abuso stanca.










