AGLIANA – “Venne da un Paese lontano a lottare e morire per la libertà e il socialismo”.
Queste parole sono incise sulla lapide apposta al monumento in ricordo del partigiano Ivan “Paolo” Baranovskij, fatto realizzare da Anpi e Comune di Agliana nel 1981 e sistemato al centro dell’aiuola di piazza IV Novembre ad Agliana, a pochi passi dalla chiesa di San Piero e dal Teatro Moderno.
Il cippo commemorativo, che nella forma ricorda un cannone o un obice spezzato a poggiare su una lastra rettangolare, costituisce uno dei luoghi della memoria, legati alle tragiche vicende del secondo conflitto mondiale, più significativi tra quelli presenti sul territorio aglianese. La sua ubicazione centrale, un un piccolo spazio verde all’interno di una piazza sempre molto frequentata, sottolinea la rilevanza che la comunità locale ha voluto tributare al ricordo di questo partigiano, caduto ad Agliana il 3 marzo 1944, come menzionato dalla stessa lapide.

Ma chi era Ivan Baranovskij? Come finì sul nostro territorio a combattere tra le fila della Resistenza pistoiese durante una delle fasi più difficili e drammatiche della storia d’Italia?
Le notizie sulla sua biografia sono piuttosto frammentarie e meriterebbero un’indagine più approfondita. Sappiamo che nacque nel 1918 a Svetlovodskoe, piccolo villaggio agricolo alle falde del Caucaso nel distretto di Zolsky, oggi nella repubblica autonoma della Cabardino-Balcaria, una delle numerose entità federali della Russia. Una regione periferica e rurale, tra le montagne e le vaste pianure a occidente del mar Caspio, che a partire dagli anni Venti fu soggetta a un processo di crescente industrializzazione anche in ragione della sua posizione strategica, in un territorio ricco di risorse minerarie e posto lungo la direttrice fra i giacimenti di petrolio dell’Azerbaigian e le grandi città industriali del bacino del Don.
Baranovskij, seguendo l’esempio di molti coetanei, lavorò in una delle industrie meccaniche della regione e nel 1939, poco più che ventenne, si arruolò nell’Armata Rossa con il grado di sergente e partecipò alle operazioni militari dell’estate del 1941, quando la rottura dell’alleanza strategica tra Germania nazista e Unione Sovietica portò all’inizio dell’Operazione Barbarossa con l’invasione dei territori sovietici da parte delle truppe tedesche e degli alleati dell’Asse.
Nelle battaglie che si combatterono durante le prime settimane lungo l’intera linea del fronte molti soldati sovietici, poco addestrati e male equipaggiati, vennero fatti prigionieri dai tedeschi e avviati in campi di detenzione per essere successivamente “smistati” e utilizzati come forza-lavoro coatta a supporto della gigantesca macchina bellica e industriale del Terzo Reich. Anche Ivan Baranovskij, catturato in un luogo imprecisato (forse durante l’assedio di Minsk o la battaglia di Smolensk?), fu fatto prigioniero e, dopo quasi due anni di detenzione, nel settembre 1943 all’indomani dell’armistizio italiano e dell’occupazione tedesca della penisola, fu inviato insieme ad altri tre prigionieri russi nella zona di Genova, per essere impiegati dai tedeschi in opere di fortificazione del porto.

Qui le fonti discordano: secondo una versione, i tre riuscirono a scappare dal treno che li conduceva al capoluogo ligure e a darsi alla macchia; secondo un’altra ipotesi, prima ancora di essere inviati a Genova furono tenuti prigionieri per un certo tempo a Monsummano Terme, riuscendo anche in questo caso a fuggire. Quel che rimane certo è la loro evasione e allo stesso tempo il grande pericolo che gli si poneva di fronte nella Toscana sottoposta al controllo nazifascista: fu grazie all’intermediazione di un loro compatriota, Piotr Romanenko, anch’egli di lì a poco fatto prigioniero dai tedeschi, che i tre fuggiaschi vennero messi in contatto con le formazioni partigiane operanti sul territorio dell’Appennino e della Toscana settentrionale.
Ivan, che da quel momento assunse il nome di battaglia “Paolo” per essere facilmente identificato dai compagni italiani, entrò nel distaccamento delle Brigate Garibaldi guidato dal partigiano fiorentino Gino Bozzi, e che venne intitolato alla sua memoria dopo che, il 27 dicembre 1943, Bozzi fu sorpreso da una pattuglia fascista e ferito a morte alle porte di Pistoia, mentre stava per recarsi in città per partecipare a una riunione clandestina.
La “Brigata Bozzi” era di ispirazione politica socialista e comunista, inquadrata nel più ampio panorama delle Brigate Garibaldi organizzate e dirette dal PCI durante la guerra di Liberazione dal nazifascismo, e si organizzò come distaccamento operante nelle zone rurali e montane della Toscana settentrionale, e in particolare sul territorio pistoiese. Proprio nell’area di Pistoia, nei primi mesi del 1944, i partigiani della Bozzi si resero autori di varie azioni di sabotaggio a danno degli occupanti tedeschi, azioni nelle quali, stando ai resoconti, “Paolo” diede prova di abilità e coraggio.

Non sorprende che Baranovskij, insieme ad altri cinque compagni, fu tra i partigiani scelti per condurre un “raid” contro la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana (la forza armata istituita dalla RSI con compiti di gendarmeria, di pubblica sicurezza e di repressione del movimento partigiano) ad Agliana, allo scopo di impadronirsi di armi e munizioni, che stavano iniziando a scarseggiare.
Il piano era semplice: due partigiani, tra cui Paolo, si sarebbero presentati davanti alla caserma vestiti con le uniformi di ufficiali tedeschi e avrebbero chiesto con una scusa di aprire i cancelli, permettendo ai compagni nascosti di fare irruzione, cogliere di sorpresa i carabinieri della GNR e disarmarli facilmente, nella convinzione che si sarebbero arresi subito e senza combattere. Paolo, inoltre, conosceva un po’ di tedesco, imparato durante gli anni della prigionia in Germania, e avrebbe reso credibile il pretesto.
Tuttavia il piano, eseguito nella notte fra il 2 e il 3 marzo 1944, mostrò presto dei grossi limiti e prese una brutta piega quando i carabinieri di guardia alla caserma si insospettirono e si rifiutarono di aprire i cancelli, intimando ai “falsi” tedeschi di rivolgersi al loro ufficio militare. I partigiani uscirono lo stesso allo scoperto ma, subito individuati e illuminati dal riflettore della caserma, si trovarono esposti al fuoco della GNR. Nella sparatoria che ne seguì, Baranovskij ricevette un colpo mortale alla testa e cadde a terra: a causa degli spari, i compagni riuscirono a stento a mettersi in salvo e non poterono recuperare il suo cadavere, che i fascisti lasciarono lì disteso davanti alla caserma per tutta la giornata successiva come monito per la popolazione locale.
Fu il compagno Magnino Magni, anche lui partigiano della Bozzi, che provvide a ordinare la cassa per la sepoltura di Paolo, che venne tumulato nel cimitero comunale di Agliana.
Il sacrificio di questo soldato sovietico “piovuto” per caso ad Agliana nelle fasi più dure e cruente della lotta partigiana fu di ispirazione per tutti i compagni e dopo la Liberazione ricevette due importanti riconoscimenti ufficiali da parte delle autorità repubblicane: nel 1965 alla famiglia di Baranovskij fu consegnata la medaglia d’argento postuma al valor militare, nel 1981 l’amministrazione comunale di Agliana guidata dal sindaco Marco Giunti decise di rendere pubblico omaggio alla memoria di Ivan facendo realizzare il già citato monumento, custode di una storia lontana eppure meritevole non essere dimenticata.










