giovedì, Settembre 10, 2026

“Animali selvatici”: un dramma familiare tra apparenze e menzogne

PRATO – Un dramma familiare segnato da illusioni, apparenze, conflitti in un ambiente surreale e spettrale, alla ricerca di una verità nascosta con il potere di dilaniare gli individui.

Al Teatro Metastasio la regista Paola Rota porta in scena “Animali selvatici”, opera liberamente ispirata a “L’anitra selvatica” del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, nonchè rilettura e rielaborazione in chiave contemporanea dell’originale. Dramma in cinque atti scritto da Ibsen nel 1884, “L’anitra selvatica” si inserisce in quel fortunato periodo del teatro ibseniano segnato da grandi successi (“Casa di bambola”, “Spettri”, “La casa dei Rosmer”, già proposti in forma “rivisitata” nelle recenti stagioni del Metastasio) che mettono al centro le contraddizioni, l’ipocrisia, la falsità delle relazioni umane e sociali all’interno della famiglia borghese, i cui individui appaiono spesso “prigionieri” di ruoli e di apparenze difficili da scardinare e da superare.

Una scena dello spettacolo “Animali selvatici” (foto di Andrea Macchia)

E in effetti la rilettura di Rota ripropone e attualizza alcuni temi ricorrenti e caratteristici del teatro di Ibsen, facendoci riflettere in particolare sulle menzogne, sulle verità scomode e taciute, su un passato nascosto che riemerge in maniera improvvisa e inaspettata, sui drammi relazionali che si celano dietro le apparenze illusorie e felici di una famiglia “normale”.

In scena Sara Mafodda, Irene Petris, Edoardo Ribatto e Giuseppe Sartori ci presentano una famiglia contemporanea in cui tutto sembra tranquillo ma che a mano a mano nel corso dello spettacolo inizia a mostrare delle crepe sempre più profonde e irrimediabili, in una vera e propria discesa agli inferi che avrà esito tragico.

La narrazione avviene attraverso una serie di veri e propri flash o “fotografie di famiglia” (la riflessione attorno al ruolo della fotografia attraversa l’intera opera, prestandosi molto bene a evidenziare il contrasto tra realtà e finzione, verità e apparenza) e i quattro personaggi si muovono all’interno di uno spazio rettangolare sul palcoscenico delimitato da un velo che scende dall’alto, e che si alzerà solo sul finale a indicare lo svelamento della verità e la caduta delle finzioni e delle apparenze.

La trama, almeno all’inizio, non risulta di facile comprensione, ma si intuisce e si capisce meglio in maniera graduale e con il procedere della vicenda, in un crescendo di tensione narrativa e di indizi che si incastrano come frammenti di un puzzle. Due vecchi amici, un mediocre fotografo e un uomo d’affari figlio di un ricco imprenditore, si ritrovano dopo diciassette anni: il loro incontro non resterà senza conseguenze per la famiglia del fotografo, composta da una figlia sedicenne affetta da una grave malattia che presto la renderà cieca e dalla moglie che pare custodire un terribile segreto.

Sarà proprio la ricerca della verità e di cosa sia successo diciassette anni prima a sconvolgere per sempre l’equilibrio relazionale ma anche psichico dei personaggi, in un susseguirsi di dialoghi dai tratti surreali, incubi che riemergono dal passato, visioni oniriche, esplosioni irrazionali d’ira e imprecazioni. Con un linguaggio che si fa sempre più crudo, in una progressiva perdita di lucidità e umanità.

È una sorta di “giallo” psicologico, un vortice in cui tutti vengono trascinati anche contro la propria volontà, e dove l’illusione della tranquillità e della quiete familiare svanisce presto di fronte al manifestarsi di una fitta rete di contraddizioni, errori, falsità, cose non dette, verità tenute nascoste. Che cosa è accaduto realmente? È possibile giungere alla conoscenza della verità?

Paola Rota ci conduce nelle pieghe dell’universo ibseniano in maniera volutamente contorta e surreale, mettendo in evidenza il perdurare di quegli elementi di ipocrisia e false apparenze tipici dell’opera del drammaturgo norvegese che persistono anche nella società contemporanea, e che rendono Ibsen un autore estremamente attuale.

Non è forse la nostra una società troppo spesso dominata dall’interesse economico o dal culto delle apparenze? Ecco allora la scena in cui i due amici tornano a casa dopo un pranzo a un ristorante stellato e di alto livello, “il migliore della città”, vedendo in esso una magnifica esperienza da far sapere agli altri non per un’idea di condivisione, ma per il gusto di sentirsi superiori. Oppure quando la moglie accenna al marito di aver subito in passato delle volgari e morbose attenzioni da parte del proprio capo sul luogo di lavoro, un tema di stringente attualità che l’uomo non arriva a comprendere del tutto nella sua gravità.

Cinismo, indifferenza, incomunicabilità e incapacità di entrare in empatia con l’altro provando un autentico sentimento di compassione sono tra le cause che distruggono le relazioni sociali all’interno della famiglia, alla quale il “colpo di grazia” verrà dato dalla figlia e dalla sua ribellione alla “prigione” fatta di incubi e immagini menzognere. Lei che da piccola amava di disegnare animali selvatici a scuola, si rende adesso conto che gli “animali selvatici” esistono veramente e sono gli individui di una società che ha perso la propria umanità e i propri valori, fin quasi a compiere un processo di involuzione verso uno stato ferino e selvaggio.

Riuscirà ad evadere da questa trappola?

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