PRATO – Anima e corpo, mente e coscienza, danza e dialogo filosofico in un deserto allo stesso tempo reale e immaginario.
Per celebrare l’anniversario dei sessant’anni dalla riapertura del Teatro Metastasio la coreografa Claudia Castellucci, insignita nel 2020 del Leone d’argento alla Biennale Danza di Venezia, porta in scena in prima assoluta “L’infinito carnale”, per una serata speciale che omaggia la forma artistica del melodramma in cui eccelse Pietro Metastasio, autore al quale il teatro pratese è intitolato.

“L’infinito carnale” è un incontro fra drammaturgia e coreografia, fra gesti e movimenti della danza e le parole di un immaginario dialogo filosofico tra due abati ed eremiti cristiani vissuti tra III e IV secolo, Ilarione di Gaza e Antonio d’Egitto. Secondo la tradizione l’anacoreta egiziano Antonio, considerato tra i fondatori del monachesimo cristiano, si ritirò a vita ascetica nel deserto della Tebaide e qui intorno al 307 lo raggiunse il giovane discepolo Ilarione, che gli chiese consiglio su come fondare una nuova comunità monastica in una località nei pressi di Gaza.
Questo è quel poco che ci dicono le fonti storiche: ma Claudia Castellucci dà al colloquio realmente avvenuto tra i due santi eremiti un altro e più importante significato, immaginando un dialogo filosofico tra i due in cui Ilarione pone al maestro diverse domande su temi che lo affliggono. Ilarione nutre affetto e stima per Antonio, non vuole certo metterlo in difficoltà, ma le risposte del maestro non lo soddisfano e l’ambiente spoglio e desolato del deserto lo spinge ad andare oltre, ad immaginare qualcosa di più al di là di quelle sterminate solitudini, a guardare con occhi nuovi dentro se stesso, a esaminare con attenzione i prodotti della propria mente.
È un percorso tutto mentale quello che le parole pronunciate dai due eremiti fanno compiere al pubblico, in un continuo succedersi di interrogativi esistenziali, teologici e metafisici riguardanti il destino di anima e corpo, la vita e la morte, il ruolo della mente e della coscienza, la natura di un Dio presente ma allo stesso tempo assente dalle vicende umane.
Mentre le voci registrate fuori campo sviluppano il dialogo, che si avvale anche di intermezzi musicali e sonori, sul palco Adele Masciello e Pier Paolo Zimmermann danno vita a una danza che con una serie di movimenti sempre nuovi e una gestualità fortemente evocativa accompagna le frasi.
I due danzatori interagiscono in mille modi diversi, i loro corpi si uniscono e si separano all’interno di un ambiente la cui scenografia richiama la vastità e la solitudine del deserto, spazio “vuoto” per eccellenza ma sul quale Castellucci ci invita a riflettere.
In realtà, sembra suggerirci lo spettacolo, anche il deserto è falsamente vuoto, popolato com’è di immagini mentali di ogni specie: gli antichi anacoreti avevano compreso la sua importanza come luogo in cui potersi arricchire spiritualmente e in cui poter trovare risposte alle grandi domande che attanagliano l’uomo.
E mentre la speculazione filosofica ci richiama al valore della mente, la danza con i suoi movimenti leggeri o convulsi, ripetitivi o spasmodici, lenti o rapidi, ci riporta alla centralità del corpo: due elementi, il corpo e la mente, non più visti in maniera oppositiva e antitetica, ma come due parti adesso inscindibili dell’infinito carnale.









