mercoledì, Settembre 9, 2026

La storia dei Levi una famiglia di Ebrei, prima salvati poi nella Resistenza, tra Porretta e Sambuca

PISTOIA – Roberto Daghini ne ha trovato le tracce per caso nell’Archivio del Comune di Sambuca. Così ha ricostruito la storia di una famiglia originaria di Mantova e salvata dalle persecuzioni nazi fasciste prima a Porretta poi a Sambuca. Daghini, come al solito molto efficace nell’aggirarsi fra i “segreti” degli archivi locali, ha rintracciato una storia che sarebbe rimasta sepolta fra i segreti di un Convento francescano o nella solidarietà sotterranea di alcune persone di Sambuca.

Sambuca

Due fratelli Levi entrarono poi fra i partigiani della resistenza della montagna pistoiese, partecipando anche a salvare il paese di Taviano dalla possibile distruzione che era nei piani dei Tedeschi in fuga.

Lo storico pistoiese Roberto Daghini ha riannodato i fili di una storia significativa e colma di umanità. Il racconto dei Levi sulla montagna pistoiese sarà pubblicato in uno dei prossimi numeri della rivista ‘Nuèter’. Reportpistoia, nel periodo del ‘Giorno della Memoria’, ne anticipa alcuni elementi.

I Levi nella ricostruzione di Roberto Daghini

La vicenda della famiglia Levi era localmente ignota, solo grazie al ritrovamento in archivio di Sambuca di un documento e alle successive indagini è stato possibile conoscerne la storia.

La famiglia era originaria di Mantova e composta da Angelo figlio di Giuseppe, falegname artigiano (nato a Mantova il 29 luglio 1892) la moglie Norma Lavagnoli (cattolica) e tre figli, Walter (nato il 21 agosto 1921), Giuditta (29 dicembre 1930), Luciano “William” ( nato il 20 giugno 1924). Luciano era citato nei documenti, con il vero nome italiano, ma per tutti era “William” questo perchè nel periodo fascista erano vietati i nomi stranieri ai nuovi nati, perciò fu l’impiegato del Comune a scegliere quel nome.

Il capofamiglia Angelo era titolare di un laboratorio di falegnameria, con sette dipendenti. Vessati dal regime fascista il del 5 ottobre 1943 chiuse l’azienda e con tutta la famiglia prese il treno per raggiungere la località di Porretta Terme dove in passato aveva soggiornato per le cure termali. Senza alcuna esitazione, bussò alla porta del Convento dei Frati Francescani, proprio di fronte alla stazione, chiedendo asilo e protezione. Nonostante la presenza di una donna e una bambina, li ospitarono per qualche giorno in attesa di una sistemazione più consona..Questa arrivò presto, anche se dolorosa perché per la prima volta la famiglia si divise. Luciano e Walter  rimasero nel Convento, la mamma il padre e la figlia dalle suore Francescane di Sambuca Pistoiese, a pochi chilometri da Porretta, in una collina sopra Taviano.

Il soggiorno in Convento a Porretta era pericoloso, perché presso l’Hotel Helvetica vi era il comando tedesco. Luciano fu inviato alla chiesa di Pieve delle Capanne Comune di Granaglione dove era prete Don Giacomo Ricci.

A seguito di una delazione, il parroco fu poi catturato dai tedeschi e minacciato di fucilazione. Luciano tornò in Convento a Porretta da dove travestito da frate venne inviato a Cento (Fe). Qui, scoperto, fu arrestato e successivamente inviato alla comunità ebraica di Mantova  in attesa di essere deportato. In suo aiuto intercesse  la madre che, consapevole del pericolo e sfruttando il fatto di essere cattolica, era intervenuta presso le autorità locali: riuscendo ad avere i documenti in cui si certificava che i figlio era da considerare non ebreo, ma di matrimonio misto riuscendo ad avere la sua liberazione.

A Sambuca in loro aiuto era arrivata  una persona del paese, Filippo Ceccarelli, chiamato da tutti con il diminutivo di “Pippo”. A novembre 1943,  appena erano  arrivati, li aveva chiamati chiedendo ai componenti della famiglia Levi se fossero disposti a lavorare con lui per la stagione delle castagne. Il compenso consisteva in un pasto a secco e, alla fine della stagione, un quintale di farina a testa. La famiglia acconsentì.

Dopo la liberazione di Luciano, la famiglia finalmente riunita, cambiò nuovamente residenza. Prese in affitto una casa a Sambuca dove incontrò il Podestà Leone Cecchini che li rassicurò che la loro presenza, se pur nota, era ben accetta.

Per vivere la famiglia Levi, aiutata da “Pippo” il cui padre deceduto era stato calzolaio, diede inizio a una piccola attività di ciabattino che permise loro  di sbarcare il lunario. Nonostante le precauzioni stavolta fu Walter a essere catturato. Secondo il memoriale di Luciano fu arrestato a Montespertoli (Fi).

Non sono note le modalità, è sicuro però che  il 20 maggio 1944 fu liberato dal carcere di Pistoia e inviato al soggiorno obbligato a Sambuca. Anche in questo caso fu decisivo l’intervento della madre. Consapevoli del pericolo e che i tedeschi non avrebbero  rispettato certo la legge del matrimonio misto, furono contattati da  Walter Bartoletti detto “il Francese”, figlio di Pietro, che poi fu  primo Sindaco alla liberazione. I Levi decisero di entrare nella formazione della resistenza “Matteotti di Montagna”. Il 27 settembre 1944 i due fratelli erano nel gruppo dei partigiani che contribuì a salvare il paese di Taviano dalla possibile distruzione attaccando una colonna tedesca e mettendola in fuga.    

A liberazione avvenuta, dopo un breve soggiorno a Roma e Mantova, Walter e Luciano si trasferirono a Firenze . Quest’ultimo è poi morto in questa città il 27 novembre 2015.

Destino diverso per Filippo “Pippo”  Ceccarelli (nato a.Sambuca 1 febbraio 1903): durante un rastrellamento fu catturato in casa propria in località ‘Cà del Chicco’ vicino al paese di Sambuca. Portato a lavorare sulle colline per la TOOD, riuscì a fuggire. Il fatto lo aveva però colpito emotivamente. Vedovo dal 1932  della moglie Italia Taddei, viveva solo e ciò contribuì a peggiorare il suo stato d’animo.  Il 29 agosto 1967, a distanza di giorni fu trovato morto dai vicini nella sua casa a ‘Cà del Chicco’. Un particolare curioso in questa tragica vicenda: il suo fedele cane era sopravvissuto grazie al cibo  che proprio Filippo gli aveva lasciato.

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