mercoledì, Settembre 9, 2026

Al Funaro il viaggio umano e poetico di Osip Mandel’stam

di Susanna Daniele

PISTOIA – Nello spazio del Funaro, gremito di spettatori, è andato in scena il monologo “Viaggio in Armenia”, tratto dall’omonima opera del poeta di lingua russa Osip Mandel’štam.

Riduzione e adattamento di Silvio Castiglioni e Giovanni Guerrieri che ha curato anche la regia.

Il collegamento con la parola “razza”, scelta quest’anno per fare da filo conduttore nella rassegna Le parole di Hurbinek, e il poeta Osip Mandel’štam, è contenuto in una frase del Viaggio in Armenia: “non c’è nulla di più istruttivo e giocoso che immergersi nella compagnia di persone di una razza diversa dalla nostra”.

Viaggio in Armenia

Lo spettacolo è stato introdotto da Stefano Garzonio, ordinario di lingua e letteratura russa dell’università di Pisa. Garzonio ha ripercorso la breve e tormentata vicenda umana e l’opera di Osip Mandel’štam, citando alcuni versi. L’attore nel monologo rappresentava e commentava sia l’uomo poeta, in terza persona, che la sua parola poetica, in prima persona.

Osip Emil’evic Mandel’štam nacque a Varsavia, all’epoca parte dell’Impero russo, da una famiglia ebraica benestante, che dopo la sua nascita si trasferisce non lontano da San Pietroburgo, dove si diploma nel 1907. In ottobre si trasferisce a Parigi, dove frequenta corsi alla Sorbona e contemporaneamente inizia a scrivere versi e prose.

Il più grande poeta di lingua russa del Novecento, secondo le parole di Pier Paolo Pasolini, compì nel 1930 con la moglie Nadežda un viaggio in Armenia, che durò qualche mese. Dal viaggio doveva trarne un resoconto celebrativo del regime sovietico e pertanto l’occasione per riabilitarsi con il potere stalinista. Inoltre, da tempo, anche per le difficoltà di una vita resa sempre più difficile dal regime, non riusciva a scrivere versi.

Per ritornare a scrivere scelse il Caucaso, e in particolare l’Armenia, perché individuava nella regione del Mar Nero, in virtù del suo collegamento con il Mediterraneo, il “libro su cui studiarono i primi uomini”. L’Armenia, «regno di pietre urlanti», divenne per lui il luogo di una primordiale fusione fra il mondo cristiano-giudaico e quello ellenico, le due fonti della sua poesia.

La descrizione del viaggio dei Mandel’štam nel Caucaso, avvenuto sullo sfondo delle persecuzioni staliniste e del terrore sovietico, contribuisce ad accrescere la consapevolezza su uno dei capitoli più drammatici della storia europea.

Il tema dell’Armenia e dell’Europa emerge attraverso la fascinazione di Mandel’štam per il sacro Mediterraneo, il mar Nero e l’Ararat, trovando poi rappresentazione compiuta nell’episodio che si svolge nel Matenadaran, il museo di Yerevan che custodisce migliaia di documenti e manoscritti in lingua armena.

Qui emerge la posizione intrinsecamente antisovietica del poeta Mandel’štam, in relazione dialettica con la storia e la cultura europee concepite come continuità, in lacerante contrasto con l’atteggiamento sovietico che si ritiene portatore di una nuova era, per definizione migliore di tutte quelle che l’avevano preceduta, e di una nuova storia che aveva azzerato tutto il passato.

La pubblicazione di Viaggio in Armenia provoca nuovi attacchi polemici della stampa sovietica. Nel maggio del 1934 è arrestato dagli agenti della polizia politica: gli viene contestata una poesia in cui definisce Stalin, con toni sarcastici, come «il montanaro del Cremlino». Viene condannato a tre anni di esilio coatto negli Urali. Durante un ricovero tenta il suicidio gettandosi dalla finestra dell’ospedale. Ottiene la commutazione della pena e con la moglie sceglie di stabilirsi a Voronež. Qui riesce a lavorare per il teatro e la radio locali e inizia a scrivere I Quaderni di Voronež. Nel 1938 è nuovamente arrestato e condannato per attività controrivoluzionaria ai lavori forzati, viene trasferito nell’estremità orientale della Siberia. 

Il 12 ottobre di quello stesso anno Osip è internato in un lager presso Vladivostok. Il poeta si spegne il 27 dicembre 1938: il «nero velluto della notte sovietica» lo inghiotte. All’inizio del 1939 la moglie Nadežda si vede restituire un vaglia postale inviato a Vladivostok con l’annotazione “A causa della morte del destinatario”.

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