di Andrea Mori
PRATO – Giornata internazionale della donna. Quale migliore occasione per fare qualche domanda a Ilaria Bugetti, prima sindaca di Prato.

Sindaca, nel corso della sua carriera, sia politica che non, le è mai capitato di vivere una situazione in cui un uomo si è fatto valere con lei in quanto uomo?
No, così smaccatamente no. Mi è capitato però di capire che mi trovavo in contesti all’interno dei quali, contro le donne, venivano usati argomenti abbastanza bassi (come spesso accade). Però ecco nessuna difficoltà perché secondo me i momenti difficili, come dico sempre a battuta, li hanno avuti i maschi che si sono confrontati e che magari, tali confronti, non li hanno saputi gestire. Però questa è un’altra cosa.
Cosa ne pensa di quelle ragazze e donne che oggi, ricevendo una mimosa o gli auguri, rispondono “ogni giorno mi devi festeggiare”?
Penso che ci siano molte sfaccettature per festeggiare i diritti delle donne, per cui ognuno, magari, ha la propria sensibilità. Io dalla mia parte tendo sempre a rispettare tutto, purché il rispetto sia reciproco. Quindi credo che le persone debbano dimostrare nel modo che reputano migliore il fatto che oggi sia una giornata in cui si ricorda quello che è stato fatto e quello che dobbiamo ancora fare.
Qual è la sua opinione rispetto alla legge appena approvata dal governo che prevede l’ergastolo per femminicidio (che diventa reato autonomo)?
Si tratta di una legge sacrosanta. Il percorso per fare passare il concetto di femminicidio è ancora molto lungo, ed è una battaglia che dobbiamo portare avanti perché si tratta di un reato ben preciso, per questo prosegue il lavoro che stiamo facendo insieme a tutti i centri anti violenza. Una battaglia culturale alla fine, perché afferma tutti i confini di quello che accade in un settore particolare quale quello della violenza sulle donne è.
A proposito di battaglie culturali, non pensa che a volte quella sul cosiddetto “linguaggio inclusivo” lasci un po’ il tempo che trova?
Io credo che l’evoluzione della lingua, a volte, passi anche attraverso dei binari stretti, e credo anche che sia necessario avere dei luoghi di riflessione. In tanti mi hanno chiesto perché mi faccio chiamare ‘sindaca’ e a loro ho spiegato che ancora non c’è l’abitudine a declinare al femminile parole come appunto sindaco, assessore ecc. e questo per un motivo molto semplice: perché le donne hanno avuto un’affermazione nel mondo della politica molto di recente a differenza di com’è successo alle professoresse, alle dottoresse, alle avvocatesse. La lingua poi rispecchia quelli che sono gli aspetti della società, aspetti culturali, sociali, antropologici. Quindi il discorso del linguaggio inclusivo è secondo me anche un modo per creare un dibattito e spiegare alle persone cosa sta accadendo e imparare a rispettare gli altri. Ci vuole rispetto verso chi si sente di poterlo utilizzarlo come verso chi no, ecco. Questo credo che sia il punto vero.
Quando si saluta un pubblico è sempre più in uso dire “benvenuti a tutte e a tutti”. Ma dire tutti e basta, è sbagliato?
No. Quello che le ho detto prima non prevede sbaglio non sbaglio. Se partiamo dal concetto che qualcosa è corretto e altro non lo è, a mio avviso commettiamo un errore. Io dico solo che ci vuole riguardo per chi si sente incluso in quel ragionamento, come allo stesso tempo che non venga condannato chi invece ancora non ce la fa perché non è pronto. Per molte persone utilizzare questo linguaggio vuol dire avere un’attenzione ed una sensibilità verso altri mondi e provare a farlo comprendere ad altri. È il modo giusto o sbagliato? Non lo so, quello che però so è che si tratta di un percorso culturale (cosa che credo vada fatta comprendere a tanti).
Sindaca, sui diritti delle donne, in Italia stiamo andando in avanti o indietro?
Mezzo e mezzo. Una risposta che do se guardo i dati che noi abbiamo circa la presenza delle donne, non solo in politica, ma anche nel lavoro. E poi ancora se guardo gli stipendi, il numero dei femminicidi: insomma, io credo che ancora ci sia molto da fare.



