AGLIANA – Una serata speciale tra parole e musica, un viaggio emozionante attraverso il pensiero, l’ironia e l’attualità dei testi di Giorgio Gaber.
Sul palco del Teatro Moderno di Agliana è andato in scena un concerto con protagonista Luca Nesti, che è tornato a esibirsi nel suo paese dopo undici anni, accompagnato dalla Banda Gaber, formazione composta da alcuni degli ex musicisti di Giorgio Gaber, come Luigi Campoccia e Luca Ravagni, e arricchita da artisti di livello come Dado Sezzi, Gianni Martini, Claudio De Mattei, Federico Carnevali, Franco Fabbrini, Dario Rossi e Alessio Norelli, che si sono alternati agli strumenti nel corso dell’esibizione.
Non è stato un semplice concerto di omaggio o tributo al “signor G”, annoverato tra i personaggi più importanti dello spettacolo e della musica italiana nel secondo dopoguerra, capace di destreggiarsi fra televisione, teatro e musica con spirito anticonformista e innovatore; l’evento aglianese, come pure altri appuntamenti che lo hanno preceduto in giro per l’Italia, ha rappresentato un momento di condivisione con il pubblico locale e un’opportunità per rivivere l’eredità artistica di Gaber attraverso una performance intensa e coinvolgente.
Oltre alla musica, con la riproposizione di alcuni tra i più grandi successi del cantautore milanese, la serata ha dato ampio spazio alla parola, con la lettura di racconti e aneddoti inediti su Gaber, il suo modo di lavorare, le sue amicizie, il suo rapporto con la famiglia, il suo pensiero sulla società, sul costume e sulla politica in un’Italia in rapida e spesso drammatica trasformazione durante gli anni Sessanta e Settanta.
Per Luca Nesti, inoltre, si è trattato di un gradito e atteso “ritorno a casa”, e al termine del concerto abbiamo avuto modo di intervistarlo in esclusiva per Report per conoscere qualcosa di più su questo nuovo progetto artistico e sulla sua genesi.

Che effetto ti ha fatto tornare a esibirti ad Agliana dopo undici anni?
In effetti è passato un po’ di tempo, ricordo che era il 2013 e facemmo un concerto in piazza Gramsci per quella edizione del Giugno aglianese. Poi negli anni successivi sono stato chiamato dal Comune di Agliana come consulente musicale per l’organizzazione del cartellone degli eventi legati al Giugno aglianese, e da quel momento ho preferito per correttezza tenere separate le due cose, la mia attività musicale e quella di organizzatore.
Per questa serata dedicata a Gaber abbiamo semplicemente noleggiato il teatro, perché abbiamo voluto cogliere l’occasione di presentare anche ad Agliana questo spettacolo che già da due anni portiamo in giro in vari teatri d’Italia. Inutile dire che è stato molto emozionante salire sul palco del Moderno per una serata così speciale, sapendo poi che in platea c’erano tanti vecchi amici e la mia nipotina.

Che cosa ti ha spinto a sposare questo progetto musicale e diventarne in un certo senso il “frontman”?
Per essere sincero è stata un po’ una casualità. Negli ultimi anni ho lavorato molto come autore per programmi televisivi e opere teatrali, tra le varie attività sono stato chiamato per riscrivere il format legato a Gaber perchè nel 2023 erano in programma una serie di eventi a lui dedicati nel ventennale della scomparsa.
Ho scritto un copione ma ho commesso un “errore”: per far capire bene la mia idea di raccontare Gaber e la sua musica attraverso un diverso punto di vista, ho cantato i provini e ho recitato alcune parti dei monologhi. Si trattava di una “prova” per mostrare e spiegare quale fosse l’impostazione che volevo dare allo spettacolo, era una cosa che pensavo rimanesse tra gli addetti ai lavori, invece due settimane dopo vengo richiamato perché tutti gli interpreti che si erano presentati ai casting tendevano fin troppo a “imitare” Gaber.
Ma i musicisti che avevano lavorato con lui per vent’anni non volevano questo, io nella mia “ingenuità” avevo cantato i provini come se fossero canzoni “mie”: coincidenza ha voluto che loro cercassero proprio qualcuno che interpretasse e raccontasse Gaber da un altro punto di vista. L’idea di fondo, infatti, non è mai stata quella di fare un tributo a Gaber suonando le cover dei suoi successi, ma di proporre al pubblico qualcosa di diverso, indagando nelle pieghe del personaggio e raccontandolo attraverso aspetti meno noti della sua personalità.
Il risultato è uno spettacolo in cui alla musica si uniscono le parole.
Siamo riusciti a tirare fuori alcune cose che pochissimi conoscono, abbiamo ricercato in un diario “segreto” che la famiglia di Gaber ci ha donato, abbiamo trovato alcuni aneddoti, anche molto divertenti, raccontati da musicisti che per tanti anni hanno lavorato insieme a lui. La parola non si limita ad accompagnare la musica o a introdurre i testi, ma diventa uno strumento fondamentale per far entrare il pubblico nel “mondo” di Gaber.

Personalmente, che cosa ti lega a Giorgio Gaber?
Quando mi hanno proposto questo progetto, io non conoscevo Gaber. L’ho studiato e mi sono documentato per scrivere il copione, e ho scoperto forse quello che ogni musicista sogna di diventare: un uomo libero, capace di esprimere un punto di vista personale su società, costume, politica, senza timore dei giudizi.
Questo senso di libertà, questo coraggio di poter affermare, anche con leggerezza, quello che tanti pensano ma hanno paura di dire per non essere “inquadrati”, mi accomuna molto al carattere di Gaber. È stato capace di andare oltre le etichette e gli steccati ideologici, con il suo modo di fare teatro canzone e di raccontare le cose con grande incisività e ironia, ha superato queste distinzioni.
Forse con Gaber ho scoperto il primo “maestro” dei cantautori, che ha sempre espresso il proprio pensiero senza ricercare i facili consensi o voler esser “accomodante” verso l’una o l’altra parte.
Come ti sei trovato in questo “viaggio” assieme ai tuoi compagni di avventura?
Di solito oggi queste collaborazioni e questi progetti nascono tutti tramite il lavoro dei procuratori e delle agenzie musicali, nel nostro caso l’aspetto umano è stato fondamentale anche perché io non conoscevo i musicisti di Gaber. Ho trovato un gruppo di bravissimi musicisti e di eccellenti professionisti e ho scoperto, per esempio, che il nucleo principale della band che suonava con Gaber proveniva dalla Toscana e in particolare da Siena, realtà famosa a livello internazionale per i suoi conservatori di musica e la sua tradizione jazz.
Per il resto, ci vuole la giusta alchimia: pur essendo tutti adulti sembriamo spesso un “branco” di ragazzini, dalla semplice collaborazione è nata un’amicizia che si basa sull’alto rispetto che ciascuno di noi ha avuto verso gli altri.

Per concludere raccontaci qualcosa di te che non è stato ancora detto o scritto, per esempio un tuo desiderio o un sogno nel cassetto.
Vorrei che il mondo ricominciasse a dare peso e importanza alle parole, perchè negli ultimi tempi abbiamo dato troppo poco peso alle parole. Se sono vuote, non servono a niente: mi piacerebbe che nella musica, pur all’interno della naturale evoluzione generazionale, si rimettessero al centro le parole e i loro significati.
Oggi nel mercato discografico c’è molta omologazione, a volte non si riesce a distinguere una canzone dall’altra perché, spinti da ragioni commerciali, tutti tendono a fare un po’ le stesse cose e a imitarsi a vicenda. Da organizzatore ho riscontrato che i concerti che funzionano più di tutti in Italia sono quelli per adulti, questo significa che c’è un “vuoto” che non è stato colmato: manca una musica in grado di “lasciare qualcosa” e quindi si ricorre a quella che è già stata fatta.
Credo che oggi ci siano ragazzi che, messi di fronte a un testo, siano capaci di comprenderlo e di apprezzarlo: è nostro dovere non disabituarli, e soprattutto insegnare loro a scrivere liberi da qualunque tipo di condizionamento. Non potrà mai nascere un nuovo grande cantautore italiano se non avrà la voglia e il coraggio di scrivere parole libere, fuori dalle logiche dell’omologazione musicale o di un rapido successo commerciale che tanti artisti inseguono.
La mia non è nostalgia verso la musica di trenta o quarant’anni fa, la musica generazionale di oggi va benissimo, ma, come alcuni stanno già facendo, c’è la necessità di rinnovarsi e riconvertirsi per lasciare qualcosa di “tangibile” al di là di hit effimere.
E tu continuerai a scrivere?
Mi ero ripromesso di prendermi una pausa di qualche anno, ad alcuni amici che poi me lo hanno ricordato avevo detto che a sessant’anni avrei scritto il mio ultimo disco. In realtà lo sto già scrivendo e credo di concluderlo entro la fine dell’anno.










