mercoledì, Settembre 9, 2026

L’uomo si è infilato in un “vicolo cieco”? Telmo Pievani apre i Dialoghi

PISTOIA – L’evoluzione umana è arrivata oggi a un punto di rottura? Come è possibile “stare al mondo” in un’epoca segnata da molteplici crisi che stanno riscrivendo in maniera problematica il cammino evolutivo dell’uomo?

Dopo i consueti saluti di apertura e i ringraziamenti istituzionali da parte di Alessandro Tomasi, sindaco di Pistoia, di Giulia Cogoli, ideatrice e direttrice dei Dialoghi di Pistoia, e di Luca Gori, presidente della Fondazione Caript, la conferenza di apertura della sedicesima edizione del festival ha visto come relatore Telmo Pievani, evoluzionista, filosofo della scienza e saggista, docente di Filosofia delle Scienze Biologiche all’Università di Padova e visiting scientist presso l’American Museum of Natural History di New York.

Alcune immagini della conferenza di Telmo Pievani in apertura dell’edizione 2025 dei Dialoghi di Pistoia (foto profilo Facebook ufficiale dei Dialoghi)

Come si può declinare l’idea di “stare al mondo” dal punto di vista dell’evoluzionismo? È questa la domanda da cui prende le mosse la riflessione di Pievani, che spiega come dal punto di vista scientifico ed evoluzionistico siano esistiti fin dai primordi dell’umanità almeno cinque o sei modi diversi di stare al mondo, ciascuno intrapreso da una diversa specie umana.

“Noi diamo per scontato di essere gli unici rappresentanti dell’umanità, ma ci dimentichiamo che in passato abbiamo convissuto a lungo, per circa 60mila anni, con altri modi di essere umani. Quando siamo usciti dall’Africa abbiamo coabitato con altre specie umane, per esempio i Sapiens hanno vissuto fianco a fianco con i Neanderthal, in una lunga storia di ibridazioni, incontri, migrazioni; un risultato di questo processo lo possiamo vedere ancora oggi perché una piccola percentuale del nostro DNA, nell’ordine del 4%, appartiene all’uomo di Neanderthal.

È stata una scoperta importante da parte della scienza, che ha dimostrato come le ibridazioni tra specie umane diverse siano state fondamentali per la nostra evoluzione: ibridarsi fa bene perché rende la specie più ricca a livello di patrimonio genetico, il tanto decantato mito della “razza pura”, concettualmente e scientificamente errato, rende la specie molto più debole”.

Pievani ribadisce il concetto che l’evoluzione non è un qualcosa di morto e finito, come spesso si tende a credere dal momento che essa ci riporta a epoche remotissime, ma è un processo vivo e continuo, che ci riguarda ancora oggi.

“Il fatto che oggi sul nostro pianeta siamo sopravvissuti soltanto noi come specie Sapiens rappresenta un’eccezione nel processo evolutivo: se guardiamo agli animali notiamo che l’evoluzionismo è come un albero che si ramifica suddividendosi in numerose specie. Dopo millenni di convivenza, questo equilibrio tra specie umane diverse si è rotto in maniera quasi improvvisa: gli scienziati non hanno ancora raggiunto una risposta certa e univoca per spiegare questo mistero, ci sono varie ipotesi che vanno dal “comportamento simbolico” dei Sapiens alla crescita della loro aggressività e prepotenza nei confronti delle altre specie e dell’ambiente circostante.

Forse è proprio questa ambivalenza che ha determinato il successo dei Sapiens e il loro soppiantare le altre specie umane: a maggior ragione perché non è stato notato nessun cambiamento biologico in concomitanza di questa frattura, quindi dobbiamo pensare che ciò sia avvenuto per ragioni culturali, per una maggiore coesione e organizzazione dei gruppi umani, per una maggiore creatività e metodicità nello sfruttamento delle risorse. Piano piano le altre specie umane sono state soppiantate e si sono estinte, lasciando però una piccola traccia genetica”.

Pievani ripercorre poi a grandi linee le tappe successive dell’evoluzione dei Sapiens e traccia un quadro delle modifiche apportate da questa specie sull’ambiente naturale in cui essa vive, con i territori che vengono “plasmati” secondo le esigenze delle comunità umane e l’inizio di un’impronta ecologica dell’uomo sulla Terra che sarà destinata a crescere, fino ad esplodere negli ultimi tre secoli dopo la rivoluzione industriale.

Già con le comunità dei Sapiens si ha una prima riduzione della biodiversità, è una storia di contrasti e ambivalenze perché in parallelo con lo sviluppo umano si sono create le prime criticità nel rapporto con il mondo naturale e l’umanità si è avviata su la strada di una diversità culturale dalle migliaia di sfaccettature.

“Oggi questa ambivalenza umana ha raggiunto un punto di crisi, anzi più crisi che si sovrappongono e si alimentano a vicenda, tanto che gli evoluzionisti parlano di “policrisi” nel mondo contemporaneo. Negli ultimi tempi si parla inoltre di “trappola evolutiva”, intendendo con questa espressione la situazione in cui una specie modifica e sfrutta l’ambiente in cui vive in maniera tanto profonda e incisiva da poter sopravvivere per un certo periodo di tempo ma poi, nelle generazioni successive, finire per estinguersi per il consumo eccessivo di risorse.

Noi ci troviamo proprio in questa situazione, dobbiamo uscire da questa logica dell’ottenere tutto e subito, dell’avidità e del profitto a ogni costo, ma agire con maggiore lungimiranza cercando di essere previdenti e di comprendere in anticipo le conseguenze delle nostre azioni. Siamo Sapiens, quindi ci siamo autoproclamati intelligenti e razionali, ma facciamo ancora molta fatica a comprendere un concetto in apparenza semplice: bisogna ripensare il nostro stare al mondo, fare oggi qualche rinuncio e qualche sacrificio in più che però verrà ripagato nel futuro”.

Pievani conclude citando Darwin e l’idea che altruismo e conflitto siano due facce della stessa medaglia nella storia dell’evoluzione umana, dal momento che noi tendiamo a essere cooperativi e altruisti in primo luogo con chi ci assomiglia e chi percepiamo come vicini e “amici”. E con una previsione, amara e speranzosa allo stesso tempo, lasciata in eredità dal grande biologo inglese: anche quando gli uomini saranno capaci di ragionare come un “noi” capace di abbracciare tutta la specie umana e anche le altre specie animali, ci sarà sempre il rischio di un “capopopolo” che riattizzi la fiamma dell’egoismo che cova sotto la cenere.

La conferenza si chiude quindi con l’acquisizione della consapevolezza di quel “muro” sul quale rischia di schiantarsi l’evoluzione umana e con l’assunzione della responsabilità e dell’impegno di iniziare a cambiare i nostri stili di vita e a comportarci come una vera comunità.

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