mercoledì, Settembre 9, 2026

Cannes, Palma d’oro all’iraniano Jafar Panahi. Italia a bocca asciutta

Di Giacomo Martini

CANNES – Nel buio, vince «Un simple accident» dell’iraniano Jafar Panahi, accolto da una lunga ovazione: «Difficile parlare, mettiamo via tutte le differenze, importante è la libertà del mio paese, nessuno ti deve dire cosa fare e cosa dire e il cinema te lo consente, ha detto il regista al momento della premiazione».

Jafar Panahi, vincitore della Palma d’oro a Cannes

«Fuori» di Martone non compare nel palmarés. 

Nel finale, per il blackout elettrico, le proiezioni fuori dal Palazzo del festival vengono interrotte, si salva la cerimonia di premiazione, e la bolla del cinema diventa isola felice nell’oscuramento del mondo di fuori. Dalle 10 alle 15 la città è stata isolata, con un effetto straniante: negozi chiusi, bancomat fuori uso ma in tanti, quelli lontani dai 35.000 accreditati del festival, sono andati in spiaggia. Ci sono stati due atti dolosi: a una centralina e a un pilone elettrico. Atti che non hanno messo in difficoltà il festival: il Palais è l’unico palazzo dotato di generatore autonomo. Anche gli alberghi a cinque stelle sono rimasti al buio. 

Sul film premiato, Juliette Binoche presidente di giuria dice: «Non per le sue opinioni politiche ma per il suo cuore, l’umanità, la libertà ritrovata».

Il film di Jafar Panahi è potente, magistrale, sovversivo; un atto d’accusa contro il regime iraniano. In “Un simple accident” un uomo riconosce l’aguzzino che aveva incontrato in carcere e si vendica. Panahi, che fu rinchiuso in prigione e ha conosciuto le minacce e le pressioni, ora è libero di viaggiare. A Cannes si affaccia dopo i 15 anni in cui non poteva lasciare il paese, adesso tornerà coraggiosamente nel suo paese.

Gran premio della giuria a “Sentimental Value” del norvegese Joachim Trier («Cannes è il luogo della libertà fatta immagine»), e parla, in linea con i conflitti familiari di cui sono maestri gli autori del Nord Europa (Strindberg, Ibsen, Bergman), di un padre ingombrante. Regista di cinema, offre un ruolo alla figlia, attrice di teatro: dietro il suo rifiuto i segreti di famiglia.
Premio della giuria diviso tra “Sound of Falling” della tedesca Mascha Schilinski che segue quattro ragazze in diverse epoche («non rinunciate alle vostre idee», si rivolge alle donne) e a “Sirat” dello spagnolo Oliver Laxe che dice: «Viva Cannes che ci fa vedere tanti punti diversi e li mette a confronto». Film techno, estatico e nel finale esplosivo, quando saltano per aria su un campo minato, mentre un padre cerca la figlia a un rave party nel deserto.

Nadia Melliti è la migliore attrice (23 anni, studia, è al suo debutto, porta l’apparecchio ai denti) per «La petite dèrniere» di Hafsia Herzi (che piange in sala), divisa tra Allah e voluttà, fede e desiderio lesbo. Due premi, a Kleber Mendonça Filho come regista («il Brasile è pieno di poesia e Cannes è la cattedrale del cinema») e all’attore Wagner Moura (assente), per il thriller politico «The Secret Agent», il volto oscuro della dittatura brasiliana degli anni 70; un ricercatore scopre che due killer sono assoldati per ucciderlo.

Premio per la sceneggiatura ai fratelli Dardenne, Jean-Pierre e Luc, che in “Jeunes Mères” «entrano» con delicatezza e freschezza nel ventre di giovanissime ragazze incinte (e ringraziano le attrici, laconiche come i dialoghi dei loro film): una storia corale dalla parte degli ultimi.

Premio speciale a “Résurrection” del cinese Bi Gan: un mostro perde la memoria e la riacquista attraverso il cinema, dai film muti alla modernità, in un’orgia di citazioni, curiosità e stravaganze. Ben 9 film in gara (su 22) durano oltre 2 ore. Tanti sono in due film: Josh O’Connor, Scarlett Johansson, Emma Stone, la coreana Ji-Min Park. Poi il il macabro profluvio di arti mutilati: per Panahi, Ducournau, Schilinski e la gamba senza tronco che zompetta in “The Secret Agent”. Le battute cult sono dell’egiziano Fares Fares, prestazione da faraone in “Eagles of the Republic”, che è un film nel film: entra in farmacia chiede il Viagra e dice che non è per lui, e il farmacista risponde: «Dite tutti così»; dietro il bancone aggiunge che il loro business è la discrezione e gli chiede un selfie.

Le canzoni di due grandi della musica italiani, colleghi e amici, nei film di Spike Lee (“Prinsencolinensinanciusol”) e di Rebecca Zlotowski (“Mina”).

Infine Favino, Martone, Golino rilanciano l’appello in difesa del cinema, per i film bloccati per i tagli al tax credit, ma i fondi si davano a pioggia: anche a film mai usciti e a produttori improvvisati.

Sono intervenuti tutti, fuorché in un’assordante colpevole silenzio, i produttori.

Ancora una volta il cinema italiano esce sconfitto, sembrava che per il “Fuori” di Mario Martone, dopo il grande e prolungato applauso del pubblico, ci fossero possibilità di importanti riconoscimenti. Purtroppo nulla. Come spesso accade a Cannes la Palma d’oro oltre al valore dell’opera guarda anche al ruolo politico che un film assume, e così è stato anche quest’anno con il film iraniano. Un’occasione per un grido di libertà e di riscatto culturale, sociale e politico.

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